Grosso: “Melonellum incostituzionale, trasforma una minoranza di voti in una maggioranza di seggi”
di Conchita SanninoROMA – Aveva acceso subito un faro: «Con questa legge si rischia di trasformare minoranze di voti in maggioranze di seggi». Per il costituzionalista Enrico Grosso, con il Melonellum «a essere tradita è quell’istanza di rappresentatività che la nostra Carta assegna alla legge elettorale», il cui compito è custodire «la corrispondenza tra le articolazioni del pluralismo e le loro proiezioni parlamentari». E ora il professore dell’Università di Torino, già reduce dalla vittoriosa battaglia che ha spazzato via la riforma Nordio, e tra i promotori dell’appello dei 160 studiosi contro la legge elettorale voluta dalla destra, è al lavoro sui ricorsi. Diversi i punti finiti sotto la lente.
Professor Grosso, come giuristi contestate innanzitutto il mega premio di maggioranza che scatta con il 42 per cento dei voti. Ma a quota 40, la coalizione non ha già i numeri per governare?
«La Corte costituzionale nel 2014 argomentò che, pur non essendo vietata l’introduzione di un premio di maggioranza, …
ROMA – Aveva acceso subito un faro: «Con questa legge si rischia di trasformare minoranze di voti in maggioranze di seggi». Per il costituzionalista Enrico Grosso, con il Melonellum «a essere tradita è quell’istanza di rappresentatività che la nostra Carta assegna alla legge elettorale», il cui compito è custodire «la corrispondenza tra le articolazioni del pluralismo e le loro proiezioni parlamentari». E ora il professore dell’Università di Torino, già reduce dalla vittoriosa battaglia che ha spazzato via la riforma Nordio, e tra i promotori dell’appello dei 160 studiosi contro la legge elettorale voluta dalla destra, è al lavoro sui ricorsi. Diversi i punti finiti sotto la lente.
Professor Grosso, come giuristi contestate innanzitutto il mega premio di maggioranza che scatta con il 42 per cento dei voti. Ma a quota 40, la coalizione non ha già i numeri per governare?
«La Corte costituzionale nel 2014 argomentò che, pur non essendo vietata l’introduzione di un premio di maggioranza, esso non può generare “in concreto una distorsione tra voti espressi ed attribuzione di seggi”, in misura tale da “comprometterne la compatibilità con il principio di eguaglianza del voto”».
Ma la Corte non ha stabilito quale sia questa misura?
«No, dipende dal contesto. Nel 2017 ha ritenuto, in riferimento al l’Italicum, che la soglia del 40% avrebbe potuto essere ritenuta “ragionevole” e “proporzionata”. Ma non ha fissato una soglia “costituzionalmente accettabile” in generale. Noi riteniamo che, nel contesto dell’attuale sistema, l’entità del premio sia irragionevole e sproporzionata. Non va dimenticato infatti che, rispetto al 2017, i deputati sono diminuiti da 630 a 400, i senatori da 315 a 200. E che oggi l’astensionismo è assai più accentuato».
Ma la platea sempre più vasta di chi non va a votare, tema cruciale in una democrazia, è addebitabile al legislatore?
«No. Ma non si può neanche far finta che non ci sia. Il 42% dei votanti rischia di costituire poco più del 25% degli elettori. Vogliamo consegnare nelle mani del 25% una rappresentanza parlamentare pari al 56%? Rischiamo che domani ancora più elettori rinuncino».
L’altro scoglio riguarda i capilista bloccati nei collegi. Ma le liste brevi non rispettano la sentenza della Corte sul Porcellum, del 2014?
«Alt, consideriamo innanzitutto la lista dei 70 deputati e 35 senatori da assegnare come premio: quella non è affatto breve. Anzi, è un listone nazionale abnormemente lungo che impedisce al singolo elettore ogni scelta consapevole. Alla coalizione che vince andranno tutti i 105 seggi, indipendentemente dal risultato ottenuto in circoscrizione. Un meccanismo che priva l’elettore “di ogni margine di scelta dei rappresentanti”, come richiesto ancora dalla Corte».
Resta insuperabile anche il nodo dell’alternanza di genere?
«Direi proprio di sì, nessun obbligo è previsto per i capilista di ciascuna circoscrizione: che, beninteso, sono i soli ad avere buone probabilità di essere eletti, e la cui selezione è completamente sottratta alle preferenze. Sarà in gran parte eletto solo il capolista predeterminato dal partito, che tranquillamente potrà inserire lì solo uomini. E la parità di genere viene meno proprio là dove l’elettore è privato di qualsiasi margine di scelta, di ogni possibilità di riequilibrio».
Siete anche contro i maxi collegi: un problema che non è nato oggi.
«Infatti il tema ce lo portiamo dietro da quando fu assunta la decisione (sciagurata) di ridurre il numero dei parlamentari. Inevitabile che la dimensione geografica delle circoscrizioni si estenda di più, ma ora è a dismisura. È davvero molto più difficile coltivare un effettivo “rapporto rappresentativo” tra elettore ed eletto. Così si divarica la distanza tra società e politica. Non lamentiamoci poi di disaffezione e astensionismo: il cittadino non sa riconoscere chi lo rappresenta in Parlamento. E si identifica esclusivamente nel leader. Una deriva plebiscitaria pericolosa».
E la mega soglia delle 300mila firme per le nuove formazioni, inizialmente legata alla volontà di fermare Vannacci?
«È una norma che penalizza irragionevolmente ogni nuova formazione politica che intenda affacciarsi alla competizione elettorale. Oltre tutto, confezionata in maniera sapientemente “selettiva”, in modo da privilegiare alcune formazioni che, in virtù di qualche accordo dell’ultimo minuto, riescano a costituirsi in gruppo parlamentare (o in componente del gruppo misto) entro la fine della legislatura, e che magari hanno raccolto, alle precedenti elezioni, un consenso inferiore a quello che è richiesto di dimostrare alle nuove formazioni con la raccolta di questo numero abnorme di sottoscrizioni».
Lei ha ricordato che contro la legge-truffa vi fu una straordinaria mobilitazione civile. Pensa che il Paese sia sensibile a questa battaglia?
«Penso che il Paese meriti di essere informato, e meriti di capire qual è la posta in gioco. Penso che quella della legge elettorale, ossia delle modalità con cui si fa funzionare in concreto la democrazia politica, sia una grande questione costituzionale, intorno alla quale va sviluppato e continuamente alimentato il dibattito pubblico».
E vi preparate alla battaglia dei ricorsi dinanzi alla Consulta.
«Più correttamente, sulle singole ragioni di illegittimità costituzionale cui ho accennato, ci auguriamo di essere messi nelle condizioni di poter sottoporre i nostri dubbi alla Corte costituzionale, alla quale è affidato il fondamentale compito di garantire sul piano giuridico il rispetto delle condizioni entro cui il sistema democratico-rappresentativo disegnato dalla Costituzione si sviluppa e si mantiene vivo».