La Pontida della resa dei conti tra governatori e rischio fischi. Salvini “oscura” la scaletta
dal nostro inviato Paolo BerizziPONTIDA – Lo slogan del fronte del palco — scritto ovunque, maxischermi e striscioni — è il remigrazionista “non passa lo straniero”. Un modo per ribadire anche plasticamente la linea ultra-nazionalista e anti-islam del partito, e dunque messaggio dritto e chiaro indirizzato anche a chi da mesi critica il posizionamento e la gestione del segretario federale. I “ribelli” — c’è chi li chiama “eretici” — questa mattina saranno sul pratone e quasi certamente anche sul palco. Su il sipario sulla Pontida dei veleni o della resa dei conti. Da una parte i sovranisti-nazionalisti-remigrazionisti di Matteo Salvini, dall’altra il fronte dei governatori, ovvero gli anti-salviniani guidati da Attilio Fontana e Massimiliano Romeo: il fronte “nordista” al quale sono ascrivibili anche il presidente del consiglio regionale veneto, Luca Zaia, il governatore del Fvg, Massimiliano Fedriga, e Maurizio Fugatti, presidente della Provincia autonoma di Trento. Due fazioni, due tifoserie politiche. Da una part…
PONTIDA – Lo slogan del fronte del palco — scritto ovunque, maxischermi e striscioni — è il remigrazionista “non passa lo straniero”. Un modo per ribadire anche plasticamente la linea ultra-nazionalista e anti-islam del partito, e dunque messaggio dritto e chiaro indirizzato anche a chi da mesi critica il posizionamento e la gestione del segretario federale. I “ribelli” — c’è chi li chiama “eretici” — questa mattina saranno sul pratone e quasi certamente anche sul palco. Su il sipario sulla Pontida dei veleni o della resa dei conti. Da una parte i sovranisti-nazionalisti-remigrazionisti di Matteo Salvini, dall’altra il fronte dei governatori, ovvero gli anti-salviniani guidati da Attilio Fontana e Massimiliano Romeo: il fronte “nordista” al quale sono ascrivibili anche il presidente del consiglio regionale veneto, Luca Zaia, il governatore del Fvg, Massimiliano Fedriga, e Maurizio Fugatti, presidente della Provincia autonoma di Trento. Due fazioni, due tifoserie politiche. Da una parte i “neri” (il colore delle magliette) che sostengono senza se e senza ma Salvini e che — “convocati” dal sottosegretario Claudio Durigon — sono saliti con un treno speciale e decine di pullman dal Centro e dal Sud Italia; dall’altra i “verdi” — per lo più lombardi e veneti — che di fronte all’emorragia di consensi e ai sondaggi disastrosi vorrebbero tornare alla Lega delle origini, a quel “sindacato del territorio”, come ripetono Romeo e Fontana e come ha ricordato ieri anche Renzo Bossi, il figlio del Senatùr.
È questo, al dunque, il succo di Pontida 2026. L’anticipo lo si è visto ieri con il sabato di Lega Giovani: la claque salviniana si è adoperata per occupare ogni spazio possibile. Sotto il tendone leghista dei giovani militanti — in vero pieno solo a metà quando parla Salvini — ha applaudito gli interventi dei ministri (Calderoli, Valditara, Locatelli, non si è visto Giorgetti). Magliette che non dispiacerebbero all’ex vicesegretario Roberto Vannacci: “Italia agli italiani” e “remigrazione”. Intorno al pratone visibilmente “ristretto” grazie a un prudente riposizionamento di gazebo e tendone per parare un eventuale calo di partecipanti, solita vigilia di birra, salamelle, tende, camper, nduja e piadine, porchetta e caciocavallo — per dire la ridistribuzione geografica. «Matteo, serve un cambiamento», grida una giovane militante alle 19.15 mentre Salvini sta entrando nel tendone dopo un sopralluogo sul palco. Molto più esplicito Massimiliano Romeo. Sul sagrato dell’abbazia di San Giacomo — dopo la messa organizzata dai bossiani per ricordare il fondatore Umberto Bossi al quale ieri, nel genetliaco, sei mesi dopo la morte, è stato dedicato anche un ulivo piantato nel parco accanto al pratone — il capogruppo al Senato dice: «Se parlerò sul palco? Non vedo perché non dovrei parlare. Non ho motivi per dubitare che parleremo sia io sia Fontana. Ribadiremo il punto e le richieste che facciamo da mesi e che però Salvini non ha ancora preso in considerazione. Il Nord prima di tutto, basta slogan sulla remigrazione, basta schiacciamenti a destra, vedo in giro troppe magliette nere». Al netto di due incontri interlocutori nei quali si è cercata di raggiungere una tregua, i rapporti tra il capo della Lega e il fronte dei governatori restano tesissimi. Il pratone oggi potrebbe essere una cartina di tornasole. Nessuno è in grado di prevedere se e cosa succederà, ma il rischio fischi (forse, chissà, da entrambe le parti) è nell’aria, la tensione palpabile. Segnali, avvisaglie.
Ieri sera alle 20 non era stata ancora comunicata la scaletta degli interventi sul palco di Pontida. Né il nome dello speaker. Mai successo dal 1990 (prima edizione, in forma autarchica). Altro caso: le scritte contro Salvini per le strade e sui muri del comune bergamasco — roccaforte e luogo simbolo della Lega. “Salverdini traditore m...”, “Salvini ridacci la Lega”, “ — mojito + treni”, “ponte=mafia”. «Non si può piacere a tutti», è il commento caustico di Paolo Grimoldi, ex leghista, segretario di Patto per il Nord. «Salvini politicamente è finito, i governatori andranno avanti a battersi per il Nord», ragiona Gian Luca Pini che ha fondato un comitato per rilanciare la Lega Nord con lo stemma dell’Alberto da Giussano (ancora utilizzato da Lega Salvini Premier). L’unico punto (forse) di contatto tra i due “partiti” che si sono creati dentro la Lega è Umberto Bossi. Ma anche qui le polemiche non mancano. «Mi chiedo con che coraggio e con quale faccia Salvini omaggerà Bossi sullo stesso palco sul quale nel 2017 gli vietò di salire perché aveva criticato la sua linea», dice Giuseppe Leoni, ex senatore e co-fondatore della Lega. In effetti oggi Pontida, la prima dopo la morte di Bossi, dovrebbe aprirsi con un tributo al Senatùr. È l’arma di Salvini per tentare di ricompattare almeno per un giorno il popolo leghista e fermare possibili contestazioni.