Il Pd: “Hanno perso la faccia”. La sfida proseguirà alla Camera
di Giovanna VitaleQuando, alle cinque della sera, il tabellone luminoso che registra i voti espressi dai senatori fotografa la retromarcia di Meloni e dei suoi Fratelli sulle preferenze libere — invocate per anni a parole, ma al dunque negate nei fatti — fra i banchi del Pd Francesco Boccia e Alessandro Alfieri si scambiano un sorriso: largo come il campo che a palazzo Madama le ha provate tutte per scardinare le liste bloccate a cui Salvini e Tajani hanno appeso la sopravvivenza del governo.
Sulla carta la bocciatura degli emendamenti presentati dalle opposizioni, unite come mai prima, è una sconfitta. Nella pratica segna, forse per la prima volta, una vittoria delle forze di minoranza che «fa ben sperare, in prospettiva». Non solo hanno condotto insieme, senza defezioni né distinguo, la battaglia contro la riforma elettorale scritta dalla destra, ma insieme hanno pure costruito la trappola regolamentare in grado di smascherare «l’incoerenza» della presidente del Consiglio. Una manovra coordinata e co…
Quando, alle cinque della sera, il tabellone luminoso che registra i voti espressi dai senatori fotografa la retromarcia di Meloni e dei suoi Fratelli sulle preferenze libere — invocate per anni a parole, ma al dunque negate nei fatti — fra i banchi del Pd Francesco Boccia e Alessandro Alfieri si scambiano un sorriso: largo come il campo che a palazzo Madama le ha provate tutte per scardinare le liste bloccate a cui Salvini e Tajani hanno appeso la sopravvivenza del governo.
Sulla carta la bocciatura degli emendamenti presentati dalle opposizioni, unite come mai prima, è una sconfitta. Nella pratica segna, forse per la prima volta, una vittoria delle forze di minoranza che «fa ben sperare, in prospettiva». Non solo hanno condotto insieme, senza defezioni né distinguo, la battaglia contro la riforma elettorale scritta dalla destra, ma insieme hanno pure costruito la trappola regolamentare in grado di smascherare «l’incoerenza» della presidente del Consiglio. Una manovra coordinata e condivisa: pronta, ora, a essere replicata nell’ultimo round alla Camera, dove il voto sul testo modificato ieri sarà segreto e anticipato rispetto alla fiducia.
«Non è ancora finita», sibila il rossoverde Peppe De Cristofaro. Non serve chiarire il perché: al riparo dell’urna, la legge può essere impallinata di nuovo. A quel punto, game over: l’avvio su un binario morto sarebbe garantito. Il che farebbe tirare, specie al Pd, un doppio sospiro di sollievo: il Melonellum impone infatti l’indicazione preventiva del candidato premier, una volta approvato, le primarie fra Schlein e Conte diverrebbero ineludibili. Se invece resta il Rosatellum, l’obbligo di scegliere il leader della coalizione cadrebbe e l’intesa potrebbe limitarsi ai soli collegi uninominali. Facendo schizzare in alto l’opzione più gradita al Nazareno: il partito che prende più voti si aggiudica la guida del governo.
Motivo in più per intensificare lo scontro. «Meloni poteva scegliere: perdere la faccia o perdere la legge. Ha deciso di perdere la faccia», attaccano all’unisono il capogruppo dem e la segretaria. «Per due giorni i nostri emendamenti li hanno gettati nel caos. Da una parte le opposizioni unite per cancellare le liste bloccate e restituire agli elettori il diritto di votare chi vogliono. Dall’altra la maggioranza, paralizzata da veti e controveti» incalza Boccia, sicuro di aver «smascherato l’ipocrisia della presidente del Consiglio». Il perché è semplice: «Due mesi fa, dopo la bocciatura alla Camera delle loro preferenze fasulle, diceva: “Ci abbiamo provato, ha vinto di nuovo la palude”. Oggi noi», insiste Boccia, «gliele abbiamo portate libere, senza liste bloccate e FdI ha votato contro. Finalmente abbiamo scoperto dov’era la palude. Meloni voleva le preferenze finché erano finte. Quando sono diventate vere, ha preferito i nominati». Leste, le renziane Paita e Furlan, a mettere il dito nella piaga dell’alternanza di genere che avevano promesso di introdurre anche per i capilista, quelli che saranno certamente eletti, e non hanno fatto: «La maggioranza guidata dalla prima premier donna è contro le donne». Mentre Dario Parrini attacca: «L’underdog non c’è più. Al suo posto un’artista del galleggiamento passata dal tirare dritto al tirare a campare». Lo rimarca pure Angelo Bonelli: «Si reggono con lo scotch: sono tutti contro tutti. Meloni ha rinnegato la sua storia politica». Regina dei voltagabbana, per Giuseppe Conte: «Su un aspetto si dimostra coerente: tradisce sistematicamente tutti gli impegni presi con gli elettori».