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Timori sul premio al Senato.Rischio stop dalla Consulta. Il governo lavora al piano B

Giorgia Meloni

 (agf)

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L’attuale listone di 35 senatori potrebbe ledere il principio sancito dall’articolo 57 della Carta
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ROMA – È il punto debole del progetto di Giorgia Meloni. Il timore che la Consulta bocci la riforma. Complicherebbe i piani di Palazzo Chigi ed esporrebbe la destra a una critica feroce in campagna elettorale: aver prodotto una legge che lascia l’Italia nel pantano. Da questo incubo bisogna partire, per capire cosa sta accadendo nelle ultime settimane. E perché la maggioranza ha attivato alcuni canali. Sperando di ammortizzare questi rischi.

Si tratta di linee di comunicazione rigorosamente informali e di massimo livello. Ragionamenti discreti che coinvolgono ambasciatori di peso del governo, tecnici della Consulta e alcuni uffici apicali di Camera e Senato. Il punto attorno a cui ruota questa interlocuzione, riferiscono fonti dell’esec…

ROMA – È il punto debole del progetto di Giorgia Meloni. Il timore che la Consulta bocci la riforma. Complicherebbe i piani di Palazzo Chigi ed esporrebbe la destra a una critica feroce in campagna elettorale: aver prodotto una legge che lascia l’Italia nel pantano. Da questo incubo bisogna partire, per capire cosa sta accadendo nelle ultime settimane. E perché la maggioranza ha attivato alcuni canali. Sperando di ammortizzare questi rischi.

Si tratta di linee di comunicazione rigorosamente informali e di massimo livello. Ragionamenti discreti che coinvolgono ambasciatori di peso del governo, tecnici della Consulta e alcuni uffici apicali di Camera e Senato. Il punto attorno a cui ruota questa interlocuzione, riferiscono fonti dell’esecutivo, è sostanzialmente uno: capire se davvero la riforma è esposta ad una sostanziale cancellazione. E provare a evitare che il premio di maggioranza del Senato - uno dei nodi critici e dunque a rischio di bocciatura - metta a repentaglio l’applicazione della legge.

Su questa potenziale falla si appunta l’attenzione degli sherpa. Non è l’unico, a dire il vero: potenziali “no” della Corte potrebbero arrivare sull’obbligo di presentare 300 mila firme se non si possiede un simbolo che ha già corso alle elezioni e sull’assenza di una previsione di almeno un 40% di donne come capilista. Ma a restare in cima alle preoccupazioni del centrodestra è sempre il premio di maggioranza del Senato.

Una precisazione: la sentenza della Corte sarà auto-applicativa, perché in nessun caso si può lasciare il Paese senza una legge elettorale. La destra può però decidere successivamente alla pronuncia di intervenire, in modo da ritoccare la riforma, seguendo la traccia costituzionale della Consulta. Scenario complesso: servirebbe un accordo con le opposizioni e un decreto bipartisan. Improbabile, appunto. In ogni caso, per farlo le Camere nel frattempo non dovrebbero essere già state sciolte. Ecco perché la tempistica diventa essenziale. Ed ecco perché nel governo si considera assai probabile che un eventuale intervento della Consulta arrivi entro febbraio: con elezioni a maggio, ci sarebbe il tempo per modifiche lampo. Secondo le stesse fonti tecniche, esisterebbe un embrione di gentlemen agreement in forza del quale la pronuncia non arriverà oltre la fine di febbraio.

Il nodo tecnico, adesso. Il premio di maggioranza nazionale previsto per il Senato rischia di non rispondere al dettato costituzionale. Non è la tesi della destra, va detto, che sostiene che la sentenza dell’Italicum abbia fissato due criteri: la legittimità del premio di maggioranza e la necessità di rendere i sistemi di voto delle due Camere il più simili possibili. Le possibili criticità sono però emerse già durante le audizioni dei costituzionalisti. Semplificando al massimo, si può dire che l’attuale listone di 35 senatori - che rappresenta il bonus nazionale per Palazzo Madama - potrebbe ledere il principio assicurato dall’articolo 57 della Carta che recita: “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale”. Il meccanismo previsto dalla riforma, inoltre, determinerebbe alcune distorsioni del principio di rappresentanza. Come? Proponiamo un caso, per semplificare. Ipotizziamo che la coalizione A vinca su scala nazionale, ma che la coalizione B prevalga in almeno una regione: l’Emilia Romagna. La coalizione B otterrà comunque meno senatori della coalizione A in questa regione, a causa del premio nazionale. Verrebbe così violata la lettera costituzionale che impone per il Senato un criterio di assegnazione regionale dei seggi.

Cosa potrebbe dunque decidere la Corte? I rischi sono essenzialmente tre, in ordine crescente di problematicità. Potrebbe limitarsi a sottolineare alcuni punti critici, chiedendo al Parlamento di aprire una riflessione e valutare come migliorarla. È uno schema improbabile, ma è anche il preferito dal governo, perché permetterebbe di votare con l’attuale legge: “indebolita” politicamente, ma in piedi. Opzione numero due: la Consulta, con una sentenza additiva, trasforma di fatto il premio nazionale del Senato in un meccanismo con venti “premietti” regionali. È un’opzione residuale. Terza ipotesi, la peggiore: la Corte cancella il premio, lasciando in piedi il proporzionale puro per Palazzo Madama.

I vertici del governo, valutando questo scenario, hanno messo al lavoro i tecnici per studiare possibili soluzioni. Quali? La più probabile servirebbe a mantenere il bonus nazionale, ma facendolo assegnare attraverso lo “scorrimento” delle sole liste proporzionali (giocando sul meccanismo dei resti e sull’introduzione di due quozienti). La coalizione vincente A sarebbe sovrarappresentata nelle regioni in cui prevale, mentre lo schieramento B non verrebbe penalizzato troppo nelle regioni in cui vince, pur soccombendo sul piano nazionale. Resterebbe il premio di 35 senatori, ma provando a regionalizzarlo. L’ultima parola spetta alla Corte. Ma è evidente che lungo questo sottile filo corre non solo il destino della legge, ma l’equilibrio politico del Paese.

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