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Caro energia, Meloni contro l’Ue. Ma la svolta putiniana di Trump la costringe a bussare a Bruxelles

Giorgia Meloni (agf)
Gli insulti del tycoon e gli accordi sul gas russo hanno lasciato un segno e adesso la premier è costretta a cambiare registro: ma è un europeismo di necessità
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ROMA – Quando Donald Trump era per Giorgia Meloni sponda politica e rifugio sicuro, la presidente del Consiglio ribadiva senza sosta un'ambizione: farsi ponte tra Europa e Stati Uniti. Per riuscirci, si posizionava sempre a metà strada: non del tutto con Washington, ma mai davvero con Bruxelles. Il mondo è cambiato, da allora. Gli insulti del tycoon hanno lasciato un segno e adesso la premier è costretta a cambiare registro. Lo fa al Senato, preannunciando la linea italiana da portare al Consiglio europeo che si apre domani a Bruxelles: serve unità dei partner continentali, insiste ora Meloni, urgono misure rapide e straordinarie per far fronte al caro energia e a un’inflazione che sta piegando l’Unione. L'obiettivo prioritario è agire assieme, insiste, anche per bilanciare l’iniziativa di Trump sul gasolio russo, che la presidente del Consiglio non esita a definire ‘’rischioso’’ perché ‘’legittima Mosca’’.

Intendiamoci: la sostanza è che è sempre colpa dell’Europa. Antico cavallo di …

ROMA – Quando Donald Trump era per Giorgia Meloni sponda politica e rifugio sicuro, la presidente del Consiglio ribadiva senza sosta un'ambizione: farsi ponte tra Europa e Stati Uniti. Per riuscirci, si posizionava sempre a metà strada: non del tutto con Washington, ma mai davvero con Bruxelles. Il mondo è cambiato, da allora. Gli insulti del tycoon hanno lasciato un segno e adesso la premier è costretta a cambiare registro. Lo fa al Senato, preannunciando la linea italiana da portare al Consiglio europeo che si apre domani a Bruxelles: serve unità dei partner continentali, insiste ora Meloni, urgono misure rapide e straordinarie per far fronte al caro energia e a un’inflazione che sta piegando l’Unione. L'obiettivo prioritario è agire assieme, insiste, anche per bilanciare l’iniziativa di Trump sul gasolio russo, che la presidente del Consiglio non esita a definire ‘’rischioso’’ perché ‘’legittima Mosca’’.

Intendiamoci: la sostanza è che è sempre colpa dell’Europa. Antico cavallo di battaglia, la burocrazia che lega la crescita, tarpa le ali a chi vuole crescere. In passato ha costruito campagne elettorali su questo slogan, lo rispolvera in vista della crisi che morde: se non può assicurare risposte adeguate, meglio prendersela con Bruxelles. Premier di lotta e di governo

È però un nuovo corso per Meloni. Affondi declinati in modo diverso dal passato. Europeismo di necessità, obbligato, senza alternative. O meglio ancora: ancora critiche a Bruxelles, come quando minaccia di non firmare un accordo di bilancio che ridimensioni Pac e Coesione, ma a differenza del passato non per distinguersi dagli alleati, semmai per chiedere alla Commissione sostegno economico in un momento di crisi.

È il ribaltamento della posizione assunta nel primo anno di presidenza Trump. E coinvolge anche, soprattutto il dossier ucraino. Se infatti la Casa Bianca pretende lo scalpo di Zelensky e si accorda sul diesel con Putin, tagliando fuori Bruxelles, Meloni si smarca dall'ex amico e chiede alle istituzioni europee di battere un colpo politico al tavolo della tregua. Come? Ipotizzando un inviato speciale del continente e contestando l’iniziativa degli E3 - Germania, Francia e Regno Unito - che da soli non possono rappresentare l’Europa: ‘’Se ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti’’.

Ancora europeismo di necessità, visto che Trump balla da solo.

Su tutto, pesa l’ansia da elezioni e i nuvoloni all’orizzonte: caro energia, guerra in Iran, inflazione, crisi dei titoli sovrani. Costruire una manovra pre-elettorale in questo contesto è un’impresa che Meloni teme. Meglio bussare alla porta di Bruxelles, chiedere flessibilità straordinaria in tempi non ordinari: legittimo, persino ragionevole, se non fosse che per lunghi mesi quell’unità del continente contro lo strapotere di Trump è stata incrinata proprio da Palazzo Chigi.

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