Mario Segni, lei è il padre del referendum che nel ’91 ridusse le preferenze da tre a una. Perché è così difficile ripristinarle?
«Perché il tipo di campagna elettorale che un candidato dovrebbe affrontare sarebbe diversissima da com’è adesso, con le liste bloccate».
I parlamentari non sono più abituati alla concorrenza?
«Non lo sono. E del resto le liste bloccate hanno provocato un grande deturpamento, sono state il peggio del peggio».
Cosa hanno provocato esattamente?
«Un abbassamento della qualità del Parlamento, della politica in generale, perché sono i leader a decidere chi candidare».
Un tempo i territori conoscevano perfettamente i parlamentari che esprimevano. Oggi non è più così?
«Non è più così. Tempo fa ho incontrato casualmente una delegazione di avvocat…
Mario Segni, lei è il padre del referendum che nel ’91 ridusse le preferenze da tre a una. Perché è così difficile ripristinarle?
«Perché il tipo di campagna elettorale che un candidato dovrebbe affrontare sarebbe diversissima da com’è adesso, con le liste bloccate».
I parlamentari non sono più abituati alla concorrenza?
«Non lo sono. E del resto le liste bloccate hanno provocato un grande deturpamento, sono state il peggio del peggio».
Cosa hanno provocato esattamente?
«Un abbassamento della qualità del Parlamento, della politica in generale, perché sono i leader a decidere chi candidare».
Un tempo i territori conoscevano perfettamente i parlamentari che esprimevano. Oggi non è più così?
«Non è più così. Tempo fa ho incontrato casualmente una delegazione di avvocati di Sassari, che mi parlavano di una questione che stava loro molto a cuore, e a un certo venne fuori la necessità di affrontare la questione con i parlamentari locali. E uno di loro si è chiesto: “Ma chi li conosce i nostri parlamentari?”».
Non li avevano votati?
«Sì, due o tre anni prima. Ma non ne ricordavano più i nomi».
Lei le avrebbe viste di buon occhio le preferenze?
«Io vedo di buon occhio qualunque strumento che aumenti la scelta del cittadino al momento del voto. Oggi invece è costretto a ingoiare le scelte fatte da altri».
A sinistra dicono che quelle che voleva reintrodurre Meloni in realtà erano finte preferenze.
«Quello che io noto, seguendo la politica da cittadino, da cittadino preoccupato per lo scollamento tra partiti e società civile, è che non si sente più il fremito di libertà».
Cosa intende?
«Non c’è più quel desiderio di innovazione, quella voglia di libertà di scelta che scosse anche il Parlamento negli anni della mia riforma».
Le sembra un Paese più spento di allora?
«Sì, e come deluso, stanco, sfiduciato. Con un Parlamento che di conseguenza tende a conservare più che a innovare. Infatti la gente si rifugia nell’astensionismo».
Il premio di maggioranza previsto nella nuova legge elettorale è abnorme?
«Io vi preferisco di gran lunga il collegio uninominale, all’inglese, cioè tanti collegi quanti sono i parlamentari da eleggere, e chi vince va in Parlamento».
Ma cos’è successo esattamente alla Camera martedì?
«In politica è come nel calcio, nelle situazioni di confusione, e di incertezza, esplodono tutte le contraddizioni. Questo è l’ultimo capitolo dell’eterna battaglia tra innovatori e conservatori».