ROMA – La storia comincia nel carcere di Secondigliano. Non la storia della bomba esplosa sotto casa di Sigfrido Ranucci, ma quella del rapporto tra i due uomini che, anni dopo, si ritroveranno al centro dell’inchiesta sull’attentato al giornalista. È nel penitenziario a nord di Napoli che, nel 2015, Valter Lavitola, indicato dagli investigatori come la mente della “strage aggravata dal metodo mafioso”, conosce Gomes Clesio Tavares, l’uomo che, dopo oltre dieci anni, avrà il compito di trovare chi materialmente piazzerà l’esplosivo sotto l’auto del conduttore di Report. Un rapporto che nasce dietro le sbarre e che, una volta fuori, si trasforma in un’amicizia e, poi ancora, nel canale attraverso il quale prende forma il commando che il 16 ottobre entrerà in azione.
ROMA – La storia comincia nel carcere di Secondigliano. Non la storia della bomba esplosa sotto casa di Sigfrido Ranucci, ma quella del rapporto tra i due uomini che, anni dopo, si ritroveranno al centro dell’inchiesta sull’attentato al giornalista. È nel penitenziario a nord di Napoli che, nel 2015, Valter Lavitola, indicato dagli investigatori come la mente della “strage aggravata dal metodo mafioso”, conosce Gomes Clesio Tavares, l’uomo che, dopo oltre dieci anni, avrà il compito di trovare chi materialmente piazzerà l’esplosivo sotto l’auto del conduttore di Report. Un rapporto che nasce dietro le sbarre e che, una volta fuori, si trasforma in un’amicizia e, poi ancora, nel canale attraverso il quale prende forma il commando che il 16 ottobre entrerà in azione.
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L’ombra del clan
Ma c’è un secondo elemento che pesa quanto il primo. Tavares – che adesso ha trovato rifugio in Camerun - non è un reclutatore qualsiasi. Non è solo un bodyguard con amicizie social nel mondo della malavita. Tavares si muove nell’orbita del clan Russo, l’organizzazione criminale che da anni esercita la sua influenza tra Nola e Avella, dominando lo stesso territorio nel quale vengono arruolati gli uomini destinati a piazzare la bomba che ha distrutto le auto della famiglia Ranucci, divelto il cancello della loro casa di Campo Ascolano, a Pomezia.
È lì, tra Nola e Avella, che il gruppo viene costruito. È lì che tutta la filiera operativa prende corpo. Poi, però, la ricostruzione si ferma. Perché l’inchiesta non arriva al clan Russo. Non individua un ruolo dell’organizzazione nell’attentato. Non trova elementi per contestarne il coinvolgimento. Anche le altre piste investigative – compresa quella neofascista – battute nelle prime settimane dell’indagine della Procura di Roma si sgonfiano una dopo l’altra.
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Il ruolo di Lavitola
Resta così un solo nome al centro della scena: Lavitola. Il faccendiere, i suoi interessi. I suoi affari. I suoi rapporti. È lì che i carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci continuano a cercare la chiave dell’attentato e, soprattutto, il movente.
Per questo l’indagine torna adesso da chi quella bomba l’ha piazzata. Dagli esecutori materiali che il pm Edoardo De Santis vuole sentire ancora. La prima volta hanno scelto il silenzio. Ma forse, dopo giorni trascorsi in carcere, dopo aver compreso che il loro futuro non è roseo, dopo aver capito che i carabinieri hanno ricostruito ogni loro mossa, potrebbero voler parlare. Non lo ha fatto, però, Marika De Filippis, l’unica donna del gruppo, adesso ai domiciliari. Ieri si è avvalsa ancora una volta della facoltà di non rispondere. Oggi, nel carcere di Rebibbia, è previsto l’interrogatorio di Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Antonio Passariello. Tre pregiudicati di basso conio finiti in un intrigo decisamente più complesso del loro curriculum criminale.
Altri elementi potrebbero arrivare dai supporti informatici sequestrati agli indagati, Lavitola incluso. Ieri gli esperti hanno iniziato a scandagliare. Da registrare, in queste ore, anche una mossa investigativa eloquente: chi indaga sta acquisendo le interviste che tutti i protagonisti di questa storia hanno rilasciato. L’ipotesi degli investigatori è che qualcuno abbia utilizzato quelle interviste per far passare messaggi in codice. Per questo i pubblici ministeri le stanno acquisendo una dopo l’altra, le ordinano in sequenza cronologica e le rileggono alla luce degli ultimi sviluppi dell’indagine. È lì, ritengono, che si nasconde un altro pezzo della storia.
Perché questo delitto, preparato per mesi ben prima che l’ordigno esplodesse, non si è esaurito con la deflagrazione. E non si è fermato neppure dopo gli arresti. È andato avanti, assumendo un’altra forma: quella dei depistaggi.