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Ucraina, Amendola (Pd): “Meloni ambigua per tenere insieme Lega e FI”

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“In Europa si sono resi conto che l’Italia non è più affidabile. Rischiamo di uscirne con le ossa rotte”
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«Per quanto Meloni si sforzi di nascondere i testacoda del suo governo — diviso su tutto, dalla politica estera all’economia — ormai in Europa si sono resi conto che dell’Italia non ci si può fidare: il che è un bel problema quando si tratta di negoziare», riflette Enzo Amendola, deputato del Pd ed ex ministro per gli Affari europei.

Cominciamo dall’Ucraina: la Lega è contraria al suo ingresso nella Ue, FI favorevole, FdI si barcamena. Lei ha capito qual è la linea di Meloni?

«Secondo me non lo sa nemmeno lei perché, se sposasse la posizione di FI, rischierebbe di rompere con la Lega che è un partito filorusso, e viceversa. Dopodiché l’ostilità di Salvini è inutile, gli serve solo per marcare la sua vicinanza a Putin. Ricordo che l’Ucraina ha presentato la domanda per entrare nel ‘22 e nel ‘24 si sono aperti i negoziati: il percorso è avviato. E l’ambiguità della premier ci farà perdere la faccia con i nostri partner europei».

Allude all’uscita di Donzelli, che ha frenato su Kiev nell…

«Per quanto Meloni si sforzi di nascondere i testacoda del suo governo — diviso su tutto, dalla politica estera all’economia — ormai in Europa si sono resi conto che dell’Italia non ci si può fidare: il che è un bel problema quando si tratta di negoziare», riflette Enzo Amendola, deputato del Pd ed ex ministro per gli Affari europei.

Cominciamo dall’Ucraina: la Lega è contraria al suo ingresso nella Ue, FI favorevole, FdI si barcamena. Lei ha capito qual è la linea di Meloni?

«Secondo me non lo sa nemmeno lei perché, se sposasse la posizione di FI, rischierebbe di rompere con la Lega che è un partito filorusso, e viceversa. Dopodiché l’ostilità di Salvini è inutile, gli serve solo per marcare la sua vicinanza a Putin. Ricordo che l’Ucraina ha presentato la domanda per entrare nel ‘22 e nel ‘24 si sono aperti i negoziati: il percorso è avviato. E l’ambiguità della premier ci farà perdere la faccia con i nostri partner europei».

Allude all’uscita di Donzelli, che ha frenato su Kiev nell’Unione?

«Donzelli è come il bostik, cerca di tenere attaccato FI alla Lega. Che si tratti di Ucraina o di Medio Oriente, il centrodestra ha tre posizioni in Europa, con FdI che gioca a celare le differenze. Ma sono stati scoperti. Con esiti devastanti: quando devi discutere di questioni cruciali, dalla difesa all’energia, se non sei credibile ne esci con le ossa rotte».

Nel centrosinistra anche Conte è gelido, però. Come la mettiamo?

«Non nascondo che sull’Ucraina ci sono state differenze in passato, pure sugli aiuti militari: ma adesso che si è aperta una prospettiva di negoziato sull’adesione remiamo tutti nella stessa direzione. E infatti Conte non ha detto di essere contrario, ha posto solo il tema dei tempi e dei modi per arrivarci: un processo che, come sanno bene i Paesi dei Balcani occidentali, prevede delle tappe. La coalizione progressista è europeista».

Quindi voi sareste più affidabili?

«Nessuno di noi ha mai pensato, come Meloni ha sostenuto anche di recente, che meno Europa sia meglio. Siamo tutti convinti che il salto verso una maggiore integrazione coincida con il nostro interesse nazionale. Mentre la destra ritiene che l’interesse nazionale sia bombardare Bruxelles. Un suicidio perché con le guerre militari e commerciali, causa della grave crisi economica, nessun Paese può reggere da solo».

Ma non ha fatto bene Meloni a tagliare i fondi Safe per la difesa e così fronteggiare il caro energia?

«Penso Meloni sia già in campagna elettorale e la sua sia solo una strategia: dare addosso all’Europa per coprire la sua incapacità a dare risposte ai problemi degli italiani. Sarebbe bastato leggere Panetta o Draghi per rendersi conto di come l’Italia sia in seria difficoltà, e non mi riferisco solo ai prestiti per la difesa: crescita zero, debito record, utilizzo dei fondi Ue insufficiente. Siccome non può prendersela con il suo governo, che in 4 anni è rimasto sospeso sul ponte dei sospiri di Trump e non ha fatto una sola scelta su transizione digitale ed energetica, nessuna riforma strutturale e ha depresso la domanda interna con i salari bassi, se la prende con gli euroburocrati. Dimenticando che uno dei più importanti è il suo: Raffaele Fitto».

Il quale chiede di dirottare i fondi di coesione sul caro bollette.

«Se ne parlerà al prossimo Consiglio europeo ma l’Italia parte scarica: gli contesteranno i miliardi ricevuti del Pnrr; chiederanno a cosa servirà lo scostamento. Per fare bonus a gogo? La lettera di Fitto sembra quella di Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere: arrangiatevi. Destinare fondi di coesione già assegnati alle Regioni del Sud sarebbe uno scippo clamoroso».

Crede che si andrà a votare prima della fine dell’anno?

«Vista la drammatica congiuntura e la palude in cui ci ha precipitato il governo prima si vota meglio è. Nel mondo della finanza si dice che quando la marea si ritira si vede chi ha il costume e chi no. Siamo in questa crisi senza linea in politica estera ed economica, senza un indirizzo. Per il bene del Paese si sarebbe già dovuto votare ieri».

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