Non poteva che essere anti-retorico il funerale di Emma Bonino. Esequie di Stato, le prime celebrate al Campidoglio, corazzieri, pennacchi, trombe. Ma per quella che Sandro Pertini aveva soprannominato “il monello di Montecitorio” sarebbe stato strano e, in fondo, innaturale un ultimo saluto senza il sale della politica. A mettercelo sono stati gli oratori scelti per ricordarla, a cominciare dall’assistente personale Carla Taibi, che ha spezzato per prima il velo di ipocrisia istituzionale indicando a tutti quale fosse «il modo migliore per ricordarla», ovvero quello di «continuare la sua battaglia incompiuta e più grande, quella per gli Stati Uniti d’Europa». Nella sala della Protomoteca siedono, davanti alla bara di legno chiaro coperta dalla bandiera europea, duecento persone selezionate: il sindaco Gualtieri, ministri, amici, famigliari, con la prima fila, occupata da Sergio Mattarella, Ignazio la Russa, Giorgia Meloni, e via via esponenti politici di tutti i partiti da Elly Schle…
Non poteva che essere anti-retorico il funerale di Emma Bonino. Esequie di Stato, le prime celebrate al Campidoglio, corazzieri, pennacchi, trombe. Ma per quella che Sandro Pertini aveva soprannominato “il monello di Montecitorio” sarebbe stato strano e, in fondo, innaturale un ultimo saluto senza il sale della politica. A mettercelo sono stati gli oratori scelti per ricordarla, a cominciare dall’assistente personale Carla Taibi, che ha spezzato per prima il velo di ipocrisia istituzionale indicando a tutti quale fosse «il modo migliore per ricordarla», ovvero quello di «continuare la sua battaglia incompiuta e più grande, quella per gli Stati Uniti d’Europa». Nella sala della Protomoteca siedono, davanti alla bara di legno chiaro coperta dalla bandiera europea, duecento persone selezionate: il sindaco Gualtieri, ministri, amici, famigliari, con la prima fila, occupata da Sergio Mattarella, Ignazio la Russa, Giorgia Meloni, e via via esponenti politici di tutti i partiti da Elly Schlein a Massimo D'Alema, da Paolo Gentiloni a Mario Monti, e poi Carlo Calenda, Matteo Renzi, fino a Giuseppe Conte. Non si vede Mario Draghi, ma si ritrova tutta la dispersa famiglia radicale, con vecchie glorie come Lorenzo Strik Lievers, Sergio D’Elia, Marco Taradash, Roberto Giachetti e tanti altri.
La politica entra in tutte le orazioni funebri di questa cerimonia laica e non potrebbe essere altrimenti. Per il governo dei sovranisti sono parole urticanti, ogni battaglia di Bonino a favore dell’Europa unita e dello Stato di diritto li ha trovati dalla parte opposta della barricata. Enrico Letta, che la volle ministro degli Esteri nel suo governo, ricorda il suo impegno per far partire la missione Mare Nostrum che salvò dalle acque migliaia di migranti: «Con la crisi siriana il mare di fronte alle nostre coste stava diventando il più grande cimitero della nostra storia. Il cuore dell'operazione erano le persone, Emma lo ricordava sempre». Letta si commuove quando fa notare che «quelle che sopravvissero sono rimaste riconoscenti per la vita alla bandiera italiana che avevano visto sulle divise dei nostri marinai». È il momento, Mattarella dà il via a un forte applauso e con lui quasi tutta la sala. Quasi, perché la presidente del Consiglio e La Russa restano immobili. Sarà così per tanti altri passaggi, come quando Filomena Gallo, dell’associazione Coscioni, immagina quale messaggio politico Bonino avrebbe voluto far passare con le sue esequie. «Ne scelgo uno: la nascita della Corte penale internazionale, che oggi rischia di essere smantellata mattone dopo mattone dalle prepotenze di chi pratica la legge del più forte». Bonino l’avrebbe difesa, «magari candidando la Corte stessa al Premio Nobel per la Pace». In sala invece c’è chi la vorrebbe smantellare non rispettando i suoi mandati d’arresto, che siano per Netanyahu o il libico Almasri.
E ancora. Romano Prodi ci tiene a puntualizzare che quello di Bonino non era «un europeismo lacrimoso o sentimentale, ma razionale, cosciente degli ostacoli che i nazionalismi crescenti portano al disegno europeo». I due ne parlavano spesso, fa sapere il Professore, e aggiunge: «Non mi sono sorpreso per la sua sempre più forte preoccupazione nei confronti dell'andamento del progetto europeo, perché continuamente ritardato, se non addirittura frenato». Benedetto Della Vedova, che dieci anni fa andò da Bonino a proporle di fondare un partito chiamato +Europa, fa risuonare in sala la metafora che la leader radicale usava per descrivere l’Ue: «È una zattera in mezzo al fiume, magari anche un po’ malmessa, ma se non andiamo avanti e non la spingiamo sull'altra riva, non torniamo indietro, affondiamo». Riccardo Magi, l’altro compagno di lotta, avverte che «preferire le piccole patrie nazionali alla patria europea finirà per distruggere anche quelle patrie, soffocate dal nazionalismo e dai conflitti reciproci». In sala, di nuovo, Mattarella annuisce e applaude, mentre Meloni – tra le principali sostenitrici del mantenimento del diritto di veto – resta a mani conserte e guarda il soffitto. Il funerale finisce con la tromba che suona il silenzio, per Meloni è finalmente terminata la lezione di europeismo. Non deve esser stato facile essere qui per una che faceva le card social contro Bonino «che prende i soldi dell’usuraio Soros». Però è venuta, ha voluto lei le esequie di Stato per una donna che è sempre stata sua schietta avversaria. Alla fine, con il carro funebre ancora aperto, Meloni si avvicina alla bara, la accarezza e si allontana piano.