Prova a “stanare” Vannacci, ma intanto si lascia sfuggire Salvini. Dai banchi del governo, Giorgia Meloni fa mostra di compattezza: in maggioranza tutti uniti su Kiev. Come se il suo vice leghista, in contemporanea, da Bruxelles, non dicesse l’opposto. Il vicepremier già una settimana fa aveva brindato alla mossa di Trump sul gas russo, la stessa che Meloni invece biasima a Palazzo Madama. L’Europa, la prima reazione del capo del Carroccio, faccia subito lo stesso.
E ieri? Davanti ai cronisti che lo aspettano all’euro-summit dei Patrioti, il leghista non molla la presa. Anzi rilancia, pur con una postilla che serve a non irritare troppo l’inquilina di Palazzo Chigi: «È un dovere tornare a comprarlo, alla fine della guerra, Macron e Sanchez già lo fanno». Meloni lascia passare, perché l’obiettivo della giornata è un altro: far venire a galla pubblicamente quello che i Fratelli bisbigliano in Transatlantico da mesi. Una domanda, che sottintende una risposta: a chi risponde l’ex generale…
Prova a “stanare” Vannacci, ma intanto si lascia sfuggire Salvini. Dai banchi del governo, Giorgia Meloni fa mostra di compattezza: in maggioranza tutti uniti su Kiev. Come se il suo vice leghista, in contemporanea, da Bruxelles, non dicesse l’opposto. Il vicepremier già una settimana fa aveva brindato alla mossa di Trump sul gas russo, la stessa che Meloni invece biasima a Palazzo Madama. L’Europa, la prima reazione del capo del Carroccio, faccia subito lo stesso.
E ieri? Davanti ai cronisti che lo aspettano all’euro-summit dei Patrioti, il leghista non molla la presa. Anzi rilancia, pur con una postilla che serve a non irritare troppo l’inquilina di Palazzo Chigi: «È un dovere tornare a comprarlo, alla fine della guerra, Macron e Sanchez già lo fanno». Meloni lascia passare, perché l’obiettivo della giornata è un altro: far venire a galla pubblicamente quello che i Fratelli bisbigliano in Transatlantico da mesi. Una domanda, che sottintende una risposta: a chi risponde l’ex generale?
Con questo spirito viene confezionata la seconda risoluzione che, inusualmente, il centrodestra presenta alle Camere. L’input arriva direttamente da Palazzo Chigi, dalle stanze del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. La inoltra nelle chat di FdI il capogruppo dei senatori, Lucio Malan, con toni perentori: «Questa è la seconda risoluzione. Non è alternativa» a quella canonica, «ma tocca un punto preciso per delle precise ragioni». E anche se il motivo ufficiale è spaccare il campo largo, quello vero, raccontano diversi esponenti di FdI, è smascherare il “filo-putinismo” di Vannacci. I sedicenti futuristi infatti protocollano a Montecitorio una risoluzione che condanna unicamente gli attacchi «alle raffinerie russe». Mentre il testo del centrodestra chiede una tregua per gli attacchi «alle infrastrutture energetiche tra Russia e Ucraina», da ambo i lati. «Come possono non votarla? Vogliono difendere solo Mosca?», la sfida sottotraccia. Nelle stesse ore, l’ufficio studi di FdI spedisce a tutti gli eletti un dossier riservato che punta il dito, oltre che sul M5S, proprio su Futuro nazionale, per «smontare la retorica del gas russo a basso costo». Numeri alla mano, si legge, «la ripresa delle forniture non comporterebbe una riduzione del prezzo, almeno per diversi anni, ma contribuirebbe soltanto a far arricchire Mosca». Subito dopo c’è l’accusa a Fn, con la formula retorica della negazione: «Non vogliamo pensare che chi invoca di percorrere questa strada lo faccia per far arricchire la Russia. Vogliamo pensare che sia solo una proposta dettata dalla non conoscenza dei mercati dell’energia». Un concetto che sarà poi ripetuto da Meloni in Aula, chiedendosi «quali interessi difendano» i vannacciani. Forse intuendo la trappola (e la relativa cascata d’accuse) i deputati di Fn all’ultimo votano. Anche se Vannacci sul gas russo insiste: «L’Europa è masochista».
Per Meloni, i rapporti opachi di un pezzo di destra con Mosca non sono l’unica spina in politica estera. Gli attacchi al formato E3 (Francia, Germania e Regno Unito) per negoziare un cessate il fuoco, ammettono nella sua cerchia, sono figli di una grande paura: c’è la convinzione che Macron, Merz e Burnham tireranno dritto. E senza l’intercessione di Trump, per la premier sarebbe difficile entrare nel gruppo, come accaduto in passato. Altro fronte: l’Arabia. L’opposizione, in particolare il Pd, continua a premere per un voto parlamentare sulla missione dei nostri militari. Guido Crosetto ha sempre sostenuto che non sia necessario, visto che la presenza dei soldati è già stata autorizzata in quella macro-area. A sorpresa, la premier invece apre: il ministro della Difesa può tornare in Parlamento. Anche per un nuovo mandato. «Non abbiamo nulla da nascondere».
Grattacapi che si affastellano. Anche se l’urgenza è l’Ucraina. E la Russia. I timori di ingerenze anche alle prossime elezioni politiche. Nonostante Salvini, che fa spallucce: «Non temo la guerra ibrida, ma l’invasione islamica». E a proposito di Islam (e delle divisioni a destra): la maggioranza va in tilt pure su questo. Ieri FI ha minacciato di far saltare in commissione Affari costituzionali la proposta di legge sulla revoca della cittadinanza, cara al Carroccio. Il motivo? I leghisti avrebbero voluto toglierla anche a chi indossa il burqa. Irricevibile, per gli azzurri: «Così non votiamo più niente». Emendamento ritirato. La proposta di legge resta, i problemi anche.