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Meloni all’attacco di Trump: “Intesa con Putin rischiosa”. Energia, pressing sulla Ue

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La premier alle Camere prima del Consiglio europeo critica il patto sul diesel e conferma il sostegno a Kiev. “Non rimpiango i carri armati a Praga e Budapest”. La minaccia di non sottoscrivere il nuovo bilancio continentale: “Firmeremo solo quando ci converrà”. Scintille con Pd e 5S: “Misogini”
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Giorgia Meloni conferma il sostegno all’Ucraina, al punto che quattro del Pd (Sensi, Verini, Zampa, Casini), l’applaudono: «Solo una pace giusta può durare e mettere al sicuro l’Europa e i nostri interessi». Di conseguenza prende le distanze da Trump e del suo patto diabolico sul diesel con Putin, «una scelta molto rischiosa» perché «rischia di legittimare lo zar». Roteando nervosamente i foglietti degli appunti fa nera la vannacciana Laura Ravetto, accusata di trasformismo, prendendosela con Futuro nazionale che sponsorizza il gas russo: «Quali interessi state difendendo?». La premier, di mattina al Senato e al pomeriggio alla Camera fortifica la posizione del governo sulla guerra a Kiev alla vigilia del Consiglio europeo di oggi a Bruxelles. I soldi per la difesa non sono sottratti agli ospedali, precisa, «non siamo guerrafondai». Ci sono accenti nuovi, obiettivamente. Mario Monti, con cui spesso duella, stavolta la trova «incoraggiante». È ferma. Non si può cedere a Putin, «pena il…

Giorgia Meloni conferma il sostegno all’Ucraina, al punto che quattro del Pd (Sensi, Verini, Zampa, Casini), l’applaudono: «Solo una pace giusta può durare e mettere al sicuro l’Europa e i nostri interessi». Di conseguenza prende le distanze da Trump e del suo patto diabolico sul diesel con Putin, «una scelta molto rischiosa» perché «rischia di legittimare lo zar». Roteando nervosamente i foglietti degli appunti fa nera la vannacciana Laura Ravetto, accusata di trasformismo, prendendosela con Futuro nazionale che sponsorizza il gas russo: «Quali interessi state difendendo?». La premier, di mattina al Senato e al pomeriggio alla Camera fortifica la posizione del governo sulla guerra a Kiev alla vigilia del Consiglio europeo di oggi a Bruxelles. I soldi per la difesa non sono sottratti agli ospedali, precisa, «non siamo guerrafondai». Ci sono accenti nuovi, obiettivamente. Mario Monti, con cui spesso duella, stavolta la trova «incoraggiante». È ferma. Non si può cedere a Putin, «pena il ritorno all’imperialismo di stampo sovietico, non rimpiango i carri armati a Praga e Budapest».

Certo, è il macabro cinismo trumpiano a costringerla a un maggiore ancoraggio europeo: «Sul costo dell’energia serve una risposta coordinata». Poi, per carità, c’è sempre l’altra Meloni, europeista sì ma per necessità, («siamo qui per difendere i cittadini da regole sbagliate!») visto che minaccia di non sottoscrivere il nuovo bilancio: «Noi firmeremo un accordo solo quando sarà giusto per l’Italia!». Stop anche al sistema Ets, sul limite di emissioni dei gas serra, ammette che sulla flessibilità per l’inflazione «la convergenza non sarà facile». Chiede un bilancio Ue «senza nuove tasse». Poi spiega all’aula che grazie all’Italia l’Europa ha corretto molte regole sbagliate. Matteo Renzi le fa notare che si comporta come «l’avvocato dello sketch di Gigi Proietti: se c’è una cosa che non funziona, dà la colpa agli altri. Se funziona è merito suo». Intanto ha ribadito ancora una volta il no al superamento dell’unanimità. «Se sulla pace Francia Germania, e Gran Bretagna ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, almeno lo facciano con un mandato ufficiale dato da tutti».

La maggioranza presenta due risoluzioni a palazzo Madama. Una di carattere generale, sui lavori in programma in Belgio, e l’altra più specifica sull’Ucraina, nella quale si chiede una tregua immediata sugli attacchi alle infrastrutture energetiche tra Russia e Ucraina. Approvate entrambe. La prima con 104 voti a favore, 61 contrari e 4 astensioni. La risoluzione Kiev passa invece con 108 sì, un voto contrario e due astensioni. Le opposizioni non hanno partecipato al voto, in dissenso con il metodo della doppia mozione, visto come una trappola (pare ideata dal sottosegretario Fazzolari) per mettere in difficoltà il campo largo. Il centrosinistra ne presenta cinque diverse, come da copione. Per la prima volta però va segnalata l’astensione incrociata delle singole forze, così vanno registrati i tre applausi di Giuseppe Conte a Elly Schlein alla Camera: piccole prove generali di unità. Anche alla Camera, a sera, passano le due risoluzioni del centrodestra. Futuro Nazionale vota a favore della seconda sull’Ucraina.

A pranzo, poi, Meloni (come consuetudine in queste occasioni) sale al Quirinale dove vede il capo dello Stato Sergio Mattarella al quale ribadisce le cose dette in aula.

A Montecitorio, nelle repliche del tardo pomeriggio, la premier torna di lotta e di governo: «Provate a mettere insieme Magi e Fratoianni in un’unica risoluzione!». «Cosa intendeva quando ha detto che non sono andata a non so quale vertice perché Trump non mi vezzeggiava?», chiede a Giuseppe Provenzano del Pd. «Vezzeggiare significa trattare qualcuno con carezze e moine. È misoginia». Provenzano la raggiunge per spiegarle che la sua era una critica esclusivamente politica. «Sono ipersensibile sull’argomento. Nessuno mi ha mai regalato niente», ribatte lei. Poco dopo anche Federico Fornaro si presenta sullo scranno della premier per regalarle il suo libro su Ventotene. «Grazie, l’anno scorso te l’eri presa moltissimo dopo la mia uscita». La premier aveva violentemente attaccato il manifesto di Altiero Spinelli.

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