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Sul set del film Tanko cercando i Serenissimi. E l’autonomia disillusa

Un’immagine dal set del nuovo film di Francesco Sossai "Tanko"

 

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Il sindaco di Breda in Piave: “Il senso di identità è rimasto, non quello di comunità”. Nel 2024 sono partiti 7.344 under 24 Solo il 16% pensa di tornare
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Breda di Piave – Veneto profondo. All’orizzonte, le Prealpi adombrate da cappelli di nuvolaglie fanno da sfondo a strade costellate da ville geometrili, come le chiamava Stefano Benni, tra pannelli solari e palme rigogliose nel riscaldamento globale. La barista dell’H18 passa con agilità dal veneto all’italiano. In via Argine, innalzata sui campi, runner di mezz’età lottano contro il colesterolo. Tra i gracchiare dei walkie-talkie, due camion ingombrano un incrocio, mentre quattro operai appoggiano un’antica cabina telefonica rossa e grigio metallizzato sul bordo di un prato pieno d’erbacce. Sulle porte, una scritta verticale con lo spray, tutta maiuscola: “FREE VENETO”. Un ragazzo, barba corta, spalle solide, passo deciso, spinge le ante. Chiama, aggancia la cornetta e sgomma via su un fuoristrada con il traino vuoto. Con un complice vanno a prelevare “el tanko” che caricheranno su un traghetto lagunare dirottato con un mitra per poi sbarcare a Piazza San Marco. «Stop!» urla il regis…

Breda di Piave – Veneto profondo. All’orizzonte, le Prealpi adombrate da cappelli di nuvolaglie fanno da sfondo a strade costellate da ville geometrili, come le chiamava Stefano Benni, tra pannelli solari e palme rigogliose nel riscaldamento globale. La barista dell’H18 passa con agilità dal veneto all’italiano. In via Argine, innalzata sui campi, runner di mezz’età lottano contro il colesterolo. Tra i gracchiare dei walkie-talkie, due camion ingombrano un incrocio, mentre quattro operai appoggiano un’antica cabina telefonica rossa e grigio metallizzato sul bordo di un prato pieno d’erbacce. Sulle porte, una scritta verticale con lo spray, tutta maiuscola: “FREE VENETO”. Un ragazzo, barba corta, spalle solide, passo deciso, spinge le ante. Chiama, aggancia la cornetta e sgomma via su un fuoristrada con il traino vuoto. Con un complice vanno a prelevare “el tanko” che caricheranno su un traghetto lagunare dirottato con un mitra per poi sbarcare a Piazza San Marco. «Stop!» urla il regista.

Francesco Sossai, ampia camicia a quadrettoni bianchi, pantaloni senape larghi e stilosi, si avvicina alla cabina con passi calibrati, da alpino. Suggerisce due migliorie all’attore, poi torna al riparo di un tendaggio scuro dove lo attende la cinepresa. «Moo-tore!... Aa-zione!» Ciak! Si ricomincia. Due ore della stessa scena per il nuovo film dell’autore de Le città di pianura, otto David su un record di 16 candidature. Fino al 14 novembre, nella marca trevigiana, Sossai girerà la storia dell’assalto al Campanile degli otto Serenissimi avvenuto nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1997.

Vicenda indipendentista sepolta tra asparagi e radicchio trevigiano? Non tanto. Il 6 agosto la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 2 anni e 8 mesi, in prova ai servizi sociali, di Flavio Contin, elettricista di Casale di Scodosia di 83 anni, la mente dell’assalto. «Mi facciano fare quello che vogliono, ma il nonno vigile no, eh, ho una mia dignità». Furono azioni oggi impensabili, commenta, lamentando che con «i oto» del campanile «ci fu accanimento».

«Qualche privato mi ha dato dei guai negando la location. Avevano paura di essere associati alla storia dei Serenissimi» dice la location manager Chiara Tesser appoggiata al cofano di una pandina blu zeppa di cartelli di divieto di sosta. «Peccato che qualcuno veda questo film come qualcosa di politico. E poi che impatto politico può ancora avere questa storia, oggi?».

Il regista Francesco Sossai (agf)

È la stessa domanda che ci facemmo nel 1997 quando giravamo con una videocamera tra queste campagne per capire se il Veneto si sarebbe sollevato davvero. Allora non era una domanda retorica.

Ai margini del set, una novantenne dai capelli turchini, maglioncino rosa, pantaloni color vino, pota le foglie secche da piante di pomodori più alte di lei. Bertilla Porri ha lasciato gli auricolari in casa e bisogna urlarle le domande. «Questo è un paesino tranquillo» dice mentre un gallo razzola nel giardino accanto. «Non succede mai nulla. Non c’è niente per i giovani. Così se ne vanno. Anche all’estero». I dati Istat confermano che nel 2011 gli under 35 che espatriarono dal Veneto furono 1.729, nel 2024 sono diventati 7.344. Solo il 16% di chi è partito pensa di tornare.

«Ma alcuni lo fanno» assicura il sindaco di Breda di Piave, comune di 7.700 abitanti. Qualche trentenne resta a coltivare ortaggi, a crescere maiali e a fare il formaggio, mentre il gruppo Mosole con ghiaia, cemento, ceramica e cosmetici dà ancora lavoro. Il sindaco Cristiano Mosole, 45 anni, candidato con l’appoggio della Lega Nord nel 2017, è stato eletto con una lista civica trasversale nel 2022. Aveva solo 17 anni quando, in quel maggio del ’97, un cecchino puntò un raggio rosso sul viso di Fausto Faccia. Mentre reggeva due taniche di benzina estratte dal tanko a Piazza San Marco, il Serenissimo disse: «Volìo copàrme, copème» (Volete uccidermi, uccidetemi).

Il Tanko dei Serenissimi in piazza San Marco a Venezia nel 1997 

«In Veneto, il senso di identità è rimasto, ma non quello di comunità» spiega il sindaco su una panchina accanto a un canale infestato dalle zanzare, a 20 metri dal set. «Ciò che accadde con i Serenissimi non fu solo dimostrativo. Sul tanko sventolava una bandiera con un significato importante. Tanti, qui, pensano che quegli otto erano persone che, sbagliando, almeno volevano fare qualcosa. Ma l’indipendentismo è rimasto agganciato a 30 anni fa. Quello che non è cambiato è l’esigenza di più autonomia. La pressione fiscale non ci restituisce quello che versiamo. Ci vuole una soluzione fiscale diversa». Perché, allora, dopo 30 anni, dopo le grida di “Padania Libera”, una Lega al governo nella regione Veneto da 16 anni, le mani sul potere a Roma, la vera autonomia non c’è? Le 4 funzioni trasferibili sulle 23 richieste appena approvate dal Consiglio dei ministri, spacciate per autonomia, non sono certo quei nove decimi di tasse chiesti dal referendum del 2017… «Sia a livello regionale che nazionale si ragiona ormai solo in termini delle prossime elezioni» spiega il sindaco Mosole. «Mancano il coraggio, il senso di un progetto comune e lo spirito di vicinato. Ci si incrocia a scuola, accompagnando i figli all’asilo. È cresciuta la diffidenza. Molti qui, appena arrivata la proposta di girare un film, mi chiedevano se era una truffa».

Eppure, nei sondaggi la voglia di autonomia regge. Anche se i ventenni parlano meno in veneto, il “meno tasse” funziona sempre. Per Demos, nel 2025 il 75% dei veneti voleva ancora l’autonomia. Però solo il 47% ha risposto che il governatore deve «insistere subito» mentre per il 39% ha dovrà farlo «senza urgenza». Solo il 13% prevede l’autonomia entro un anno, il 19% in due o tre anni, il 66% pensa che non arriverà mai.

L’identità autonomista oggi è quasi unanime, ma senza conseguenze. Tantissimi dicono di volerla, pochi si aspettano che arrivi. Nel 2017, al referendum, 2 milioni e 238 mila veneti votarono sì. Alle regionali dell’anno scorso sono rimasti a casa in 2 milioni e 377 mila.

Nell’estate del ‘97, girammo per queste campagne per il mio documentario Copème. Indagavamo sui rischi di un’insurrezione armata ispirata dai Serenissimi. Umberto Bossi li aveva liquidati come «la brigata mona», ma fuori dal tribunale di Mestre la Liga Veneta, parte fondante della Lega Nord, organizzava presidi di sostegno ai Serenissimi. Trovammo camicie verdi, maestre, cacciatori e commercianti che s’interrogavano su cosa voleva dire sentirsi veneti. Alcuni parlavano di un «Nuovo risorgimento veneto», della «necessità degli eroi». L’insegnante Niva Sperotto, a una festa padana a Castelgomberto, guardando nell’obiettivo, disse: «Per dimostrare la sincerità delle nostre idee qualcuno dovrà sacrificarsi. Mi sento così in crisi e fuori posto in questo mondo in cui non si capisce più niente che perfino l’idea di morire per un ideale, e la Lega in questo momento mi offre quell’ideale, mi sembra interessante. Se non si può vivere bene senza libertà, si può morire bene per la libertà, no?».

A Cartura, provincia di Padova, intervistammo la moglie dell’artista Gilberto Buson, uno degli otto allora agli arresti. In padovano stretto, Alessandra disse: «Lampo, tuono, tempesta, acqua. Il lampo è la presa del campanile. Il tuono la risonanza internazionale. La tempesta gli anni di condanna. Ma l’acqua resta, dopo la tempesta. E, nonostante i danni, irriga i semi, da cui avremo di nuovo un frutto».

Non andò così. Nel 2007, il tanko fu esposto alla Festa dei Veneti: da reperto giudiziario a folklore. Nel 2014, due Serenissimi, tra cui Contin, ci riprovarono con un “tanketto”, mai entrato in azione. Recidivi e condannati. Oggi i due tanko sono parcheggiati sotto una tettoia, allargata per farceli stare, nel garage di un 83enne ai servizi sociali, a 60 chilometri dal set dove si ricostruiscono le gesta dei Serenissimi, mentre la signora Bertilla strappa foglie secche dai pomodori.

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