Manuel Vilas fa capire subito che Ceuta è un passaggio, un confine non solo geografico ma morale. I morti, saliti nelle ultime ore a 86, chiedono all’Europa risposte. Lo scrittore spagnolo mette da parte la letteratura e parla di politica, di quello che sta accadendo. «Ceuta interroga le nostre coscienze. Interroga la coscienza dell’Europa». È preoccupato Vilas, ripete più volte che «sono le vittime a chiederci una risposta».
Di chi è la responsabilità di questa tragedia?
«La cosa che rattrista è che le persone sono state usate come arma politica. Il primo responsabile è a mio parere il re del Marocco Mohammed VI, che avrebbe dovuto preoccuparsi della sicurezza di Ceuta, essendo la città nel suo territorio, pur facendo parte della Spagna. Il re sapeva quanto stava accadendo, sapeva che migliaia di persone, 60 mila per l’esattezza, erano entrate nella città nell’arco di circa 24 ore».
Come valuta la misura di Giorgia Meloni di sospendere temporaneamente Schengen, reintroducendo control…
Manuel Vilas fa capire subito che Ceuta è un passaggio, un confine non solo geografico ma morale. I morti, saliti nelle ultime ore a 86, chiedono all’Europa risposte. Lo scrittore spagnolo mette da parte la letteratura e parla di politica, di quello che sta accadendo. «Ceuta interroga le nostre coscienze. Interroga la coscienza dell’Europa». È preoccupato Vilas, ripete più volte che «sono le vittime a chiederci una risposta».
Di chi è la responsabilità di questa tragedia?
«La cosa che rattrista è che le persone sono state usate come arma politica. Il primo responsabile è a mio parere il re del Marocco Mohammed VI, che avrebbe dovuto preoccuparsi della sicurezza di Ceuta, essendo la città nel suo territorio, pur facendo parte della Spagna. Il re sapeva quanto stava accadendo, sapeva che migliaia di persone, 60 mila per l’esattezza, erano entrate nella città nell’arco di circa 24 ore».
Come valuta la misura di Giorgia Meloni di sospendere temporaneamente Schengen, reintroducendo controlli mirati per gli arrivi di migranti dalla Spagna?
«È una decisione inconcepibile, inaccettabile e perdipiù inutile, visto che i migranti sono stati rispediti indietro. Mi sembra un provvedimento che non ha niente a che fare con la situazione reale, un artificio politico, propagandistico».
Pensa anche lei che dietro alla tragedia di Ceuta possa esserci una convergenza di intenti in chiave anti-Sánchez tra Trump e il Marocco?
«Trump può avere spinto perché queste migliaia di persone venissero usate per fini politici. L’inimicizia tra Trump e Sánchez è nota e può avere giocato un ruolo. Lo scacchiere di Ceuta chiama in causa tutti, le responsabilità sono molteplici, su più fronti, e riguardano anche il premier spagnolo».
Che avrebbe potuto o dovuto fare?
«Ceuta è stata abbandonata da tutti, anche dalla Spagna. La mancanza di misure di sicurezza non ha evidentemente preoccupato abbastanza il governo di Madrid, così come non ha interessato il Marocco. Il risultato è sotto i nostri occhi. Sánchez ha sempre manifestato di avere un certo timore verso Mohammed VI, per motivi che francamente mi sfuggono. Ceuta doveva essere presidiata meglio, non lasciata in balia degli eventi. Sono mancati invece i controlli della polizia».
L’immigrazione è però al centro della politica di Sánchez. Non crede che la scelta di legalizzare 500 mila immigrati irregolari costituisca un modello?
«Non parlerei di modello, penso che la regolarizzazione doveva essere fatta mostrando maggiore attenzione alle garanzie da offrire ai migranti, al di là di un permesso di soggiorno e di lavoro valido per un anno. Il principio di integrazione che ha ispirato Sánchez è buono ma la sanatoria a mio parere, gestita in questo modo, non è uno strumento utile per far fronte allo smarrimento della società. Può addirittura generare un effetto contrario a quelle che erano le intenzioni iniziali».
Si riferisce a qualcosa in particolare?
«Sono d’accordo con chi ha parlato di un “effetto calamita” che può spingere e incoraggiare nuovi arrivi irregolari. La Spagna non ha la capacità di assorbire numeri troppo alti di ingressi».
I dati economici sembrerebbero dire il contrario. La Spagna ha un Pil in crescita, con prestazioni migliori della media dell’Unione europea.
«Non starei attento solo alla macroeconomia ma anche alla vita reale degli spagnoli. Il Pil va bene, è vero, ma la società non è così prospera come si potrebbe pensare. Da scrittore e da osservatore della quotidianità, le dico che il popolo spagnolo non vive meglio di qualche anno fa e che deve affrontare molte difficoltà».
L’immigrazione rimane il cuore di ogni politica futura, quali sono a questo punto le strade percorribili?
«Dovremmo arrivare a sottoscrivere un grande patto europeo per legalizzare l’immigrazione illegale. Il modello Sánchez andrebbe reso finalmente efficace migliorandone gli strumenti, che evidentemente si sono rivelati deboli. È indubitabile che l’Europa abbia bisogno di migranti. Ne ha bisogno la nostra economia, ma non deve trattarsi di misure indiscriminate. Bisogna fare attenzione perché il messaggio che passa non sia “tutti possono venire”. Non sarebbe proficuo né per loro né per noi. L’integrazione per riuscire ha bisogno di regole e garanzie».
Sánchez è diventato il bersaglio delle destre. Ieri ha chiesto solidarietà all’Europa.
«Come le dicevo, Ceuta è una tragedia che interroga le nostre coscienze. C’è una domanda che continua a perseguitarmi e che penso sia l’unica domanda possibile. A chi parlano quegli 86 morti? Chi ne risponde veramente al di là della propaganda politica? Sulla coscienza di chi pesano? Erano perlopiù giovani, in gran parte morti in mare. Io penso a loro. Attraverso la lente di Ceuta stiamo assistendo al fallimento della politica migratoria della Spagna ma anche dell’Europa».