Il segnale di Meloni agli alleati: “La legislatura non è finita”
di Gabriella CeramiLa premier in collegamento video
ROMA – La legislatura non è ancora finita, c’è «moltissimo ancora da fare». La premier Giorgia Meloni manda un messaggio agli alleati per rasserenare il clima, nel pieno delle tensioni per la legge elettorale. Prova ad allontanare la sensazione che sia scattato un liberi tutti in vista delle Politiche. Lascia intendere si possa arrivare alla scadenza naturale della legislatura, nell’autunno 2027. Anche se il voto in primavera resta un’opzione in campo.
In ogni caso, questo il messaggio alla sua maggioranza, i mesi finali saranno ordinati, non si devono temere passaggi traumatici o brusche rotture. «Le sfide che questo tempo ci sta mettendo di fronte sono particolarmente complesse», dichiara in collegamento con la festa dell’Udc. «Gli italiani devono sapere che c’è un governo che tiene la barra dritta, che non ha paura, che non scappa». Ancor più esplicito Antonio Tajani: «Non dovrebbero esserci elezioni anticipate. Il governo è stabile e c’è molto ancora da fare per questo Paese». E p…
ROMA – La legislatura non è ancora finita, c’è «moltissimo ancora da fare». La premier Giorgia Meloni manda un messaggio agli alleati per rasserenare il clima, nel pieno delle tensioni per la legge elettorale. Prova ad allontanare la sensazione che sia scattato un liberi tutti in vista delle Politiche. Lascia intendere si possa arrivare alla scadenza naturale della legislatura, nell’autunno 2027. Anche se il voto in primavera resta un’opzione in campo.
In ogni caso, questo il messaggio alla sua maggioranza, i mesi finali saranno ordinati, non si devono temere passaggi traumatici o brusche rotture. «Le sfide che questo tempo ci sta mettendo di fronte sono particolarmente complesse», dichiara in collegamento con la festa dell’Udc. «Gli italiani devono sapere che c’è un governo che tiene la barra dritta, che non ha paura, che non scappa». Ancor più esplicito Antonio Tajani: «Non dovrebbero esserci elezioni anticipate. Il governo è stabile e c’è molto ancora da fare per questo Paese». E per Matteo Salvini, il più tenace oppositore del ritorno alle urne, parla il leghista Claudio Durigon: «Dobbiamo votare a ottobre del prossimo anno».
In Parlamento però c’è da superare per la maggioranza l’ultimo scoglio della legge elettorale, approvata a colpi di forzature. Senza sorprese, complice il voto palese, il Senato martedì darà il via libera al testo. Tra le proteste dell’opposizione, che reputa il Melonellum incostituzionale. Ma tra i gruppi - in particolare FI e Lega - c’è agitazione per il nuovo meccanismo misto di capilista bloccati e preferenze. A loro la premier lancia messaggi distensivi.
Perché alla Camera, a fine mese, l’ultimo passaggio sarà a scrutinio segreto. Lì si potrebbero scaricare i malumori che attraversano i partiti di maggioranza. A dividere è soprattutto la penalizzazione delle candidate nella norma che prevede il capolista bloccato senza quote di genere (ora i candidati di uno stesso genere non possono superare il 60% del totale). L’esperienza non insegna. A luglio, a Montecitorio, il governo è stato battuto proprio perché le donne dei partiti di centrodestra, in particolare le deputate forziste e salviniane, si sono opposte nel voto segreto. A taccuini chiusi più d’una conferma che il problema esiste. «Per adesso non comunico, l’emendamento è stato da poco approvato, ma vedremo quando la legge arriverà alla Camera», risponde a domanda diretta la vicecapogruppo di Forza Italia, Deborah Bergamini, ostinata nella sua battaglia per la parità di genere. Le colleghe di opposizione cercheranno di convincere lei e le altre che è il caso di votare contro.
C’è poi il fronte della raccolta firme per i partiti non in Parlamento. Il centrodestra in chiave anti-liste civetta ha infatti quadruplicato le sottoscrizioni da raccogliere per chi non ha deputati o senatori (si passa da 1.500 a 6mila per collegio). Una raccolta monstre che - a conti fatti - costringe le nuove formazioni a dover presentare circa 300 mila firme solo per Montecitorio per presentarsi in tutti i 49 collegi. A farne le spese, tra gli altri, sarebbe Progetto civico di Alessandro Onorato, che oltre ad aver sollevato il caso con una lettera al presidente della Repubblica ha annunciato un sit in domani pomeriggio davanti al Senato. Per aiutarlo a presentare una lista alle elezioni Giuseppe Conte era pronto a favorire la creazione di una componente del gruppo Misto, per ridurre le firme necessarie da 6.000 a 1.500. Ma Onorato, per adesso, ha rifiutato la proposta convinto che la norma sia incostituzionale.
Martedì è previsto anche un sit-in di +Europa: «Con questa legge anche Bonino avrebbe dovuto raccogliere le firme», dice Riccardo Magi. Mentre il deputato del Pd Claudio Mancini, su Rinascita, lancia l’idea di «una grande manifestazione popolare» contro la legge elettorale.