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Il pasticcio della risoluzione. Salvini avverte gli alleati:“Così non la voteremo mai”

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Lo sconforto del ministro dell’Economia: “Il testo era concordato”. Faide nel partito e il leader pensa a una convention pre-Pontida
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Per evitare bizze a destra, il testo della risoluzione su energia e armi, con Safe incorporato, piomba nelle chat dei capigruppo poco dopo l’alba: sono le sei di mattina. Il ministro Giancarlo Giorgetti aveva promesso il documento già per la sera prima, subito dopo l’audizione in commissione bilancio. Ma la materia era incandescente. E il battibecco con Claudio Borghi, alfiere dei leghisti anti-Safe (e anti-armi) proprio nell’organismo di Palazzo Madama, aveva spinto gli sherpa della maggioranza a un’ulteriore professione di prudenza: «La risoluzione non va fatta girare, tocca darla il più tardi possibile». Dunque all’alba, poco prima che a Montecitorio inizi il dibattito.

Il ministro dell’Economia in realtà, imboccando l’ingresso della Cam…

Per evitare bizze a destra, il testo della risoluzione su energia e armi, con Safe incorporato, piomba nelle chat dei capigruppo poco dopo l’alba: sono le sei di mattina. Il ministro Giancarlo Giorgetti aveva promesso il documento già per la sera prima, subito dopo l’audizione in commissione bilancio. Ma la materia era incandescente. E il battibecco con Claudio Borghi, alfiere dei leghisti anti-Safe (e anti-armi) proprio nell’organismo di Palazzo Madama, aveva spinto gli sherpa della maggioranza a un’ulteriore professione di prudenza: «La risoluzione non va fatta girare, tocca darla il più tardi possibile». Dunque all’alba, poco prima che a Montecitorio inizi il dibattito.

Il ministro dell’Economia in realtà, imboccando l’ingresso della Camera, si mostra piuttosto sereno, con l’aria di chi non teme inciampi. Il motivo? Il testo della risoluzione che viene protocollata intorno alle 9 di mattina, prima delle sue comunicazioni, porta la firma di tutti i capigruppo, incluso il leghista Riccardo Molinari. Soprattutto, il passaggio su Safe era stato concertato al vertice dei leader dell’altro ieri, a Palazzo Chigi. Giorgia Meloni, Antonio Tajani e lo stesso Matteo Salvini avevano acceso il semaforo verde, dopo una discussione fumantina. Perché il capo dei forzisti si era presentato con una bozza molto più assertiva, sull’accesso al prestito europeo per la difesa. Si chiedeva al governo di «attivare le migliori condizioni di finanziamento delle spese della Difesa, compreso il programma Safe». Con un altro passaggio, poi depennato, che prevedeva di portare gli investimenti fino all’1% (resteranno invece allo 0,9%). Nelle premesse, l’azzurro avrebbe voluto inserire anche qualche passaggio di elogio allo strumento pensato da Ursula von der Leyen, «utile per rafforzare il pilastro europeo della Nato e l’autonomia strategica dell’Europa». Salvini, davanti alla premier, ha fatto subito capire che così era indigeribile. Alla fine si era raggiunto un compromesso.

A guastare l’aria di quiete, ci pensa però Borghi. Che di mattina, letta la prima risoluzione, comincia a tempestare gli alleati di telefonate. Recapitando un messaggio tranchant: «Così la risoluzione non la votiamo». Il problema, per Giorgetti, Tajani, Meloni e la maggioranza, è che non si tratta della sortita solitaria di un senatore. Salvini fa sapere di essere d’accordo: il testo va cambiato, ancora. Molti salviniani di ferro nelle chat e nelle chiacchiarate del transatlantico se la prendono con Giorgetti, accusato di avere favorito le richieste di Forza Italia, in realtà ammorbidite. Giorgetti, ai pochi colleghi con cui si confida, racconta di essere «sconfortato». «Questi», cioè i leghisti che stanno montando la polemica come la panna, «non capiscono niente di numeri». Però davanti alla pressione del vicepremier lumbard, il testo va per forza ritoccato. Meloni non può rischiare un clamoroso testacoda. La pratica viene affidata a Federico Freni, altro leghista, sottosegretario al Mef. Studia la nuova formula. Avvisa la Difesa, che dà l’ok. E nella saletta del governo della Camera, dove l’aspettano Giorgetti e i capigruppo, telefona a Salvini. Il segretario si fa leggere la nuova versione. Incassa una formula ancora più vaga sul prestito Ue e l’impegno di privilegiare le spese in «sicurezza nazionale». Solo a quel punto dà il via libera. L’incidente parlamentare viene scongiurato, il pasticcio resta. Come l’amarezza di Giorgetti, che giudica peraltro insostenibile (e dannosa) la richiesta di «paletti al Safe» che intanto formalizza il solito Borghi. Perché più si mettono paletti, è il ragionamento, più sarà complicato spendere quei soldi e liberare risorse per altre materie, incluse quelle care al Carroccio.

I meloniani allargano le braccia: «Citofonate a via Bellerio, il problema è tutto lì». Salvini conosce le sue truppe, come i venti di scissione che soffiano dal Nord, alimentati dalle mosse, ormai scoperte, di Attilio Fontana e Luca Zaia. Impraticabile allestire una campagna elettorale così. Ecco allora l’ultima idea: per provare a serrare i ranghi, vuole una «convention programmatica» a settembre. Prima di Pontida, dove i “nordisti” pensano a proteste più spintanee che spontanee. All’adunata sta lavorando sottotraccia il braccio destro Claudio Durigon, appena eletto presidente della lega Pallavolo. Dovrà convincere i colleghi di scranno almeno a fare pratica con i fondamentali: ricezione, palleggio e copertura. Perché la schiacciata, per ora, se la danno tra compagni di squadra.

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