MILANO – Gira con un sorriso navigato, le mani in tasca, il solito completo blu istituzionale. Fa battute, cita Carducci e dispensa lezioni di storia sui veneti che «sono sempre stati decisivi» – oggi forse non lo saranno. Butta lì ma non punge, un po’ si smarca, un po’ ammicca. Lascia galleggiare: «Mai chiesto cariche nella Lega… faccio il presidente del consiglio regionale del Veneto, poi vedremo…». Che sia lui il vero alter ego lo sapevano e lo sanno tutti, dentro e fuori lo scatolone della Fiera di Milano, nelle sezioni, sui territori: anche nei corridoi dei palazzi romani dove in questi mesi di acque leghiste agitatissime i rumors lo hanno accostato a incarichi, riposizionamenti, finanche fuori dalla Lega. Nulla è accaduto. Al congresso straordinario in stile “soviet” gli occhi e le orecchie delle sentinelle di Salvini sono puntate su di lui. Più che sull’ariete Romeo, sul governatore Fontana, su Garavaglia.
MILANO – Gira con un sorriso navigato, le mani in tasca, il solito completo blu istituzionale. Fa battute, cita Carducci e dispensa lezioni di storia sui veneti che «sono sempre stati decisivi» – oggi forse non lo saranno. Butta lì ma non punge, un po’ si smarca, un po’ ammicca. Lascia galleggiare: «Mai chiesto cariche nella Lega… faccio il presidente del consiglio regionale del Veneto, poi vedremo…». Che sia lui il vero alter ego lo sapevano e lo sanno tutti, dentro e fuori lo scatolone della Fiera di Milano, nelle sezioni, sui territori: anche nei corridoi dei palazzi romani dove in questi mesi di acque leghiste agitatissime i rumors lo hanno accostato a incarichi, riposizionamenti, finanche fuori dalla Lega. Nulla è accaduto. Al congresso straordinario in stile “soviet” gli occhi e le orecchie delle sentinelle di Salvini sono puntate su di lui. Più che sull’ariete Romeo, sul governatore Fontana, su Garavaglia.
Luca è il candidato di pietra, l’avversario-ombra ovvero il più probabile competitor di Matteo Salvini di qui a chissà quando. Lo cogli dai dettagli. Per dire: a metà pomeriggio il vicesegretario Durigon lo incrocia sulla linea di accesso della “press zone”. Ci sono un paio di cronisti. «Io vorrei tanto sapere che cosa farà Luca da grande!», dice il potente Richelieu ciociaro di Salvini. La vecchia volpe Zaia risponde appoggiandogli un coppino sul collo. È passata mezz’ora da quello che il già governatore veneto definisce un «dibattito verace», i botta e risposta tra gli eretici-nordisti e i salviniani ortodossi. Poi c’è Zaia, dov’è Zaia, ecco Zaia, con chi ha parlato Zaia. Ore 16,28: prende la parola. Sarà il suo l’intervento più applaudito, altro segno. Inizia con una battuta: «Ma cosa mangiate in Lombardia? Vi vedo agitati». Sottile. Cita Bossi, «diceva che la Lega non è né di destra né di sinistra»; porta sul piatto d’argento la mozione del Nord, quella identitaria ed è proprio «identità» la parola-mantra. «Senza identità non c’è consenso», ripete. Non può più arrivare dal sovranismo, secondo Zaia, il consenso. La frecciata a Salvini è affilata. «Il sovranismo non può essere liberticida, noi siamo un partito liberale, noi siamo un partito del popolo, l’unico vero partito del popolo». È la curva che gli serve per spingere sull’acceleratore. «La Lega va federata. C’è una questione meridionale, ma c’è anche e in primis una questione settentrionale. Il Nord sono cinque regioni che ti danno la possibilità di costruire ospedali e di fare strade», anche lontano dal Nord. Parla da leader Zaia, anche se non lo è. «Il futuro dell’Italia è il federalismo, è anche il futuro dei partiti». Concetti già detti e già sentiti ma qui davanti ai 705 delegati, nella 48 ore che deciderà i nuovi assetti della Lega, è diverso. L’aria che tira è quella di un ingresso di Zaia nella segreteria politica. Lui ha l’espressione di uno che già sa. «Aspettiamo le modifiche statutarie, non è tatticismo». Come no. Ancora l’autonomia. «È una vera assunzione di responsabilità… Il 9 novembre 1989 dei ragazzi sopra un muro (di Berlino, ndr) davano vita a un nuovo corso...». A margine Zaia affonda sul fine vita, sui temi etici («ci deve essere una no fly zone»), un cavallo di battaglia. L’applausometro lo ha già premiato ma lui si ricorda di essere un avversario «neutrale». Il duello Salvini-Garavaglia? «Chi perderà dovrà dire all’altro: sei il mio segretario».