Questo è il numero di venerdì 6 febbraio 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Tra i guai compresi nel prezzo di avere estremisti al governo è che sono sempre impegnati a tirare fuori il peggio anche dell’opposizione. Perché è con gli estremisti del fronte opposto che cercano lo scontro. Li marcano, li cercano, li provocano e alla fine li valorizzano. Dice: è tattica, si scelgono il nemico ideale per schiacciare tutta l’opposizione sull’immagine dei violenti, le teste calde, gli inaffidabili. Non sono convinto che sia questa la spiegazione più appropriata della foga con la quale Meloni è tornata, ancora ieri dopo il consiglio dei ministri sul decreto sicurezza, a sbraitare contro sinistra, magistratura e nemici vari (chicca dell’ultima sfuriata: “Lo scudo penale ce l’hanno i centri sociali!”). È ovvio che nelle uscite del governo ci siano mosse studiate a tavolino, ma non sopravvaluterei il ruolo dei pensatoi me…
Questo è il numero di venerdì 6 febbraio 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Tra i guai compresi nel prezzo di avere estremisti al governo è che sono sempre impegnati a tirare fuori il peggio anche dell’opposizione. Perché è con gli estremisti del fronte opposto che cercano lo scontro. Li marcano, li cercano, li provocano e alla fine li valorizzano. Dice: è tattica, si scelgono il nemico ideale per schiacciare tutta l’opposizione sull’immagine dei violenti, le teste calde, gli inaffidabili. Non sono convinto che sia questa la spiegazione più appropriata della foga con la quale Meloni è tornata, ancora ieri dopo il consiglio dei ministri sul decreto sicurezza, a sbraitare contro sinistra, magistratura e nemici vari (chicca dell’ultima sfuriata: “Lo scudo penale ce l’hanno i centri sociali!”). È ovvio che nelle uscite del governo ci siano mosse studiate a tavolino, ma non sopravvaluterei il ruolo dei pensatoi meloniani, vista anche la rozzezza di questo arsenale propagandistico: ci vuole un robusto sprezzo dell’intelligenza altrui per pensare che qualcuno possa seriamente convincersi che Askatasuna sia la giovanile del Partito democratico. No, la tattica c’entra solo fino a un certo punto. La ricerca degli estremisti tra gli avversari è più una vocazione naturale, la fedeltà a una legge di strada: è l’abitudine a cercarsi per darsele, a marcare ossessivamente la gang del quartiere rivale. Se per Berlusconi il nemico era il “comunismo” di governo, dunque il Pci-Pds-Ds fino ad arrivare al Pd, per Meloni è il “comunismo” di lotta, sono gli autonomi, gli antagonisti, i centri sociali, quelli che odiava da giovane essendone pienamente ricambiata, quelli che la rincorrevano quando attaccava manifesti e che lei, o chi per lei, rincorreva a sua volta. Puoi togliere la ragazza da Colle Oppio, non Colle Oppio dalla ragazza.
La risposta che il governo ha dato ai fatti di Torino è inquietante perché ne svela di nuovo tutti i tratti più illiberali. Le idee venute in testa alla maggioranza per rispondere alla guerriglia della settimana scorsa sono fuori dallo Stato di diritto. Il fermo preventivo nella sua versione originale, senza alcun vaglio dell’autorità giudiziaria, è una misura da Stato di polizia. Chi decide quali persone vanno fermate prima di una manifestazione? Sulla base di quale criterio? Politico? Giudiziario? Lo scudo penale agli agenti è una misura da autocrazia, oltre che palesemente anticostituzionale. L’idea di aggirare il problema estendendo lo scudo a tutti i cittadini racconta il livello cui può arrivare il populismo giudiziario della destra di Meloni e Salvini. Il quale è lo sponsor di un’altra pensata, al momento anch’essa fuori dal decreto: la cauzione per scendere in piazza, cosicché ci sia di che ripagare i danni in caso di incidenti. Un’intuizione presa in prestito dai contratti di noleggio macchine, che potrebbero in effetti essere i principali testi giuridici consultati dallo stato maggiore della Lega negli ultimi anni.
I rilievi di Mattarella hanno impedito che il decreto sicurezza arrivasse in cdm in forma primitiva, con i suoi sfregi più evidenti al diritto e alla costituzione. Resta però l’evidenza politica delle misure allo stato brado e la mentalità che le sostiene. L’insistenza di Meloni a suggerire capi d’imputazione (“Dovete dargli il tentato omicidio”) o pretendere misure cautelari testimonia quale sia la concezione della magistratura che ha l’attuale esecutivo: un braccio operativo che deve seguire direttive politiche, attenendosi al mandato del governo in carica. Era già stato chiarissimo sulla vicenda dei centri in Albania, ora il livello si sta alzando. La stessa protesta formale contro la Svizzera per l’uscita di Jacques Moretti dal carcere su cauzione, pur comprensibile empaticamente, è un altro sbrego alla separazione dei poteri. Si avvicina il referendum sulla giustizia e chi pensa che sia davvero una consultazione tecnica sulla separazione delle carriere dei magistrati è un inguaribile ottimista o un cieco totale. Non sono Vassalli, la terzietà del giudice e il garantismo a ispirare il governo. Sono Farinacci, le toghe che si attengono alla volontà del popolo e il dipietrismo. Non a caso l’ex pm di Tangentopoli è un grande sponsor del Sì, lui che teorizzava la carcerazione preventiva per far confessare gli indagati.
Dopo i fatti di Torino la retorica estremista del governo è arriva subito a rivalutare l’operato dell’Ice, dal quale all’inizio il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva preso le distanze. Non più. Ora Meloni dice che le polemiche sull’Ice sono strumentali e il fedelissimo Donzelli si lamenta che “per giorni ci hanno raccontato che il pericolo era l’Ice alle Olimpiadi e scene come a Minneapolis. A Torino abbiamo avuto la conferma che in Italia i poliziotti non hanno le mani troppo libere, le hanno troppo legate!”. Si capisce benissimo come dovrebbe funzionare in Italia, nelle intenzioni di Fratelli d’Italia, il combinato tra scudo penale agli agenti e magistratura allineata al mandato elettorale: intanto ti sparo, poi si vede.
I bachi ideologici sono una sciagura anche perché si sostengono a vicenda. Negli ultimi giorni ha avuto ampia diffusione su Internet una cronaca alternativa del pestaggio del poliziotto a Torino scritta da una cronista del manifesto che era sul posto. Ecco il passaggio più importante: “Vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare "stampa", convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi. Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un'asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l'hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, "basta, basta, lasciamolo stare". I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via”. Per questa cronaca dell'episodio di Torino Rapisardi ha ricevuto insulti e minacce per le quali merita piena solidarietà. Merita anche le si dica che la sua cronaca, senza bisogno di mettere in discussione i fatti di base, è un maldestro tentativo di inquadrare il pestaggio del poliziotto dentro una scena dove le “vere” colpe diventano tutte sue: lui che parte isolato per attaccare, il casco non allacciato, gli altri agenti che non lo salvano, fino a quel capolavoro di diminutio ideologica: era un martelletto, non un martello. Capite? Un martelletto.
Il governo sta strumentalizzando i fatti di Torino per dispiegare le sue proposte autoritarie. Autoritarismo vero, non siamo più alle schermaglie da Seconda Repubblica anni Novanta. Per opporsi in modo inflessibile a questo tentativo non c’è bisogno di dire che a Torino non è successo niente, “due colpi di martelletto”. Ieri il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha detto che si augura non tornino le Brigate rosse. Un paragone insensato, assurdo, ridicolo. Il delirio di chi comanda fa danni incommensurabili, certo non paragonabili a una cronaca alternativa su Facebook. Ma quanto si parlano bene il fantasma di Mario Moretti e l'abbaglio di un martelletto. Potrebbero stare lì a chiacchierare per anni, tutto il tempo che a Meloni sarà concesso a Palazzo Chigi.