Parecchi dubbi, pochissime certezze: sembrano cosa fatta, invece forse no. Le primarie le vogliono sia Elly Schlein che Giuseppe Conte, molto meno un bel pezzo di Pd; e pure i rossoverdi sono parecchio critici. Il timore è che, invece di fare bene e diffondere entusiasmo, producano un effetto destabilizzante nella coalizione progressista. «Questo tema, cioè l’opportunità o meno di farle, va portato in una sede di confronto interno al partito – dice l’ex ministro Andrea Orlando – e comunque non darei per scontato che si arrivi davvero a una nuove legge elettorale». Quella voluta dalla destra e che prevede l’indicazione di un candidato premier su scheda e programmi.
Un altro ex ministro come Roberto Speranza, parlando al Corsera invita a lasciar perdere i gazebo: «Sarebbero un errore politico». La…
Parecchi dubbi, pochissime certezze: sembrano cosa fatta, invece forse no. Le primarie le vogliono sia Elly Schlein che Giuseppe Conte, molto meno un bel pezzo di Pd; e pure i rossoverdi sono parecchio critici. Il timore è che, invece di fare bene e diffondere entusiasmo, producano un effetto destabilizzante nella coalizione progressista. «Questo tema, cioè l’opportunità o meno di farle, va portato in una sede di confronto interno al partito – dice l’ex ministro Andrea Orlando – e comunque non darei per scontato che si arrivi davvero a una nuove legge elettorale». Quella voluta dalla destra e che prevede l’indicazione di un candidato premier su scheda e programmi.
Un altro ex ministro come Roberto Speranza, parlando al Corsera invita a lasciar perdere i gazebo: «Sarebbero un errore politico». La scelta del candidato premier che dovrà fronteggiare Giorgia Meloni nel 2027 – quando esattamente? Anche questo non si sa – agita da mesi, neanche troppo sottotraccia, il dibattito interno. E Speranza, esponente della sinistra dem, sostenitore di Schlein al congresso e tra i promotori del “correntone” nato a Montepulciano, si è assunto così il compito di mettere nero su bianco i dubbi di chi vorrebbe evitare lo scontro.
Le possibilità in campo sono tre: o a guidare la coalizione sarà il leader del partito che raccoglie più voti, cioè con ogni probabilità Schlein; o si celebrano le primarie oppure, terza opzione, dal cilindro esce fuori il nome che mette tutti d’accordo. Figura che al momento non esiste. C’è chi giura che Conte, di fronte a un profilo davvero competitivo e unificante, possa essere disponibile al passo indietro; impossibile da fare però se Schlein resta in campo, l’elettorato dei 5 Stelle non accetterebbe mai una posizione troppo subalterna. «Silvia Salis poteva avere le caratteristiche giuste – confida un esponente dem – ma scalpita troppo». Nel Movimento si aggiunge una riflessione: senza Conte guida della coalizione, al centrosinistra mancherebbe un pezzo di elettorato 5 Stelle, quello necessario a vincere le elezioni, un 4-5 per cento fondamentale. Anche perché c’è l’ex Alessandro Di Battista alla finestra: con una coalizione a guida Schlein, potrebbe capitanare i delusi ex M5S.
Dietro il confronto sul metodo c’è comunque, come detto, la preoccupazione che una sfida particolarmente aspra possa logorare il centrosinistra prima ancora di arrivare alle urne, facendo riemergere lo scenario dell’autunno 2022: Pd e M5S separati e strada spianata alla vittoria della destra. La richiesta che arriva in chiaro da Avs è di non cominciare dalla conta dei candidati, ma dalla costruzione della coalizione con il relativo programma, o parole d’ordine da presentare al Paese.Un esperto come Romano Prodi lo aveva detto già quattro mesi fa: «Le primarie sono da ripensare».
Intanto a metà settembre sono previsti due appuntamenti da tenere a mente: la chiusura della festa nazionale dell’Unità il 13 settembre a Reggio Emilia, e la fine del percorso Nova del M5S, il 19 e 20 settembre a Milano. A quel punto, perlomeno si procederà con la preparazione del programma per l’alternativa. E sarà più chiaro, forse, con quale legge elettorale si voterà e quando. Nel Pd si confida molto nelle divisioni del centrodestra, con la Lega dilaniata al proprio interno: il possibile accordo tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni (tu mi voti il Melonellum, io ti rimando agli Interni) potrebbe cozzare con la ribellione dei nordisti che non vogliono vedersi decimati.
Al Nazareno, comunque vada, l’impostazione ufficiale non cambia: o il candidato viene espresso dalla forza politica che prende un voto più degli alleati oppure si passa dalle primarie. Se per definire le regole bisognerà attendere l’approvazione della legge elettorale, attesa non prima dell’autunno inoltrato, potrebbe restare pochissimo tempo per ricucire le ferite prodotte dalla competizione, a quel punto fissata tra dicembre e gennaio. Una corsa che in realtà sembra già iniziata: vedi il confronto aperto da Conte sulla cultura woke e, più in generale, la crescente necessità di Pd e M5S di marcare le rispettive identità. Ed è qui che torna l’assillo di chi vorrebbe evitare del tutto la sfida ai gazebo. Da festa di popolo a resa dei conti.