Il giorno dopo la fine del congresso di Milano, il quarto in quasi 13 anni che finisce con Matteo Salvini segretario della Lega, sul campo restano i numeri da osservare a mente fredda e una certificazione: il “Capitano” che vince ma non stravince, e che non ha in mano il partito laddove il partito è nato e dove conta davvero, cioè la Lombardia. Segnale da tenere di conto nella composizione della segreteria che dovrebbe accompagnarlo da qui ai prossimi mesi prima delle Politiche.
Ma andando con ordine, tra voti allo sfidante Massimo Garavaglia, schede bianche e assenti, Salvini è stato riconfermato con il 65,9 per cento dei voti. I delegati lombardi erano 170 (il gruppo più numeroso), e le indiscrezioni parlano di un sostanziale pareggio tra il segretario rieletto e il senatore. Un numero che adesso renderà più difficile commissariare il partito, cacciando Massimiliano Romeo. Il cui destino da capogruppo al Senato sembra segnato, ma discorso diverso è dal ruolo di segretario della Lega…
Il giorno dopo la fine del congresso di Milano, il quarto in quasi 13 anni che finisce con Matteo Salvini segretario della Lega, sul campo restano i numeri da osservare a mente fredda e una certificazione: il “Capitano” che vince ma non stravince, e che non ha in mano il partito laddove il partito è nato e dove conta davvero, cioè la Lombardia. Segnale da tenere di conto nella composizione della segreteria che dovrebbe accompagnarlo da qui ai prossimi mesi prima delle Politiche.
Ma andando con ordine, tra voti allo sfidante Massimo Garavaglia, schede bianche e assenti, Salvini è stato riconfermato con il 65,9 per cento dei voti. I delegati lombardi erano 170 (il gruppo più numeroso), e le indiscrezioni parlano di un sostanziale pareggio tra il segretario rieletto e il senatore. Un numero che adesso renderà più difficile commissariare il partito, cacciando Massimiliano Romeo. Il cui destino da capogruppo al Senato sembra segnato, ma discorso diverso è dal ruolo di segretario della Lega Lombarda. Anche perché tra novembre e dicembre vanno a congresso le province di Bergamo, Brescia e Varese, le più importanti di tutto il Carroccio (la quarta è Treviso), e dove non tira una bellissima aria per l’appena riconfermato segretario.
Ieri il vicepremier era a Milano a lavorare «sull’organizzazione della segreteria politica, il coinvolgimento dei sindaci e il rilancio del movimento nelle realtà territoriali che presentano maggiori difficoltà», recitava la nota del suo staff. Non si sa se Luca Zaia ne farà parte, anche perché non è chiaro se l’ex presidente del Veneto ne abbia intenzione, né ci sono state ulteriori interlocuzioni dopo la due giorni di congresso. Sicuri Silvia Sardone e Claudio Durigon, poi per ora si va di ipotesi: il segretario uscente della giovanile Luca Toccalini, uno tra i fedelissimi Eugenio Zoffili, Andrea Paganella e Igor Iezzi, qualcuno del Sud (il pugliese Roberto Marti?), magari un rientro di Andrea Crippa. Possibile spazio anche per il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, così come qualche sindaco o amministratore locale. E poi, ci sarà un diritto di tribuna per la minoranza di Garavaglia? Anche questo non è chiaro, il Consiglio federale non è stato ancora convocato e ci vorranno una o due settimane per arrivare a una conclusione. In cima ai pensieri leghisti, rimane la necessità di arginare Roberto Vannacci — così si spiegano anche i passaggi di Salvini contro nuovi aiuti all’Ucraina — e in questo quadro le comunali a Milano sono fondamentali. Salvini spinge sulla candidatura per il centrodestra di Sardone perché considerata l’unica, con i suoi temi e i suoi toni, capace di tenere su la lista del Carroccio, ridimensionando Carmelo Burgio di Fn. Una Lega debole è un problema per tutta la coalizione, uscire dalle Comunali a Milano con un 3-4 per cento sarebbe un disastro anche per Giorgia Meloni. Quanto all’eurodeputata, sogna un percorso simile alla leader di FdI, che nel 2016 si candidò sindaca a Roma, perdendo, ma acquisendo una grande e ulteriore visibilità.
Intanto, visto che gli spazi per essere rieletti si riducono al minimo per le cosiddette fasce medie del partito, Simonetta Matone ha annunciato di lasciare la Lega per transitare in FI (aveva trattato anche con FdI). Al solito condendo il tutto con solide motivazioni politiche: «Sono contraria a derive sovraniste e a prese di posizione estreme e irrealizzabili». A volte molto meglio la cruda sincerità.