Preferenze, tensioni in Senato poi FdI fa dietrofront, passano i capilista bloccati
di Concetto Vecchio«Indietro tutta!». Il senatore renziano Enrico Borghi cita Renzo Arbore. Per sintetizzare il dietrofront della maggioranza sulla legge elettorale ripesca la trasmissione mito degli anni Ottanta. E ci vorrebbe davvero il nonsense di Nino Frassica per illuminare quanto avvenuto: per salvare se stesso, e la sua alleanza, Fratelli d’Italia alla fine vota contro il subemendamento dell’opposizione che puntava a introdurre le preferenze - storicamente care a Giorgia Meloni - e a togliere i capilista bloccati dalla legge elettorale.
Fino alla tarda mattinata i Fratelli non escludevano di votare sì, sfidando le contrarietà di Lega e Forza Italia. Poi è prevalsa la Realpolitik. La maggioranza non cade. Non si va a votare a gennaio. Lo psicodramma rientra. Ma non la sensazione di caos, della navigazione a vista. Ieri Roberto Vannacci, il fantasma che agita le notti della premier, l’aveva esplicitamente invitata a votarlo, quell’emendamento. «Per coerenza». Tutto ruota ormai attorno al generale:…
«Indietro tutta!». Il senatore renziano Enrico Borghi cita Renzo Arbore. Per sintetizzare il dietrofront della maggioranza sulla legge elettorale ripesca la trasmissione mito degli anni Ottanta. E ci vorrebbe davvero il nonsense di Nino Frassica per illuminare quanto avvenuto: per salvare se stesso, e la sua alleanza, Fratelli d’Italia alla fine vota contro il subemendamento dell’opposizione che puntava a introdurre le preferenze - storicamente care a Giorgia Meloni - e a togliere i capilista bloccati dalla legge elettorale.
Fino alla tarda mattinata i Fratelli non escludevano di votare sì, sfidando le contrarietà di Lega e Forza Italia. Poi è prevalsa la Realpolitik. La maggioranza non cade. Non si va a votare a gennaio. Lo psicodramma rientra. Ma non la sensazione di caos, della navigazione a vista. Ieri Roberto Vannacci, il fantasma che agita le notti della premier, l’aveva esplicitamente invitata a votarlo, quell’emendamento. «Per coerenza». Tutto ruota ormai attorno al generale: anche il destino delle regole elettorali.
In tarda mattinata un vertice a cui partecipa la ministra Casellati sancisce la tregua. Poco dopo il sottosegretario alla Giustizia, Alberto Balboni, assicura che il governo arriverà alla scadenza naturale. Alle 14 spunta nel Transatlantico Luca De Carlo, il meloniano delle Dolomiti. Allegro, ha con sé un libro, di Richard Sennett, L’uomo artigiano. Si accoda Guido Castelli, Commissario al sisma, «lui è un vecchio dc prestato ai terremoti», lo accoglie De Carlo. Motteggiano su Franco Battiato. I tantissimi cronisti accorsi al Senato capiscono da questo clima che non ci sarà alcun patatrac. Infatti De Luca, prima di scomparire in aula, dice ridendo ad Andrea Martella del Pd: «Secondo te che cosa farà la maggioranza?». Martella lo guarda spaesato.
Scoppia un acquazzone tropicale, che spezza l’incantesimo dell’estate. In aula ci sono solo quattro ministri: Calderoli, Casellati, Zangrillo, Ciriani. L’M5s Stefano Patuanelli attacca il capogruppo meloniano Lucio Malan che aveva definito Giuseppe Conte «un signor nessuno». «Come vi permettete di definire così un grande avvocato, voi che avete una leader che non ha mai lavorato in vita sua». Beppe De Cristofaro, Sinistra italiana, si rifugia in Nanni Moretti: «Mi si nota di più se la faccio saltare la legge oppure se faccio finta di niente?».
Alle 15,55 Malan dichiara chiusi i giochi: «Votiamo contro l’emendamento delle opposizioni». Il tabellone si colora di rosso. È respinto: 68 sì, 99 contrari. «Vergogna!» gridano da sinistra. Alle ore 18 passa l’emendamento del centrodestra: capolista bloccato con tre crocette su una lista prestampata di sei nomi. Preferenze per modo di dire. Meloni però esulta: «Mancavano dal 1993. La sinistra non è credibile, visto che non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa». Spuntano i cartelli a destra: «Con noi le preferenze, con loro zero preferenze». «Grazie al contributo determinante di Forza Italia tornano, il resto sono chiacchiere da bar» fa notare Stefano Benigni, Forza Italia.
Passano altre due novità. Si porta da 1500 a 9000 il numero minimo e da 2000 a 10mila il numero massimo delle firme che le formazioni politiche non presenti in Parlamento dovranno raccogliere per ogni collegio per presentarsi alle elezioni. «Una norma salva casta», denuncia Conte. Così servirebbero settecentomila firme, ha calcolato Filiberto Zaratti di Avs: «Un attentato alla democrazia». Per chi come Futuro nazionale e +Europa ha una componente parlamentare (non un gruppo) basteranno 1500 firme invece che 9000. Si va inoltre verso la cancellazione della norma “anti-cespugli”. Prevede che i voti dei partiti sotto il 3 per cento non siano conteggiati ai fini dell’assegnazione del premio di maggioranza alla coalizione. In questo modo i voti di tutte le liste (anche sotto l’1%) concorreranno al computo nazionale.
A fine giornata resta la domanda: cosa vuole davvero fare Meloni?