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Antimafia, le stragi e il caso Caltanissetta: cosa c'è dietro lo scontro tra Di Matteo e Melillo

Giovanni Melillo 

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In Csm si rischiano scintille. In arrivo la conferma bis del procuratore nazionale, ma con rinvio al prossimo plenum
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L’atto d’accusa che sceglie i tempi con cura e spara in alto, direttamente al numero uno dell’Antimafia giudiziaria, con un esposto depositato in Procura generale. Il pm Nino Di Matteo contro il vertice Giovanni Melillo, a cui si contestano mancate riunioni, accentramento di relazioni, insomma “il depotenziamento del pool stragi” della Dna. La frattura che diventa pubblica proprio mentre il Csm ha già pronto, per il procuratore nazionale, il suo sì al rinnovo dell’incarico: slittato temporaneamente. E Palazzo Bachelet che maneggia la crisi con una tale cautela che, ieri, a ridosso del plenum, il materiale “delicato” ha rischiato di esplodergli in mano.

Dietro il rispetto della forma e gli eccessi di prudenza, in ogni caso, quella che si consuma con ogni evidenza è tutt’altra partita. La conferma bis di Melillo non è mai stata, a quanto risulta, messa in discussione. In gioco resta lo scontro tutto politico (magari acuito da prospettive pre-elettorali) sulla natura dell’attacco stragis…

L’atto d’accusa che sceglie i tempi con cura e spara in alto, direttamente al numero uno dell’Antimafia giudiziaria, con un esposto depositato in Procura generale. Il pm Nino Di Matteo contro il vertice Giovanni Melillo, a cui si contestano mancate riunioni, accentramento di relazioni, insomma “il depotenziamento del pool stragi” della Dna. La frattura che diventa pubblica proprio mentre il Csm ha già pronto, per il procuratore nazionale, il suo sì al rinnovo dell’incarico: slittato temporaneamente. E Palazzo Bachelet che maneggia la crisi con una tale cautela che, ieri, a ridosso del plenum, il materiale “delicato” ha rischiato di esplodergli in mano.

Dietro il rispetto della forma e gli eccessi di prudenza, in ogni caso, quella che si consuma con ogni evidenza è tutt’altra partita. La conferma bis di Melillo non è mai stata, a quanto risulta, messa in discussione. In gioco resta lo scontro tutto politico (magari acuito da prospettive pre-elettorali) sulla natura dell’attacco stragista portato dalla mafia al cuore del Paese. Una lesione nel cuore dell’Antimafia.

Il fronte arrembante dei Di Matteo o dell’amico e collega Scarpinato, oggi senatore 5S, che reagisce con indignazione alle accuse di “depistaggio” sul dossier mafia-appalti dopo le parole del gip Santi Bologna che ha comunque archiviato quella tesi, non è quello istituzionale di Melillo. E pesa la distanza tra chi, come il vertice della Dna, sceglie il silenzio impenetrabile insieme ai suoi aggiunti e sostituti, lasciando che a parlare siano le singole inchieste dai rispettivi uffici sui quali non manca certo il ruolo di coordinamento del superProcuratore; e chi, come il pm siciliano prova ad aprire una falla sull’organizzazione di via Giulia, puntando il dito contro l’isolamento di cui sarebbe stato vittima insieme a una collega, contro le “mancate comunicazioni”, il fatto che i magistrati del “pool stragi” non “siano stati messi nelle condizioni di conoscere” e raccordarsi al lavoro dei colleghi delle Procure. Un “depotenziamento” del pool che si fa più rischioso, è l’accusa che lancia Di Matteo, di fronte “all’enunciazione, anche nella Commissione parlamentare antimafia, di una riscrittura minimalista e fuorviante della storia delle stragi del biennio 1992/94”. Si citano alcune “audizioni di magistrati in Commissione parlamentare antimafia”. Chiaro il riferimento a quanto riferì il procuratore Salvatore De Luca, poco meno di un anno fa, a San Macuto: “Prima di iniziare le indagini sul cosiddetto filone di mafia e appalti, ho ritenuto d’informare il procuratore nazionale dottor Melillo, che è stato perfettamente d’accordo con noi”. Come se le prerogative di un vertice Dna – è la replica che gira negli uffici - prevedessero anche quella di stoppare, pur volendo, l’autonoma inchiesta di un pm.

L’esposto è di sole dodici pagine, il non detto molto di più. Ed è di fronte a questo groviglio di accuse e veleni che il plenum ha rischiato ieri il tilt. La quinta commissione - guidata dal laico Giuffré e già pronta con la proposta della conferma dell’incarico a Melillo votata all’unanimità - già da lunedì aveva chiesto la trasmissione dell’esposto, i cui contenuti erano stati raccontati da Il Fatto, al comitato di presidenza e al suo vertice Fabio Pinelli. Che però ritiene di non dover procedere per preservare “l’attività di vigilanza già in corso” e che è in capo al Pg, cui è stato formalmente indirizzato l’atto d’accusa, solo per conoscenza al Csm. Salgono però le tensioni tra alcuni consiglieri, il caso Di Matteo versus Melillo di segreto non ha più nulla. Al punto che la Quinta si riunisce ieri mattina alle 8.30, allargata ad altri membri, ed è l’indipendente togato, Andrea Mirenda, a provocare: questo esposto ve lo mostro, lo acquisiamo per valutarlo oppure lo declamo tutto, direttamente in plenum? No, fermi tutti, niente scintille, meglio la via istituzionale.

Più tardi, durante i lavori, è lo stesso Giuffré, relatore della pratica, a ribadire che si riporta il giudizio “pienamente favorevole” alla conferma bis del consiglio giudiziario per Melillo. Poi chiede, "a nome di tutta la commissione" il rinvio alla prossima seduta. In linea teorica, il Csm potrebbe decidere di sentire entrambi: accusatore e procuratore. Ma non sembra questo l’orientamento. Il vicepresidente Pinelli ribadisce che è la Procura generale che ha la competenza per “la risoluzione di alcuni conflitti che possono sorgere all'interno degli uffici”. Attività che conserva, com’è ovvio, “carattere di assoluta riservatezza sempre nell’interesse delle istituzioni”. Pur nello sfondo da resa dei conti.

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