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Più poteri alla polizia per il riconoscimento facciale. L’opposizione: è il Grande Fratello

Più poteri alla polizia per il riconoscimento facciale. L’opposizione: è il Grande Fratello
(ansa)

Il decreto legislativo che recepisce il regolamento europeo in materia amplia le possibilità di sorveglianza in piazze e strade per ragioni di ordine pubblico. I dati raccolti potranno essere conservati per 7 giorni

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In gioco c’è il confine sottile tra sicurezza e diritti. All’ombra della legge elettorale e degli screzi sulle intercettazioni, un decreto legislativo del governo Meloni si prepara ad ampliare i poteri di polizia sul riconoscimento facciale basato sull’intelligenza artificiale. In maniera significativa. Per effetto di due norme che non coincidono con il regolamento europeo – l’AI act – che il documento è chiamato a recepire. Si spingono oltre. Fino a sfiorare le vite di qualsiasi cittadino che si trovi ad attraversare un luogo interessato da esigenze di ordine pubblico. Una piazza predisposta per una manifestazione. Una strada dalla quale passerà un corteo. Uno stadio, una stazione. Per sette giorni i dati biometrici – i tratti del volto, la scansione dell’iride – di chi viene registrato da una telecamera di sorveglianza saranno salvati. Poi messi a disposizione degli inquirenti in caso di reati. Altrimenti cancellati.

È il punto più controverso, previsto all’articolo 10 del testo. Bersaglio delle critiche di giuristi e opposizioni insieme all’articolo 8, in base al quale, per le urgenze – minacce imminenti di terrorismo o la ricerca di persone scomparse – gli agenti potranno farsi autorizzare l’uso dei dati biometrici raccolti in tempo reale con l’intelligenza artificiale tramite «comunicazione, anche in forma orale» al pubblico ministero. Senza il via libera del gip. In barba all’Ue che richiede un’autorità giudiziaria terza.

Questi gli appunti di merito. Poi c’è il metodo. Lo strumento normativo: «Il decreto legislativo priva il parlamento di un controllo effettivo», ragiona Andrea Giorgis, giurista e capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali al Senato. «Su un tema così delicato si sarebbe dovuto scegliere la strada della legge ordinaria per permettere alle Camere una discussione su ogni singolo passaggio e la possibilità di presentare emendamenti». Invece il governo ha scelto un atto che interpella le commissioni parlamentari solo per i pareri non vincolanti. Che ora Palazzo Chigi vuole al più presto.

L’input politico – concordano fonti di maggioranza e opposizione – verrebbe dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Del resto già a giugno, il provvedimento approvato dal Cdm veniva trasmesso ai due rami del parlamento segnalando – con una lettera del ministro Luca Ciriani – «l’urgenza dell’esame». Ieri il primo blitz in commissione Politiche europee a Palazzo Madama: la maggioranza ha dato l’ok, le opposizioni sono insorte chiedendo un rinvio. Invano. Alla Camera i dem hanno depositato nelle commissioni Giustizia e Affari costituzionali – chiamate ad esprimersi oggi – un “parere favorevole condizionato”. È il tentativo di chiedere dei correttivi, spiega Debora Serracchiani, responsabile Pd sui temi giudiziari: «Alla magistratura e alle forze dell’ordine devono essere forniti tutti gli strumenti che consentano loro di svolgere al meglio le indagini, ma con questo provvedimento si eccede nell’uso di strumenti estremamente invasivi». Osservazioni condivise dal M5S, per voce del senatore Pietro Lorefice: «Una deriva pericolosa, il Parlamento non può essere degradato a mera formalità». Perché, concorda il collega di Azione Marco Lombardo, «il rischio è fondare l’attività investigativa su algoritmi privi di trasparenza». Intaccando la libertà di manifestazione, aggiunge il co-leader di Avs Angelo Bonelli: «Che si utilizzi l’IA per una profilazione di massa dei cittadini che partecipano a eventi politici è inaccettabile». Se non si corregge, rimarca la deputata di Iv Marianna Madia, «si spiana la strada verso un distopico Stato-Grande Fratello».

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