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Almasri, gli effetti della mossa di Nordio sui processi contro l’Italia e sui rapporti Roma-Tripoli

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Dopo l’invio alla procura della richiesta d’arresto del generale libico, il nostro Paese deve affrontare due procedimenti presso la Corte europea dei diritti umani e davanti all’assemblea dei paesi membri della Corte penale internazionale
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Una zavorra che il governo si trascina da quasi due anni. Quando Almasriè stato messo in fretta e furia su un Falcon di Stato con destinazione Tripoli, probabilmente nessuno dell’esecutivo avrebbe mai immaginato che il comandante libico sarebbe diventato così a lungo fonte di guai, politici e giudiziari. Lungi dal chiudere la partita, il clamoroso dietrofront del ministro Nordio, che con un anno e mezzo di ritardo ha inviato alla procura generale di Roma la richiesta di arresto di Almasri, rischia solo di complicarla. L’Italia ha infatti ancora due procedimenti aperti, uno davanti alla Cedu e uno davanti all’assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale, che dell’ennesima versione e dei futuri passi del governo terranno conto. E non necessariamente in senso positivo.

Alla Cedu si sono rivolte due delle vittime di Almasri, con due diversi esposti poi riuniti in un unico procedimento. Il rapido accompagnamento a Tripoli del generale libico – è la tesi dei legali dei due …

Una zavorra che il governo si trascina da quasi due anni. Quando Almasriè stato messo in fretta e furia su un Falcon di Stato con destinazione Tripoli, probabilmente nessuno dell’esecutivo avrebbe mai immaginato che il comandante libico sarebbe diventato così a lungo fonte di guai, politici e giudiziari. Lungi dal chiudere la partita, il clamoroso dietrofront del ministro Nordio, che con un anno e mezzo di ritardo ha inviato alla procura generale di Roma la richiesta di arresto di Almasri, rischia solo di complicarla. L’Italia ha infatti ancora due procedimenti aperti, uno davanti alla Cedu e uno davanti all’assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale, che dell’ennesima versione e dei futuri passi del governo terranno conto. E non necessariamente in senso positivo.

Alla Cedu si sono rivolte due delle vittime di Almasri, con due diversi esposti poi riuniti in un unico procedimento. Il rapido accompagnamento a Tripoli del generale libico – è la tesi dei legali dei due rifugiati, un giovane uomo sud-sudanese e una donna ivoriana, che la Corte ha ordinato di proteggere con un rigido anonimato - è una palese violazione non solo dei diritti fondamentali, ma anche di norme e convenzioni internazionali che impongono ad uno Stato di collaborare con le autorità straniere e internazionali in caso di violazione dei diritti umani.

Una tesi cristallizzata dal procedimento avviato dalla Cpi, che si è concluso con il deferimento dell’Italia davanti all’assemblea degli Stati per inadempimento degli obblighi derivati dal trattato fondativo della stessa Corte. Si tratta di due percorsi processuali autonomi, ma che necessariamente si nutrono l’uno dell’altro, spiega la giurista Chantal Meloni, che insieme all’avvocato Saccucci assiste una delle vittime.

Di base, c’è un dato. “Il silenzio con cui l’Italia ha risposto alle richieste della Corte dimostra quale fosse il reale fine ultimo di tutta l’operazione”, sottolinea Meloni, che ricorda anche come il Tribunale dei ministri abbia già messo nero su bianco che in quei giorni concitati alcuni esponenti del governo potrebbero aver commesso dei reati. La maggioranza li ha blindati con l’immunità e per i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e per il sottosegretario Alfredo Mantovano il procedimento non è mai partito. Ma le carte restano e anche di quelle, regolarmente depositate agli atti, la Cedu potrebbe tener conto.

Ad aprile 2025 il procedimento è stato dichiarato “non inammissibile”, uno step non semplice da superare di fronte alla Corte, a maggio 2026 i giudici hanno chiesto spiegazioni dettagliate all’Italia, che avrà tempo fino a settembre per poter fare le proprie controdeduzioni, dopo toccherà alle parti offese.

Il governo Meloni aveva già provato, con scarso successo e più versioni- dalla “sicurezza nazionale” alla poca chiarezza delle norme – a spiegare come mai abbia riportato Almasri in Libia. All’Aja però le argomentazioni sono sempre sembrate poco convincenti. Risultato, il deferimento dell’Italia per inadempimento degli obblighi. Un peccato da autocrazie.

L’appuntamento adesso è per dicembre, con Roma costretta a difendersi di fronte all’assemblea degli Stati parte della Cpi, l’esito tutto da capire. “È probabile – osserva Chantal Meloni – che l’Italia tenti di dimostrare la propria buona fede e trincerarsi come in passato dietro la poca chiarezza delle norme. Ma se in quei giorni concitati avesse davvero avuto dubbi sulla procedura, perché non contattare la Cpi?”.

Determinante per dimostrare l’asserita buona fede dell’esecutivo potrebbero essere i passi futuri, che rischiano però di far entrare in rotta di collisione Roma e Tripoli. Una formale richiesta di arresto per Almasri potrebbe sfociare in una richiesta di estradizione, che per legge deve essere formalmente inoltrata dal ministero della Giustizia di Carlo Nordio. Esattamente lo stesso ufficio (e ministro) che un anno e mezzo fa è stato all’origine del pantano in cui è naufragato il mandato di arresto spiccato dalla Cpi. E per il governo, un pericoloso testacoda, che neanche la condanna di Almasri a Tripoli può contribuire a evitare.

In Libia l’ex capo della polizia giudiziaria è stato condannato per accuse del tutto simili a quelle che la procura dell’Aia gli muove, ma il procedimento è diverso e la procura della Corte continua a chiedere a Tripoli che Almasri venga consegnato. Traduzione, il procedimento c’è ancora – lui di recente ha persino tentato di ricusare i giudici – la procura continua a chiedere la sua consegna e l’Italia rischia di tornare a essere parte in causa. E avrebbe anche gli strumenti per intervenire: non più tardi di qualche settimana fa, il capo della Polizia Vittorio Pisani ha annunciato l’inizio di un progetto investigativo e di scambio di informazioni con diverse polizie, inclusa quella libica.

Una posizione scomoda per il governo Meloni, che da anni fa sfoggio delle “ottime relazioni di collaborazione” con la Libia di Dbeibeh, difese e finanziate in nome del “controllo delle frontiere”. Solo una settimana fa, in commissione Esteri alla Camera, è stata rifinanziata con circa 24 milioni la presenza di un contingente di 224 fra militari e finanzieri con compiti di addestramento, assistenza e manutenzione dei mezzi navali. Per il governo un esborso necessario “per proteggere le frontiere”, per l’opposizione uno spreco di denaro pubblico destinato a Paesi impossibili da definire democratici, per associazioni per i diritti umani e ong un pericoloso strumento di ricatto messo in mano ad autocrazie che non esitano a mettere a rischio migliaia di vite umane in cambio di (ulteriore) denaro per trattenerle.

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