È un Paese per vecchi. La rabbia dei giovani spiegata dalla demografia
di Luigi ManconiNella storia della stampa europea contemporanea, l’articolo di Pierre Viansson-Ponté, pubblicato il 15 marzo 1968 su – come usa dire – “il prestigioso quotidiano francese Le Monde” rappresenta un monito implacabile contro la fallacia delle analisi giornalistiche. Vi si leggeva di una gioventù francese «anestetizzata», «apatica», «annoiata», intorpidita in uno stato di letargia. Ciò giusto un mese e mezzo prima che, all’Università della Sorbonne, centinaia e centinaia di poliziotti e di studenti si fronteggiassero dando vita a scontri violenti. Quell’articolo resta come un memento beffardo capace di metterci in guardia da conclusioni frettolose e giudizi approssimativi, ma deve indurci allo stesso tempo a una riflessione che muova, per quanto è oggi possibile, da alcuni dati certi.
Émile Durkheim diceva: per comprendere la società bisogna dare ascolto alle levatrici e ai becchini. Il grande sociologo intendeva, con quelle parole, sottolineare l’importanza della scienza demografica nel…
Nella storia della stampa europea contemporanea, l’articolo di Pierre Viansson-Ponté, pubblicato il 15 marzo 1968 su – come usa dire – “il prestigioso quotidiano francese Le Monde” rappresenta un monito implacabile contro la fallacia delle analisi giornalistiche. Vi si leggeva di una gioventù francese «anestetizzata», «apatica», «annoiata», intorpidita in uno stato di letargia. Ciò giusto un mese e mezzo prima che, all’Università della Sorbonne, centinaia e centinaia di poliziotti e di studenti si fronteggiassero dando vita a scontri violenti. Quell’articolo resta come un memento beffardo capace di metterci in guardia da conclusioni frettolose e giudizi approssimativi, ma deve indurci allo stesso tempo a una riflessione che muova, per quanto è oggi possibile, da alcuni dati certi.
Émile Durkheim diceva: per comprendere la società bisogna dare ascolto alle levatrici e ai becchini. Il grande sociologo intendeva, con quelle parole, sottolineare l’importanza della scienza demografica nell’analisi dei processi sociali: e, in particolare, della composizione della popolazione sotto il profilo innanzitutto delle classi di età. E, quindi, della “giovinezza” o “vecchiaia” di un paese. I movimenti collettivi della fine degli anni Sessanta e dei primi Settanta – da non ridurre alla categoria così schematica di “‘68” – nascono e si sviluppano all’interno di organizzazioni sociali incomparabilmente diverse da quelle attuali. E, infatti, nell’Italia di quegli anni gli under 24 rappresentavano il 41.5% dell’intera popolazione; a distanza di mezzo secolo, quella fascia di età si è progressivamente ridotta fino a costituire oggi appena il 21.7%. Per contro, gli over 65 che tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta raggiungevano appena il 12.1%, oggi sono più che raddoppiati e superano il 25%.
È sufficiente questo per valutare come il peso – sociale, economico, culturale, politico, elettorale – dell’attuale giovane Italia sia pressoché – e irreparabilmente – irrilevante. Da questo pezzo di Paese, oltre a mille altri soggetti, figure e identità, vengono anche gli autori delle scorribande milanesi e torinesi della scorsa settimana. I loro coetanei di sessant’anni fa erano a tal punto ottimisti da credere di poter cambiare il mondo (ricordate “Il mondo salvato dai ragazzini” di Elsa Morante?). E ne avevano ben ragione: l’Italia aveva conosciuto il miracolo economico, i consumi crescevano irresistibilmente, le università si aprivano: “anche l’operaio vuole il figlio dottore” (Paolo Pietrangeli). Oggi le Università si chiudono, selezionano, discriminano secondo severi criteri di censo. Oggi con una popolazione anziana di quasi quattro punti superiore a quella degli under 24, è fatale che la gran parte delle risorse si indirizzi verso le classi di età più avanzate. Anche a ragione dei rapporti di forza politici loro favorevoli; e tenda a tutelare quei beni – in primo luogo le pensioni – che garantiscono la coesione sociale a svantaggio di altri beni (istruzione, formazione, abitazione) destinati alle generazioni più giovani. In altre parole, siamo in presenza di una asperrima lotta di classe generazionale. Già questo aiuta a spiegare perché mai la gioventù italiana, ma vale anche per altri paesi europei, sia così povera e depressa. Se la prospettiva di cambiare il mondo appare decisamente implausibile a questi adolescenti e, talvolta, pre-adolescenti, il timore che il mondo possa esplodere loro addosso è drammaticamente percepito. Se ci si sente spossessati di tutto – a partire del futuro – davvero non si ha nulla da perdere. Da qui discende anche quel tratto di luddismo e di nichilismo che è emerso da molte delle azioni di questi “rebel without a cause”. O meglio, la causa c’è, eccome, ma è così esistenziale e così enorme da non potersi misurare con la tradizionale strumentazione della politica e da non potersi interpretare attraverso i criteri classici delle scienze sociali. Mai in Italia si era registrata una mobilitazione collettiva di “ragazzini” tanto precoci. E non c’è da stupirsi: imparano prima, elaborano prima, pensano prima e scendono in piazza prima. E forse proprio perché a quell’età così acerba la vita appare di una abbagliante verità: e si ha la “sensazione di avere ragione”. Che è poi, come scriveva Albert Camus, alla base di tutte le rivolte.
Infine, la violenza. Fa bene la presidente del consiglio Giorgia Meloni a chiedere alle opposizioni di non essere ambigue. E qui dichiaro prontamente “la mia non ambiguità”: la violenza esercitata nel corso di queste manifestazioni va rifiutata in quanto terrorizza i cittadini, vandalizza le città e spacca le teste. E danneggia la causa. Impegnamoci tutti, pertanto, perché sia respinta e, quando necessario, repressa. Ma, fatto tutto questo e augurandoci di poterlo fare davvero, domandiamoci cosa saremo in grado di offrire a quelle ragazze e a quei ragazzi per i quali l’unico destino possibile sembra essere quello disegnato dal circuito della produzione e dal consumo delle merci.