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L’incubo di Lega e FI per il voto in primavera. FdI: “Hanno problemi”

(lapresse)

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La premier resta intenzionata ad anticipare il ritorno alle urne. La data finisce al centro della trattativa con gli alleati
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ROMA – Il gong è domani a mezzogiorno. E la vigilia del voto finale sulla legge elettorale, a destra, è funestata da un intreccio di veleni, timori, sospetti tra alleati. Ombre che si proiettano su un’altra scadenza, decisamente più tormentata: la fine della legislatura. Giorgia Meloni sa bene che né Matteo Salvini né Antonio Tajani vogliono le urne a stretto giro di posta. Pure Maurizio Lupi ieri ha fatto sapere: si voti a scadenza naturale, tra un anno. Ecco, mentre la partita del Melonellum è ancora appesa a un filo, quello sottile del voto segreto, la premier è portata ad assecondare questa narrazione: niente strappi a inizio anno, navigazione tranquilla, è la rassicurazione offerta. E neanche urne in primavera, perché palazzo Chigi ha a cuore la sopravvivenza politica degli alleati. Ma dopo l’ultima conta di Montecitorio? I suoi stessi soci di maggioranza temono il bluff. Hanno intuito che prepara la resa dei conti. E non avrebbe in realtà cambiato idea: urne tra aprile e maggio,…

ROMA – Il gong è domani a mezzogiorno. E la vigilia del voto finale sulla legge elettorale, a destra, è funestata da un intreccio di veleni, timori, sospetti tra alleati. Ombre che si proiettano su un’altra scadenza, decisamente più tormentata: la fine della legislatura. Giorgia Meloni sa bene che né Matteo Salvini né Antonio Tajani vogliono le urne a stretto giro di posta. Pure Maurizio Lupi ieri ha fatto sapere: si voti a scadenza naturale, tra un anno. Ecco, mentre la partita del Melonellum è ancora appesa a un filo, quello sottile del voto segreto, la premier è portata ad assecondare questa narrazione: niente strappi a inizio anno, navigazione tranquilla, è la rassicurazione offerta. E neanche urne in primavera, perché palazzo Chigi ha a cuore la sopravvivenza politica degli alleati. Ma dopo l’ultima conta di Montecitorio? I suoi stessi soci di maggioranza temono il bluff. Hanno intuito che prepara la resa dei conti. E non avrebbe in realtà cambiato idea: urne tra aprile e maggio, comunque.

Dal Carroccio raccontano che Salvini stia in ogni caso lavorando per la legge: da giorni è al telefono per convincere i deputati più malmostosi a votare sì a una riforma che abolisce gli uninominali, da sempre terreno di caccia preferito degli ex lumbard. Pure Antonio Tajani si starebbe spendendo per scongiurare sorprese. Ma sono soprattutto i parlamentari leghisti a mostrare insofferenza. Sanno che dopo le elezioni potrebbero essere dimezzati. Restare in Parlamento il più a lungo possibile, dunque, non è una questione astratta: significa stipendio e potere. Finché dura. Ecco perché il messaggio in bottiglia della premier – «se non passa la riforma, tutti al voto subito» – potrebbe essere un’arma spuntata: salverebbe il vitalizio, ma dimezzerebbe comunque l’ultimo scampolo di mandato.

In un angolo del Transatlantico Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, conferma che le riflessioni sulla legge elettorale sono legate a doppio filo all’orizzonte della legislatura. «Noi diciamo che si va al voto a fine legislatura, ma non è una decisione soltanto nostra: è una scelta di tutti e i nostri alleati legittimamente pensano a risolvere i problemi che hanno in casa». Quando gli si chiede se a luglio possano esserci stati franchi tiratori dentro Fdi, risponde: «Non posso escluderlo, ma abbiamo spiegato bene in questi giorni a tutti come funziona la riforma». Un modo elegante per ricordare agli eletti che il voto pesa sulle prossime liste. Chi mette in difficoltà la leader oggi, rischia di non trovare posto domani. Dopo la conta di ieri sulla fiducia, a via della Scrofa hanno già fatto di conto: per affossare la riforma nel voto finale servirebbero 45 franchi tiratori. Una soglia che include qualche “aiutino” dai dem. Tanti, 45 voti. Ma non abbastanza da scacciare tutti i fantasmi.

Il piano di Meloni, comunque, ha un punto debole: i numeri. Azzurri e leghisti arrancano pericolosamente nei sondaggi, mettendo a repentaglio il fatidico 42 per cento, utile a far scattare il premio di maggioranza. Anticipare il voto significa, quindi, scommettere sulla tenuta di FdI, ma mettere in dubbio l’esistenza dei partner. È il bivio di Meloni: quanto davvero cannibalizzare FI e Lega? Ancora oggi, resta convinta che elezioni in primavera siano la risposta. I leghisti, naturalmente, vivono con angoscia proprio questo scenario: che il dado sia già tratto. E allora alzano la voce. Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, mette una condizione precisa: «Prima l’autonomia, poi le elezioni».

Per Meloni le prossime 48 ore non sono un all-in. Passasse il Melonellum, resterebbe la Corte costituzionale. A palazzo Chigi temono soprattutto un intervento: sul premio di maggioranza al Senato, che nella nuova legge avrebbe un’impostazione nazionale, mentre la Costituzione prevede un’attribuzione dei seggi su base regionale. La mina che rischia di esplodere più avanti, ma prima delle Politiche. Per questo i mediatori sono al lavoro. Tra loro, il solito Alfredo Mantovano. Nel frattempo, vacilla anche il fortino siciliano. Forza Italia scarica Renato Schifani, dopo casi giudiziari che hanno segnato la giunta. Il governatore minaccia le dimissioni, si rischia anche lì il voto anticipato.

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