ANKARA –«Non mi pento di nulla». In una sala stampa glaciale dell’enorme Biblioteca presidenziale di Ankara, Giorgia Meloni fa i conti con il suo passato trumpiano. Una delusione enorme, un fastidioso inciampo che la insegue. Eppure, appena concluso un complesso summit vissuto in equilibrio, non vuole e non può rinnegare gli sforzi per costruire un ponte con la Casa Bianca. Inevitabile, dopo settimane di sberleffi e l’ultimo meme di Trump, la domanda che prova a tirare le somme dell’esperimento: si è pentita, Presidente? «No, di nulla di quello che ho fatto».
La scommessa sul tycoon è stata notevole, la resa indubitabilmente scarsa. Meloni, però, non ritiene esistessero margini per un’altra linea di condotta. «L’investimento politico l’ho fatto per convinzione sull’unità dell’Occidente. Ho una strategia in testa, figlia dell’interesse italiano ed europeo, e non cambio idea. Non è che l’ho messa in campo con l’arrivo di Trump, l’ho fatto con tutti i miei interlocutori». Si riferisce a…
ANKARA –«Non mi pento di nulla». In una sala stampa glaciale dell’enorme Biblioteca presidenziale di Ankara, Giorgia Meloni fa i conti con il suo passato trumpiano. Una delusione enorme, un fastidioso inciampo che la insegue. Eppure, appena concluso un complesso summit vissuto in equilibrio, non vuole e non può rinnegare gli sforzi per costruire un ponte con la Casa Bianca. Inevitabile, dopo settimane di sberleffi e l’ultimo meme di Trump, la domanda che prova a tirare le somme dell’esperimento: si è pentita, Presidente? «No, di nulla di quello che ho fatto».
La scommessa sul tycoon è stata notevole, la resa indubitabilmente scarsa. Meloni, però, non ritiene esistessero margini per un’altra linea di condotta. «L’investimento politico l’ho fatto per convinzione sull’unità dell’Occidente. Ho una strategia in testa, figlia dell’interesse italiano ed europeo, e non cambio idea. Non è che l’ho messa in campo con l’arrivo di Trump, l’ho fatto con tutti i miei interlocutori». Si riferisce a Joe Biden (tra l’altro, ottenendo risultati assai migliori). Subito dopo, però, ammette che la missione di conquistare il tycoon l’ha coinvolta ancora di più, a causa della sintonia politica e ideale: «Con lui ci sono affinità, dall’immigrazione alla cultura woke, per cui ritenevo che potesse essere più semplice, ma le cose stanno andando come abbiamo visto (male, malissimo, ndr). Comunque, non cambio idea».
Non cambia idea e decide di confermare la linea di non reagire più agli attacchi personali nonostante l’ennesimo post insultante, quello sull’ordine restrittivo: «Avevo detto che non sarei tornata sull’argomento e non lo faccio». Sui dossier, però, la questione è diversa. La divaricazione con Washington aumenta. Ad esempio, sulla guerra in Iran. Non arriva a contestare l’opportunità dell’attacco della notte precedente: «Sono pessime notizie», ma «non ero al tavolo delle trattative e non so quanti margini ci fossero per andare avanti sul negoziato». Poi però assesta un colpo che è contestazione esplicita della strategia di Washington: «Credo che finora l’opzione militare non abbia portato dei risultati così concreti e penso che bisogna insistere sulla capacità e sulla possibilità di un negoziato. L’Italia sarà al lavoro in questo senso». Fin qui non si era mai spinta. E d’altra parte, Roma resterà fuori dalla contesa militare: «Non è che un giorno prendiamo delle scelte e un giorno delle altre. Rispettiamo i nostri impegni come le nazioni serie, ma abbiamo detto che non avremmo partecipato ad attacchi in Iran e non lo faremo».
C’è un altro no che ha fatto infuriare gli Usa (oscurando i molti sì pronunciati durante il primo anno di amministrazione): quello sull’acquisto di armi americane. Palazzo Chigi non intende aderire a Purl. E più in generale sulle spese della Nato la premier sottolinea: «Vogliamo rispettare gli impegni, ma in modo sostenibile, stabilendo noi i modi, i tempi e le priorità» e «quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche». Anche la risposta sull’ipotesi di una riduzione della presenza americana nelle basi italiane sembra pessimistica: «Non ci è stato comunicato al momento nulla di formale, ma non escludo niente. Non è un’ipotesi che ci deve cogliere alla sprovvista perché gli Usa discutono da qualche presidente di progressivo disimpegno dall’Europa».
Prima di incontrare faccia a faccia il padrone di casa Erdogan, Meloni vede Volodymyr Zelensky. Non è vero, giura, che nessun pacchetto di armamenti sarà spedito all’Ucraina nel 2026. O almeno, precisa, l’opzione è sul tavolo: «L’Italia proseguirà con questi aiuti. Crosetto sta facendo una valutazione in questo senso». Se così fosse, però, Roma non contribuirebbe allo stanziamento da 80 miliardi in due anni che i partner dell’Alleanza devono assicurare agli ucraini: «Una strada - spiega - esclude l’altra».
Infine, i Volenterosi. Se con Trump è gelo, con gli europei resta la cautela. Meloni non volerà il 13 luglio a Parigi, per la riunione convocata da Emmanuel Macron. «L’Italia ci sarà con Tajani. Al sesto vertice in tre settimane e mezzo, io passo». Il susseguirsi degli incontri, sembra voler dire, non sempre è funzionale. «Potete scrivere quello che volete, ma non c’è alcun disimpegno sull’Ucraina. Ma nemmeno posso permettermi un disimpegno sull’Italia». Gestire il tycoon, certo. Ma anche i guai di politica interna che premono su Palazzo Chigi.