Il manifesto di Ventotene

Il manifesto di Ventotene

Il testo redatto nel 1941 da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi torna su richiesta dei lettori domenica 23 marzo 2025 in omaggio con Repubblica. Il commento di Corrado Augias

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Uno scritto visionario

di Corrado Augias

Per valutare il significato, potrei dire il valore, del Manifesto di Ventotene bisogna fare un salto con l’immaginazione, portare alla mente quale fosse la situazione europea e mondiale nel 1941. La guerra era cominciata il 1° settembre 1939 con l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste; l’Italia era entrata nel conflitto il 10 giugno 1940. In pochi mesi, dopo la fulminea avanzata tedesca in Europa, l’andamento dello scontro era diventato oscillante, sia in Africa sia in Russia. C’era una sola certezza, per la seconda volta nel giro di trent’anni, sul suolo europeo si stava consumando una carneficina. Nel dicembre di quell’anno, l’attacco giapponese alla base americana di Pearl Harbor nel Pacifico, il conseguente ingresso degli Stati Uniti, avrebbe ancora aggravato il bilancio delle vittime e dei danni.

Nella minuscola isola di Ventotene, le notizie della guerra arrivano attenuate dalla censura. D’altronde, anche nel resto dell’Italia non se ne sa molto di più. Bisogna saper leggere tra le righe per capire che le sorti della guerra in realtà sono in bilico anche se comincia a profilarsi una leggera prevalenza delle truppe alleate nei vari teatri del conflitto.

Ernesto Rossi e Altiero Spinelli condividono il carcere a cielo aperto di Ventotene con altri esiliati antifascisti e alcuni delinquenti comuni. Si calcola che i confinati fossero in totale circa ottocento, 500 dei quali qualificati come comunisti. I due autori del Manifesto discutono, scrivono, progettano durante le ore d’aria nelle quattro stradine dell’isola 6 che gli è consentito percorrere. Il documento nasce così, un po’ progetto politico, un po’ racconto di un sogno. In ogni caso uno scritto visionario al quale solo una forte carica ideale riesce a dare una certa remota concretezza.

Un rilevante contributo lo dà anche Eugenio Colorni, intelletuale di gran livello, nato in una famiglia della buona borghesia ebraica. Anche lui partecipa alla visione di uno Stato europeo federato. Poi, nel 1943, Colorni entra nella Resistenza, svolge attività clandestina. Il 28 maggio 1944 viene fermato da due militi della Banda Koch, un’organizzazione criminale che aiuta i nazifascisti nell’opera di repressione. Ferito nello scontro, muore pochi giorni dopo in ospedale alla vigilia dell’ingresso degli americani a Roma (4 giugno 1944).

L’idea di fondo di Spinelli è che solo una organizzazione europea di tipo federale avrebbe potuto raggiungere il duplice scopo di evitare una nuova catastrofe e di dare all’Europa un peso economico e politico tale da renderla, a guerra finita, protagonista nel quadro internazionale. Visione di ampio respiro dunque, se si pensa alle drammatiche condizioni nelle quali venne partorita. Con un’aggiunta di non poco conto: questa idea, quale che fosse la possibilità di realizzarla, gli autori del Manifesto la progettano non per un partito politico bensì per un movimento trasversale ai vari partiti, capace dunque di raccogliere – almeno in teoria – un più vasto consenso.

L’impianto ideologico del Manifesto segna un punto di svolta rispetto al pacifismo passivo di stampo liberale classico. Secondo quella dottrina le società sono portate naturalmente a organizzare forme di convivenza nel nome stesso della loro sopravvivenza. Due guerre mondiali a pochi anni di distanza una dall’altra stavano dimostrando la fragilità di questa concezione. Ecco dunque il rovesciamento: un pacifismo attivo che tenga insieme una concreta visione della realtà invece di contare su un ipotetico equilibrio quasi automatico tra Stati sovrani.

In origine il testo era suddiviso in quattro parti, successivamente Colorni, poco prima dello scontro a fuoco con gli sgherri della Banda Koch, lo ridusse a tre parti. Le prime due interamente elaborate da Spinelli, vertevano sulla crisi della civiltà moderna, sui compiti del dopoguerra e l’unità europea. La terza e ultima era di mano rispettivamente di Ernesto Rossi e ancora una volta di Spinelli.

Che cosa resta del Manifesto ottant’anni dopo? Lo spirito naturalmente, alcune intuizioni che non è azzardato definire straordinarie considerate le condizioni nelle quali nacquero. In aggiunta, uno stato di necessità che ormai mostra chiaramente l’urgenza di applicarle quelle intuizioni. Ciò che allora poteva apparire solo l’ombra di un possibile futuro è ormai diventato una realtà che tutti abbiamo sotto gli occhi. Nessuno Stato europeo, nemmeno la Germania, è in grado di reggere da sola allo scontro in corso tra le tre nuove grandi potenze – Stati Uniti, Cina, Russia – nonché ai cambiamenti rivoluzionari che riguardano le comunicazioni, imponenti masse di esseri umani in movimento, un cambiamento climatico che potrà assumere dimensioni catastrofiche, un’intelligenza artificiale dalla smisurate capacità d’applicazione che potrà essere contenuta entro alcune regole morali più facilmente in Europa che altrove nel mondo.

Sarebbe necessario che la comunità europea riprendesse coscienza del suo ruolo superando disaffezione e sfiducia nei confronti di un progetto oggi sentito come estraneo. Sarà possibile? Ritengo di sì. Ad aiutare un’idea d’Europa potrebbe essere proprio la brutalità, la rozzezza, degli attacchi che i suoi nemici le muovono sia dall’interno di singoli Stati sia dall’esterno. Non sarà facile, ma non è nemmeno impossibile; accade talvolta che da un male si riesca a ricavare inaspettatamente un bene. E malo bonum, dicevano i padri.

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