ANKARA – Stavolta Giorgia Meloni siede distante per davvero da Donald Trump. La “I” di Italy la piazza provvidenzialmente agli antipodi della “U” di United States. Il tycoon è sì di fronte, ma sul lato opposto del mega tavolone circolare dei leader. È un distacco fisico che le permette uno sgarbo studiato al presidente americano. A differenza di alcuni leader che intervengono prima, assai ossequiosi con il presidente degli Stati Uniti e la sua benevola e lungimirante guida dell’Alleanza, Meloni evita di citare l’americano. Non lo ringrazia, né potrebbe farlo dopo gli attacchi subiti, almeno senza perdere la faccia. Non è l’unica, però: anche Emmanuel Macron e Mette Frederiksen evitano l’inchino. Il primo fedele all’autonomia strategica francese e continentale, da sempre (spesso scontrandosi con la premier italiana, ai tempi turbo trumpiana). La seconda, assai più prosaicamente, perché Trump minaccia di invadere il suo territorio dal mare e dal cielo.
Dire che permane il gelo è sconta…
ANKARA – Stavolta Giorgia Meloni siede distante per davvero da Donald Trump. La “I” di Italy la piazza provvidenzialmente agli antipodi della “U” di United States. Il tycoon è sì di fronte, ma sul lato opposto del mega tavolone circolare dei leader. È un distacco fisico che le permette uno sgarbo studiato al presidente americano. A differenza di alcuni leader che intervengono prima, assai ossequiosi con il presidente degli Stati Uniti e la sua benevola e lungimirante guida dell’Alleanza, Meloni evita di citare l’americano. Non lo ringrazia, né potrebbe farlo dopo gli attacchi subiti, almeno senza perdere la faccia. Non è l’unica, però: anche Emmanuel Macron e Mette Frederiksen evitano l’inchino. Il primo fedele all’autonomia strategica francese e continentale, da sempre (spesso scontrandosi con la premier italiana, ai tempi turbo trumpiana). La seconda, assai più prosaicamente, perché Trump minaccia di invadere il suo territorio dal mare e dal cielo.
Dire che permane il gelo è scontato. Va così per tutto il summit. L’unico momento di contatto tra la presidente del Consiglio e il leader Maga risale alla sera di martedì. Nove attorno al tavolo, Meloni siede tra il segretario generale della Nato Mark Rutte e il dimissionario primo ministro inglese Keir Starmer. A dividerla da Trump solo due sedie. Per due volte, riferiscono, si rivolgono direttamente la parola. Un paio di battute a cui aggiungere una fugace stretta di mano. Succede quando la premier, in ritardo, improvvisa un giro di tavolo per scusarsi dell’imprevisto. Per il resto, freddezza e distanza.
Gelo ieri mattina, durante la sessione di lavoro del summit. E ancora prima, per la foto di famiglia. Meloni è in piedi accanto alla premier islandese, Kristrún Frostadóttir. Quando Trump le passa accanto – incedere lento e sguardo sornione, ma che non cerca gli occhi di Meloni – l’italiana si volta di 45 gradi verso la collega. Il problema è che poi è proprio l’islandese a richiamare il tycoon, scambiando con lui qualche parola. Lo sguardo dell’italiana non si posa su chi l’ha messa alla gogna sui social. Continua a ignorarlo, cordialmente ricambiata.
Va avanti così, in un tentativo quasi impossibile di tenersi al riparo da nuovi scontri personali, senza esporsi. Sperando di ricostruire un equilibrio, anche precario, ma comunque un equilibrio. Ed è come scalare una parete liscia, senza appigli: Meloni non può essere più trumpiana e non può neanche ammettere di non esserlo più (anche se il legame politico ed emotivo è ampiamente consumato, saracinesca giù e nessuno spazio per tentare nuovi inizi).
Una sponda, nel tentativo di limitare i danni, continua a darla Marco Rubio. L’altro ieri ha visto Antonio Tajani. Ed è proprio lui, si apprende, ad essere (assieme all’ambasciatore Usa a Roma, Tilman Fertitta) il principale sponsor di un riavvicinamento. Ne ha parlato con il presidente Usa, anche nelle ultime ore. E quando Trump dice che «la Spagna è stata cattiva, l’Italia buona e quasi tutti sono stati buoni, hanno avuto un momento cattivo» ma «al di là dei piccoli screzi mi amano», ecco: è il massimo che il segretario di Stato riesce a strappare. Comunque molto per gli standard del tycoon. Visto il percorso periglioso, è tempo di accontentarsi.