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La flotilla della sinistra per l'Ucraina che rivendica la difesa di Kiev “anche con le armi”

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L’area radicale non si riconosce con il pacifismo tradizionale e rivendica la stessa impostazione “anti-imperialista” per Gaza o nel Sudan. Il convoglio via terra partirà dopo metà novembre e porterà generatori elettrici, stufe portatili, forniture mediche
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Gli organizzatori la definiscono una sorta di Flotilla, ma via terra e con destinazione Ucraina. A organizzarla sono sindacati, associazioni e movimenti della sinistra radicale europea, in parte riconducibili ad un pezzo del gruppo europeo rossoverde The Left. A quell’area che non si riconosce nel pacifismo più tradizionale, ma che considera la resistenza ucraina all’invasione russa una lotta di liberazione nazionale e che, accanto alla richiesta di una soluzione diplomatica, rivendica anche il diritto degli aggrediti a difendersi, armi comprese.

Nella seconda metà di novembre partirà infatti il “Convoglio internazionale di solidarietà per l’Ucraina”. I mezzi si metteranno in viaggio da Barcellona, Lecce, dall’Inghilterra, da Edimburgo e da Oslo, per convergere prima a Praga e Varsavia e poi raggiungere Leopoli. In Italia le tappe previste sono Lecce, Bari e Milano. L’obiettivo è portare generatori elettrici, stufe portatili, forniture mediche e tutto ciò che può servire ad affrontare…

Gli organizzatori la definiscono una sorta di Flotilla, ma via terra e con destinazione Ucraina. A organizzarla sono sindacati, associazioni e movimenti della sinistra radicale europea, in parte riconducibili ad un pezzo del gruppo europeo rossoverde The Left. A quell’area che non si riconosce nel pacifismo più tradizionale, ma che considera la resistenza ucraina all’invasione russa una lotta di liberazione nazionale e che, accanto alla richiesta di una soluzione diplomatica, rivendica anche il diritto degli aggrediti a difendersi, armi comprese.

Nella seconda metà di novembre partirà infatti il “Convoglio internazionale di solidarietà per l’Ucraina”. I mezzi si metteranno in viaggio da Barcellona, Lecce, dall’Inghilterra, da Edimburgo e da Oslo, per convergere prima a Praga e Varsavia e poi raggiungere Leopoli. In Italia le tappe previste sono Lecce, Bari e Milano. L’obiettivo è portare generatori elettrici, stufe portatili, forniture mediche e tutto ciò che può servire ad affrontare il quinto inverno dall’inizio dell’invasione su larga scala, mentre i bombardamenti russi continuano a colpire le infrastrutture energetiche ucraine.

Ma l’operazione ha anche un significato politico: lungo il percorso sono previsti incontri con organizzazioni sindacali, femministe, ambientaliste e Lgbtq+, per costruire una rete di sostegno alla popolazione ucraina e soprattutto provare a cambiare il racconto della guerra dentro i movimenti progressisti europei. Hanno già aderito, secondo gli organizzatori di “Sinistra per l’Ucraina” (logo: una bandiera ucraina accanto a quella della Palestina), oltre dieci grandi organizzazioni sindacali e più di cinquanta associazioni, Ong e media indipendenti, con il sostegno della Federazione dei sindacati dell’Ucraina e di undici europarlamentari: molti sono di France Insoumise, poi esponenti dello Scottish National Party, della Linke (Germania) e di Sumar (Spagna). Nel nostro Paese ha aderito il Sial Cobas, sul fronte sindacale.

Sinistra per l’Ucraina invece è un collettivo che ha dato vita al Laboratorio Internazionalista, un progetto politico e culturale che prova a ritagliarsi uno spazio nel dibattito della sinistra-sinistra. La parola d’ordine è un internazionalismo che non faccia distinzioni a seconda delle alleanze geopolitiche. «Una posizione chiaramente anti-imperialista e solidale con tutti i popoli sotto aggressione, senza selettività geopolitica», spiegano i promotori.

La distanza da una parte del mondo pacifista e della sinistra radicale italiana non è tanto sulla necessità di fermare la guerra, obiettivo condiviso, quanto piuttosto sul significato da attribuire alla resistenza ucraina e agli strumenti necessari per sostenerla. Per questa componente della sinistra, il rifiuto della guerra non può tradursi nella richiesta agli ucraini di rinunciare alla propria difesa, né la critica alla Nato può diventare una giustificazione, esplicita o implicita, dell'invasione decisa da Vladimir Putin. La pace, insomma, non può essere semplicemente la cessazione dei combattimenti a prescindere dalle condizioni imposte all’aggredito.

La stessa impostazione, per l’appunto, viene rivendicata per la Palestina. «Se valgono per l’Ucraina, valgono per la Palestina, per il Sudan, per chiunque; applicati a corrente alternata, smettono di essere principi e diventano convenienze», scrivono gli organizzatori a proposito della solidarietà e dell’autodeterminazione dei popoli. Da qui anche lo slogan scelto per presentare il Laboratorio: “solidali con Gaza e Kharkiv”. Due guerre diverse, accomunate, nella lettura del collettivo, dalla necessità di difendere le popolazioni che subiscono bombardamenti, occupazioni e violazioni del diritto internazionale.

Una posizione che contesta apertamente quello che i promotori definiscono il “putinismo” di alcune frange d’area, accusate di applicare due pesi e due misure nella lettura dei conflitti internazionali. La solidarietà con un popolo aggredito può comprendere anche il riconoscimento della necessità della resistenza armata, senza che questo significhi rinunciare alla battaglia contro il militarismo e per una soluzione politica del conflitto.

Il convoglio, naturalmente, non trasporterà armi. Il suo carico sarà esclusivamente umanitario, concordato con le organizzazioni e le persone direttamente coinvolte in Ucraina. La cornice politica però serve a distinguere l’iniziativa da una semplice raccolta di aiuti. «Una pace giusta richiede il rispetto dell’integrità territoriale, la responsabilità per i crimini, il risarcimento dei danni e istituzioni multilaterali capaci di farsi rispettare», sostengono gli organizzatori. E poi: «Chi dovrà attraversare l’inverno al freddo e al buio non ha bisogno che prima ci si metta d’accordo sulla storia». Una frase che suona anche come una critica alle infinite discussioni sulle responsabilità occidentali, sull’allargamento della Nato e sulle origini della guerra, spesso al centro del confronto nella sinistra italiana.

La sfida, per questo piccolo laboratorio della sinistra internazionalista, è dimostrare che si può stare dalla parte dei palestinesi senza smettere di sostenere gli ucraini. E che opporsi all’imperialismo significa farlo sempre, anche quando a invadere un Paese non sono gli Stati Uniti o un loro alleato, ma la Russia di Putin.

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