Sprint legge elettorale. Il Pd: “Eversivo votare senza l’ok della Consulta”
di Giovanna VitaleLa presidente del Consiglio Giorgia Meloni
(lapresse)ROMA – Ormai è molto più di un sospetto. L’accelerazione della maggioranza sulla nuova legge elettorale — secondo una tabella di marcia che prevede l’approvazione alla Camera a inizio luglio e il varo definitivo con fiducia in Senato prima della pausa agostana — risponde a un preciso disegno di conservazione del potere. Da realizzare non solo modificando le regole a misura dell’attuale coalizione di governo, ma anche tenendo d’occhio il calendario elettorale.
È l’allarme che si sta diffondendo fra le fila delle opposizioni. Alle prese con la messa a punto della strategia per far deragliare il Melonellum, su cui i leader del centrosinistra — da Schlein a Conte, che ha lanciato un appello per convergere su emendamenti condivisi, passando per Fratoianni, Boschi e Magi — si confronteranno in un vertice ad hoc a metà della prossima settimana. Obiettivo: provare a sventare il piano della destra che, a dispetto dei rischi di incostituzionalità, intende blindare il testo e andare avanti spedi…
ROMA – Ormai è molto più di un sospetto. L’accelerazione della maggioranza sulla nuova legge elettorale — secondo una tabella di marcia che prevede l’approvazione alla Camera a inizio luglio e il varo definitivo con fiducia in Senato prima della pausa agostana — risponde a un preciso disegno di conservazione del potere. Da realizzare non solo modificando le regole a misura dell’attuale coalizione di governo, ma anche tenendo d’occhio il calendario elettorale.
È l’allarme che si sta diffondendo fra le fila delle opposizioni. Alle prese con la messa a punto della strategia per far deragliare il Melonellum, su cui i leader del centrosinistra — da Schlein a Conte, che ha lanciato un appello per convergere su emendamenti condivisi, passando per Fratoianni, Boschi e Magi — si confronteranno in un vertice ad hoc a metà della prossima settimana. Obiettivo: provare a sventare il piano della destra che, a dispetto dei rischi di incostituzionalità, intende blindare il testo e andare avanti spedita. Come pure dimostrerebbe il divieto imposto ai deputati della maggioranza di proporre modifiche, sia in commissione sia in aula. Un po’ come accaduto su riforma della giustizia e premierato.
Uno sprint congegnato dagli avversari per tenersi aperte tutte le strade che portano alle Politiche, inclusa quella di urne anticipate. Lo dice dritto Angelo Bonelli: «Che questa legge sia incostituzionale lo sa anche Giorgia Meloni. E allora il punto politico non può che essere uno: evitare che la Corte intervenga prima delle elezioni e bocci il Melonellum. Sarebbe una batosta peggio del referendum». Una scelta figlia, per il co-leader di Avs, dello scenario che si va consolidando: il governo «non è nelle condizioni di licenziare a fine anno una manovra capace di dare risposte agli italiani. La crisi economica, che loro nascondono, è sotto gli occhi di tutti», spiega. «Chi ha scritto questa riforma sa bene che l’indicazione del premier viola la Costituzione, perché è prerogativa del capo dello Stato nominare il presidente del Consiglio. Se stanno accelerando, vuol dire che hanno deciso di puntare al voto a novembre per evitare di affrontare la grande questione della Finanziaria, che sarà lacrime e sangue».
Una riflessione condivisa anche dal senatore del Pd Dario Parrini: «C’è chi dice che il centrodestra voglia accelerare per impedire che le nuove norme, fortemente sospette di incostituzionalità, siano vagliate dalla Consulta prima della loro applicazione. Se davvero esistesse, sarebbe un progetto sostanzialmente eversivo». Tra la proposizione di un eventuale ricorso in tribunale, l’esame della Corte e l’emissione di un verdetto trascorrerebbero infatti dai quattro ai sei mesi o forse più: se si votasse nel frattempo, si andrebbe quindi alle urne con le regole che il Parlamento avrà licenziato prima dell’estate a colpi di maggioranza.
Un bel problema, per il centrosinistra. E non solo per ragioni di metodo e di merito. Ma politiche: il cosiddetto campo largo ancora non esiste e persino la sua costruzione, nonostante l’urgenza, arranca. Un cantiere mai avviato a causa dell’eterna sfida Schlein-Conte per la leadership, che ora l’indicazione del presidente del Consiglio sul programma elettorale — voluta fortissimamente da Meloni proprio per mettere in difficoltà le opposizioni — rischia di trasformare in lotta fratricida. Entrambi i candidati hanno difatti escluso di cedere il passo l’uno all’altra, e viceversa. Come ha confermato di nuovo ieri la segretaria del Pd: niente papi stranieri. «L’importante è che ci affidiamo a quel che vogliono gli elettori e i nostri militanti, non decidere da soli a tavolino», ha chiarito Schlein in tv. Semmai «si può fare come in altri paesi europei, dove il partito che prende un voto in più esprime la guida, o le primarie a cui mi sono già detta disponibile». Prima però c’è da scrivere il programma, avverte. Sperando che si faccia in tempo: giunto ormai ai verbi difettivi.