Dubbi costituzionali. Peggio: autentiche falle, capaci di mettere a repentaglio la riforma elettorale per violazione palese dei principi della Carta. Si fanno strada in queste ore lungo canali riservati, tecnici e giuridici. Sono frutto di riflessioni partorite dagli uffici di Camera e Senato, poi rimbalzate in infuocate riunioni tra sherpa della maggioranza e nelle riflessioni della presidenza della commissione Affari costituzionali di Montecitorio, a guida berlusconiana. Sullo sfondo, ma rilevanti, anche le interlocuzioni informali con ambienti della Consulta. Si possono identificare almeno quattro crepe, riferiscono fonti di massimo livello, tali da rendere il Melonellum un castello assai fragile. Vediamo su cosa può incepparsi il blitz della destra, che per adesso ha preferito non accogliere i suggerimenti in nome di un iter ultra accelerato.
Dubbi costituzionali. Peggio: autentiche falle, capaci di mettere a repentaglio la riforma elettorale per violazione palese dei principi della Carta. Si fanno strada in queste ore lungo canali riservati, tecnici e giuridici. Sono frutto di riflessioni partorite dagli uffici di Camera e Senato, poi rimbalzate in infuocate riunioni tra sherpa della maggioranza e nelle riflessioni della presidenza della commissione Affari costituzionali di Montecitorio, a guida berlusconiana. Sullo sfondo, ma rilevanti, anche le interlocuzioni informali con ambienti della Consulta. Si possono identificare almeno quattro crepe, riferiscono fonti di massimo livello, tali da rendere il Melonellum un castello assai fragile. Vediamo su cosa può incepparsi il blitz della destra, che per adesso ha preferito non accogliere i suggerimenti in nome di un iter ultra accelerato.
Il primo nodo riguarda il vincolo imposto dal Melonellum di indicare nel programma il candidato presidente del Consiglio. Neanche il Porcellum aveva osato tanto, perché la legge di Roberto Calderoli prevedeva al momento del deposito del programma elettorale la dichiarazione del nome dell’«unico capo della coalizione». Come è noto, incaricare il presidente del Consiglio è secondo l’articolo 92 della Carta prerogativa che spetta esclusivamente al Presidente della Repubblica. Eppure, i meloniani insistono: va richiamato il capo del governo. Nelle audizioni il tema ha diviso i costituzionalisti. Se è vero che questa indicazione rappresenta una disposizione auto-vincolante, che cioè impegna solo chi la sottoscrive e non certo il Capo dello Stato, è altrettanto vero che diversi esperti hanno segnalato i rischi di bocciatura.
Fosse solo questo il problema. Ci sono almeno altri tre nodi che preoccupano il centrodestra. Uno, solo apparentemente secondario: l’esclusione del Trentino Alto Adige e della Valle d’Aosta dal calcolo dei voti per aggiudicare il premio. Di fatto, è come se la legge creasse un bacino di un milione di elettori di serie B, esclusi dalla possibilità di concorrere alla scelta del vincitore. Con un paradosso: quel milione di cittadini potrebbe in linea teorica ribaltare la conta complessiva sul territorio nazionale (in effetti, così sarebbe accaduto con questa norma nel 2006 e 2013, segnalano in queste ore analisi riservate elaborate a sinistra). Su questo punto, dunque, gli uffici sono stati nettissimi: rischiate una sonora bocciatura.
Ci sono poi una serie di “buchi” logici, e potenzialmente anche costituzionali, che minano l’impostazione del listone bloccato che determina gli eletti di chi consegue il premio di maggioranza. Un esempio su tutti: cosa accade se una coalizione vincente supera grazie al bonus il tetto di 220 deputati o 113 senatori? Deve ritornare sotto il limite. Questo avviene non escludendo gli ultimi posti dei candidati nel listone del premio, ma i peggiori eletti del proporzionale. Restano così fuori alcuni eletti, a vantaggio di nomi parte di un elenco indivisibile di 35 o 70.
Ed è proprio attorno a questo elenco che il problema diventa serio. Per comprenderlo, bisogna osservare il fac-simile della scheda del Senato. Prendiamo la Lombardia. Col Rosatellum, ogni forza politica presentava quattro nomi, con il Melonellum triplicano e arrivano a dodici: sei bloccati per il proporzionale, sei tratti dalla lista del premio (sempre bloccati). Questi ultimi sono i candidati segnalati nei rettangoli in basso, senza simboli di partito. Ed è qua che si aprono abissi di ragionevolezza. Non solo perché viene sfidato il principio delle liste brevi. Ma soprattutto, ed è il vero nodo: secondo alcune sentenze della Corte, l’elettore deve poter esprimere un voto libero e consapevole, dunque conoscere il candidato. Con il meccanismo architettato dalla destra così però non è. Chi vota trova sulla scheda solo sei nomi, che in realtà sono parte di un elenco indivisibile e non frammentabile di 35 per Palazzo Madama (e di 70 alla Camera): seggi che scattano se la coalizione supera il 42% e ottiene il premio nazionale. L’elettore dunque non vede tutti i candidati: non sa quanti e quali eleggerà. Circostanza che potrebbe mettere a rischio il principio della riconoscibilità sancito dalla Consulta.
Infine, esiste un enorme nodo politico, prima ancora che costituzionale: il ballottaggio. Una legge dovrebbe essere generale e astratta, questa sembra fatta su misura. Non solo del centrodestra, ma di un sistema bipolare. Ma che succede se una forza si impone come terzo polo, non necessariamente al centro (sul modello dell’Afd tedesca o di France insoumise)? Basta un blocco terzo del 12-15 per cento per lasciare tutti sotto il 42% e imporre il proporzionale puro. Il suggerimento dei tecnici è stato: alzate la soglia al 45%, ma lasciate il doppio turno. La destra però teme il ballottaggio. Anche a costo di mettere a rischio il sistema.