Primo sì alla legge elettorale, protestano le opposizioni: il nodo preferenze al Senato
di Gabriella CeramiApplausi liberatori dai banchi della maggioranza e proteste con cartelli dagli scranni dell’opposizione. La riforma della legge elettorale, che prevede l’obbligo dell’indicazione del candidato premier e un corposo premio di maggioranza per la coalizione che supera il 42%, passa in prima lettura con 217 voti a favore.
Il primo scoglio è stato superato. Per tutta la mattinata la tensione tra i partiti di governo è stata altissima dopo lo strappo di martedì sera quando è stato bocciato l’emendamento presentato da Fratelli d’Italia sulle preferenze, che ridimensionava di molto la parità di genere. Fino all’ultimo momento Giorgia Meloni ha temuto defezioni e nuovi franchi tiratori. Alla fine tutto è andato liscio nonostante qualche assenza di troppo che, nel gioco dello scaricabarile, i deputati forzisti hanno fatto notare: «Nella Lega ne mancavano dieci». Quattro in missione e sei ingiustificati, così risulta in effetti dai tabulati. Quanto basta per dimostrare che la partita non è ancora…
Applausi liberatori dai banchi della maggioranza e proteste con cartelli dagli scranni dell’opposizione. La riforma della legge elettorale, che prevede l’obbligo dell’indicazione del candidato premier e un corposo premio di maggioranza per la coalizione che supera il 42%, passa in prima lettura con 217 voti a favore.
Il primo scoglio è stato superato. Per tutta la mattinata la tensione tra i partiti di governo è stata altissima dopo lo strappo di martedì sera quando è stato bocciato l’emendamento presentato da Fratelli d’Italia sulle preferenze, che ridimensionava di molto la parità di genere. Fino all’ultimo momento Giorgia Meloni ha temuto defezioni e nuovi franchi tiratori. Alla fine tutto è andato liscio nonostante qualche assenza di troppo che, nel gioco dello scaricabarile, i deputati forzisti hanno fatto notare: «Nella Lega ne mancavano dieci». Quattro in missione e sei ingiustificati, così risulta in effetti dai tabulati. Quanto basta per dimostrare che la partita non è ancora conclusa e che da settembre si giocherà in Senato.
Intanto il leader di Forza Italia Antonio Tajani esulta dicendo che «non ci sono problemi all’interno della maggioranza perché la coalizione di centrodestra è coesa». Matteo Salvini invece si mostra molto più freddo e rilancia sulle preferenze, nonostante i malumori diffusi: «Spero che al Senato ci sia la possibilità di recuperare anche l’indicazione, a qualche titolo, delle preferenze».
Se la mattinata era iniziata a ritmo lento e con gli scranni semivuoti, quando si avvicina il momento del voto l’Aula si popola di ministri e sottosegretari. L’intervento di Giovanni Donzelli di FdI infiamma l’emiciclo: «Avete festeggiato come se aveste vinto i mondiali per aver impedito agli italiani di esprimere le preferenze», dice rivolgendosi al campo largo e ignorando i franchi tiratori in seno ai patiti di governo.
Le opposizioni non ci stanno: rumoreggiano, urlano, rispediscono le accuse al mittente. Elly Schlein lancia sfida Meloni: insegue Vannacci, è stata lei «l’assente in Aula nel voto sulle preferenze, ha tradito gli italiani» con le promesse disattese. «Le opposizioni, invece sono state unite in questa battaglia — rivendica la segretaria del Pd — e vi manderemo a casa con qualunque legge elettorale». Il centrosinistra è un fiume in piena. «Schiforma», la definisce Nicola Fratoianni, co-leader di Avs. Giuseppe Conte, presidente M5S, avverte: «Non vi permetteremo di confondere il colle del Quirinale con Colle Oppio!». Poi, a ridosso del voto, vengono esposti cartelli che recitano «Legge truffa», «Meloni ha fallito». Riccardo Magi di +Europa cammina davanti ai banchi del governo sventolando un’enorme scheda elettorale.
Adesso il testo passa in Senato. Per iniziare la discussione in commissione bisognerà aspettare settembre, un modo per raffreddare gli animi. Tuttavia l’idea di riproporre l’emendamento sulle preferenze non è affatto tramontata, anzi il presidente di palazzo Madama Ignazio La Russa è già al lavoro. Tra le ipotesi, quella di inserire il principio del 60% come quota massima di genere per i capilista bloccati e l’obbligo che il secondo della lista sia di sesso diverso rispetto al primo.
L’opposizione sta preparando battaglia anche qui. Nel giorno del via libera alle pre-intese sull’autonomia per quattro regioni, il capogruppo del Partito democratico Francesco Boccia denuncia: «L’autonomia differenziata è diventata moneta di scambio per la nuova legge elettorale». Si spiegherebbe così l’apertura di Salvini alle preferenze.