Addio a Emma Bonino: amori e dolori della ragazza di Bra che sognava l'Europa e meritava il Colle
di Francesco BeiÈ stata la migliore presidente della Repubblica che l’Italia non abbia mai avuto. Il punto più alto di una lunga vita da militante radicale, culminata nella primavera del 1999 nella “follia” di una candidatura “all’americana” al Quirinale, con tanto di slogan - «Finalmente l’uomo giusto» - comitato elettorale, spot tv, libretti agiografici distribuiti in migliaia di copie. Grazie a lei, alla sua immagine potentissima, alle copertine che i settimanali internazionali le avevano dedicato quando era commissaria Ue, alle successive europee i radicali arrivarono a una vetta mai più raggiunta, né prima né dopo: oltre due milioni e mezzo di voti, pari all’8,5%, più di quanti ne ha presi il M5S di Conte nel 2024 per fare un paragone.
È il segno della straordinaria esistenza di Emma Bonino, la ragazza della provincia italiana – nata a Bra, in provincia di Cuneo -, capace di passare dalla lotta sui marciapiedi al vertice delle Istituzioni e ritorno. Non una teorica, ma una persona che ha incarna…
È stata la migliore presidente della Repubblica che l’Italia non abbia mai avuto. Il punto più alto di una lunga vita da militante radicale, culminata nella primavera del 1999 nella “follia” di una candidatura “all’americana” al Quirinale, con tanto di slogan - «Finalmente l’uomo giusto» - comitato elettorale, spot tv, libretti agiografici distribuiti in migliaia di copie. Grazie a lei, alla sua immagine potentissima, alle copertine che i settimanali internazionali le avevano dedicato quando era commissaria Ue, alle successive europee i radicali arrivarono a una vetta mai più raggiunta, né prima né dopo: oltre due milioni e mezzo di voti, pari all’8,5%, più di quanti ne ha presi il M5S di Conte nel 2024 per fare un paragone.
È il segno della straordinaria esistenza di Emma Bonino, la ragazza della provincia italiana – nata a Bra, in provincia di Cuneo -, capace di passare dalla lotta sui marciapiedi al vertice delle Istituzioni e ritorno. Non una teorica, ma una persona che ha incarnato una teoria della prassi fin da quando, nel 1974, incrocia la politica perché la politica la considera una fuorilegge. L’aborto in Italia è infatti un reato e le donne che non vogliono una gravidanza hanno due alternative: andare all’estero, per chi può permetterselo, oppure rischiare la vita con ferri da calza, cucchiai d’oro e pozioni stregonesche da “mammane”. «Dopo avere vissuto un aborto ed essermi umiliata ho deciso che non sarebbe accaduto mai più a nessuna», ha raccontato Bonino. Sono i mesi febbrili del Cisa di Firenze - Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto - di Adele Faccio, delle autodenunce con Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia, dell’arresto dopo le copertine-scandalo del settimanale della destra più reazionaria, il Borghese, lo stesso che dava dell’invertito e della checca a Pier Paolo Pasolini (a proposito di certe appropriazioni tardive di PPP).
Quella battaglia fu uno dei grandi successi di Bonino, dei radicali e di alcuni socialisti illuminati come Loris Fortuna, culminata nella legge 194 che, con tutti i suoi limiti, ha garantito da allora un diritto in più per le italiane e salvato la vita a chissà quante donne. Anni straordinari che la trovano sempre sulle barricate per la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, l’obiezione di coscienza, il voto ai diciottenni, la battaglia contro le leggi emergenziali al tempo del terrorismo rosso e nero, sulla giustizia giusta con Enzo Tortora, la lunga campagna contro lo sterminio per fame.
Ma la stella che ha illuminato gli ultimi lustri di vita di quella che l’Economist definiva nel 1999 «astro nascente della politica europea» è stato il grande sogno degli Stati Uniti d’Europa. Una vera federazione, con un presidente eletto direttamente, un solo esercito, una sola diplomazia. A questa missione ha votato se stessa, fino alla sfortunata lista “Stati Uniti d’Europa” fatta insieme a Matteo Renzi, con cui nel 2024 mancò per poco il quorum (di appena lo 0,4%) a causa della rottura di Carlo Calenda. Ma, al di là delle strategie elettorali, la seconda parte della vita di Bonino – dopo la militante pannelliana e la deputata italiana –, è stata forse quella che ricordava con più orgoglio: commissaria europea, la prima radicale a incarnare un vero ruolo esecutivo di vertice. Nominata dal governo Berlusconi, aveva la delega sui consumatori e sulla pesca, ma verrà ricordata per la terza missione del suo portafoglio: gli aiuti umanitari. All’epoca, siamo nel 1995, nessuno conosceva un commissario Ue con quella carica. Con Emma Bonino cambiò tutto e vennero le missioni in Ruanda, in Somalia, nel Kurdistan iracheno, in Afghanistan, dove venne arrestata dai talebani - un’esperienza che la portò a ideare la campagna internazionale “un fiore per le donne di Kabul” - in Medio oriente e soprattutto in Bosnia, dove i musulmani erano massacrati dai serbi. La non violenta che marciava per la pace negli anni Ottanta si trovò di fronte a un bivio morale, girarsi dall’altra parte oppure sostenere un intervento armato per impedire il compiersi della pulizia etnica? «Sono per la supremazia del diritto ad ogni costo – disse - ed è amaro doversi arrendere all'evidenza che esistono circostanze storiche in cui la difesa della legalità non può essere affidata, ancorché temporaneamente, che all'uso delle armi». Con l’Ucraina arrivò alle stesse conclusioni.
Proprio la guerra nella ex Jugoslavia fu il terreno su cui Bonino, con altri, iniziò a pensare e a proporre di istituire un Tribunale penale internazionale per giudicare i crimini di guerra. Fondatrice con Pannella di “Non c’è pace senza giustizia”, Bonino si trasferì a Roma da Bruxelles nella calda estate del 1998, durante i negoziati sullo Statuto di Roma per la creazione della Corte Penale Internazionale. In quei giorni l’attivista da strada si alternava alla politica esperta dei corridoi diplomatici: la mattina partecipava alle trattative come rappresentante della Commissione europea, il pomeriggio usciva a salutare i militanti del partito radicale transnazionale accampati fuori dalla sede della FAO che ospitava i lavori. Se oggi qualcuno può pensare di giudicare i crimini di Putin o Netanyahu è anche grazie a lei. Non altrettanto successo ebbe nei due ruoli come ministra, delle politiche europee con il secondo governo Prodi e alla Farnesina con Enrico Letta, esperienze non memorabili anche per la scarsa durata dei due esecutivi.
A proposito di Israele, è noto che il partito radicale, e la stessa Bonino, hanno sempre difeso il diritto all’esistenza della patria degli ebrei, al tempo minacciata dall’attacco esterno dei paesi arabi confinanti e dal terrorismo interno palestinese. Una posizione che attirò loro in Italia l’inimicizia della sinistra comunista schierata con l’Olp. Ma all’indomani del 7 ottobre, da “sincera amica di Israele”, Bonino scongiurò pubblicamente il governo israeliano a non invadere Gaza all’indomani della strage di Hamas. Di più, considerava anche il “semplice” assedio della Striscia, l’aver tagliato acqua e luce alla popolazione, “non un semplice errore in una escalation del conflitto ma un crimine di guerra”.
Davvero incredibile, per una libertaria atea e anticlericale, il rapporto intenso avuto con i vari pontefici. A partire da Karol Wojtyla, che la ricevette in Vaticano nel 1986 insieme a Pannella per la campagna contro la fame nel mondo. E poi, naturalmente, papa Francesco, che le fece l’onore di una visita privata nella sua mansarda in centro, dietro campo de fiori. Invecchiati entrambi, sofferenti nella loro fisicità, il prete argentino e la ragazza di Bra si fecero una chiacchierata faccia a faccia entrambi seduti sulle rispettive sedie a rotelle. «Cerèa», le disse il Papa in dialetto piemontese, portandole un mazzo di fiori. Poi passarono a discutere delle cose che li interessavano entrambi, a partire dai migranti. Per quell’occasione Bonino, appena dimessa dall’ospedale per una caduta in casa, indossava un lezioso cappellino bordeaux, a sostituzione del solito turbante con cui celava la caduta dei capelli per la chemioterapia.
Ma forse il gesto che la descrive meglio e che riassume il suo metodo, la filosofia di vita, l’anima di questa donna all’apparenza rocciosa e persino burbera, risale al 1998, quando con Pannella porse le scuse all’ex presidente della Repubblica Giovanni Leone per la campagna che lo portò alle dimissioni nel 1978. Le scuse arrivarono quando Leone compì novant’anni, in forma pubblica, con una lettera aperta al Corriere della sera. «Avevamo sbagliato. Riconoscerlo fu un atto di onestà, credo rara. Era stata una campagna ingiusta». Dei suoi rapporti con il suo doppio maschile, Marco Pannella, si potrebbe scrivere un libro e magari consegnarlo a un bravo psicanalista. Lui si attribuiva i successi di lei, l’averla sempre portata avanti, come quando suggerì il nome di Bonino a Berlusconi per la nomina a Commissaria Ue. Lei a un certo punto ha iniziato a vivere questo “tutoraggio” come un peso, a non poterne più delle strambate improvvise del leader radicale che la costringevano all’imprevisto, a rimangiarsi impegni presi, a stravolgimenti a cui non era più pronta. Però riconosceva sempre che lui l’aveva spesso «obbligata a fare cose che io credevo di non poter fare». Alla fine di decenni di lotte comuni, tra Marco ed Emma si consumò infine la rottura e tra i radicali ci si divide ancora per attribuirne le “colpe” all’uno o all’altra. Intervistata in tv, dopo la morte di Pannella, di recente ammise di dover molto al vecchio compagno di battaglia: «Da lui ho imparato molto, c'è stata una rottura unilaterale da parte sua. Sono andata avanti».
Di più non voleva dire. Perché il personale è politico, dicevano i radicali, ma il privato è privato precisava sempre Bonino. Questa coltre di discrezione piemontese coprì la sua esperienza di “mamma”, avendo avuto in affido per quattro anni due bambine - Aurora e Rugiada - figlie di due donne che avrebbero voluto abortire, ma che non erano riuscite a farlo. Quando le bambine, che la chiamavano “mamma”, tornarono alle rispettive famiglie di origine, la mamma adottiva sentì una voragine intorno al cuore: «È stato terribile. Da una casa rumorosa e piena mi sono ritrovata in una casa silenziosa e vuota. Non l'ho sopportato e ho cambiato casa». Analoga ritrosia l’aveva a parlare dei suoi amori, nati entrambi in area radicale (come facevano i vecchi missini o i comunisti, anche tra radicali ci si innamorava tra simili): in gioventù la prima relazione seria con Marcello Crivellini, poi il rapporto lungo e tormentato con uno storico dirigente radicale come Roberto Cicciomessere, a cui l’Italia deve la legge sull’obiezione di coscienza. Con Cicciomessere scoprì da grande la passione per la vela, per le infinite distese oceaniche, per il vento che gonfia il gennaker. Come cantavano i suoi amati Simon&Gurfunkel, “sail on silver girl”.