Per mesi hanno attraversato l’Italia partecipando a cerimonie dedicate ai caduti sovietici della Resistenza, incontri pubblici con associazioni filorusse, iniziative culturali e appuntamenti nei quali la narrazione del Cremlino trovava spazio e sostegno. Coltivavano rapporti con movimenti politici, gruppi organizzati e ambienti della propaganda online vicini a Mosca.
Ma, secondo la procura di Roma, quella era soltanto la parte visibile della loro attività. Il vero compito di Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, addetti militari dell’ambasciata russa nella capitale, era un altro: raccogliere informazioni riservate sulla sicurezza nazionale italiana reclutando ex dei servizi segreti e militari, offrendo denaro in cambio…
Per mesi hanno attraversato l’Italia partecipando a cerimonie dedicate ai caduti sovietici della Resistenza, incontri pubblici con associazioni filorusse, iniziative culturali e appuntamenti nei quali la narrazione del Cremlino trovava spazio e sostegno. Coltivavano rapporti con movimenti politici, gruppi organizzati e ambienti della propaganda online vicini a Mosca.
Ma, secondo la procura di Roma, quella era soltanto la parte visibile della loro attività. Il vero compito di Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, addetti militari dell’ambasciata russa nella capitale, era un altro: raccogliere informazioni riservate sulla sicurezza nazionale italiana reclutando ex dei servizi segreti e militari, offrendo denaro in cambio di documenti e notizie sensibili. È questa la ragione che ha portato il governo italiano – come anticipato ieri da Repubblica – a espellere i due diplomatici, aprendo uno dei momenti di maggiore tensione tra Roma e Mosca dall’inizio della guerra in Ucraina. Ai due ufficiali sono state concesse settantadue ore per lasciare il Paese.
La risposta del Cremlino è arrivata immediatamente, con la promessa di ritorsioni, mentre alla Farnesina si è consumato l’ennesimo durissimo confronto con l’ambasciatore russo Aleksei Paramonov. È l’ultimo capitolo di un rapporto ormai ai minimi storici, già segnato negli ultimi mesi dagli attacchi del Cremlino contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dalle accuse rivolte al governo Meloni e dalla crescente offensiva di propaganda e disinformazione che, secondo l’intelligence italiana, accompagna l’attività degli apparati russi in Europa.
L’annuncio dell’espulsione è stato dato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Il governo ha deciso di espellere due addetti militari dell’Ambasciata russa in Italia, responsabili delle attività di spionaggio emerse nell’inchiesta della procura di Roma». Poi l’affondo politico: «Mosca continua a usare le sue armi ibride per attaccare l’Occidente e l’Italia. Un’ingerenza grave e inaccettabile per le istituzioni italiane e per la sicurezza nazionale». La replica russa è stata altrettanto dura. Paramonov ha sostenuto che «espellendo il maggior numero possibile di diplomatici russi Roma vorrebbe limitare al massimo l’influenza della Russia in Italia», aggiungendo però che questo obiettivo sarebbe «impossibile». L’ambasciatore si è presentato alla Farnesina con una fotografia del ministro degli Esteri Sergej Lavrov e una sua celebre frase, provocazione che ha accompagnato l’incontro con il segretario generale Riccardo Guariglia. Da Mosca è poi arrivato l’avvertimento più esplicito: «Risponderemo». Un messaggio che lascia intendere possibili misure speculari nei confronti dei diplomatici italiani presenti nella Federazione Russa. Tajani, però, ha respinto il paragone tra le due decisioni. «La Russia può fare tutte le ritorsioni che vuole ma si tratta di vendette. Dovrebbero dimostrare che coloro che espelleranno sono delle spie. La nostra è una scelta basata su fatti, la loro è politica». Una linea condivisa anche da Palazzo Chigi, dove si sottolinea come l’attività degli apparati di intelligence russi rappresenti ormai una minaccia concreta per la sicurezza nazionale italiana e come la risposta delle istituzioni sia maturata al termine di un lungo lavoro di controspionaggio. Quello che è successo, dicono, rappresenta un chiaro atto di guerra ibrida. L’espulsione dei due addetti militari rappresenta infatti il punto di arrivo dell’inchiesta della procura di Roma, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e dall’aggiunta Lucia Lotti e condotta dai carabinieri del Ros . Le indagini hanno portato all’arresto degli ex agenti dell’Aisi Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale e coinvolgono anche altri appartenenti alle forze armate. Secondo gli investigatori, Gorbachev e Astakhov erano gli officer dell’intelligence russa che gestivano direttamente la rete italiana. L’indagine era partita già nel 2025, quando Aisi, il nostro servizio interno, aveva scoperto il reclutamento di un ex appartenente ai servizi di sicurezza, ormai in pensione, remunerato per fornire informazioni classificate. Da lì sono emersi incontri clandestini, passaggi di denaro e richieste riguardanti armamenti, apparati di intelligence, industria della Difesa e sostegno militare all’Ucraina. Piras continua a sostenere di aver consegnato soltanto materiale ricavato dalla propria attività di analista indipendente. La Procura, invece, ritiene che tra i documenti sequestrati vi siano informazioni classificate e di vietata divulgazione.