Sugar e Plastic tax, sette anni di rinvii: sono tasse fantasma. E provano la debolezza dei governi
di Serenella MatteraSono le tasse virtuose, le tasse fantasma. Imposte non bellissime, ma di nobili principi. Esistono, ma solo in teoria. Nessuno le vuole ma nessuno si piglia la responsabilità di cancellarle.
Le chiamano Sugar tax e Plastic tax. All’inglese, chissà perché: secondo i maligni, per renderle meno comprensibili e anche per questo meno detestabili. L’una destinata a scoraggiare gli acquirenti a rischio obesità rincarando le bevande zuccherate. L’altra immaginata come un obolo alla tutela dell’ambiente, da parte di chi si ostini a vendere e comprare prodotti monouso in plastica.
Esistono dall’autunno 2019, ma non sono mai state applicate. Nove rinvii con quello approvato ieri in Consiglio dei ministri. E il decimo è già ipotecato. Direte: ma con tante urgenze del Paese, tante macro e micromisure inscritte in legge di bilancio, val la pena occupare lo spazio di una newsletter per due tasse che neanche si pagano? Forse no, chissà. E però la “Sugar” e la “Plastic” (così con familiarità le chiama…
Sono le tasse virtuose, le tasse fantasma. Imposte non bellissime, ma di nobili principi. Esistono, ma solo in teoria. Nessuno le vuole ma nessuno si piglia la responsabilità di cancellarle.
Le chiamano Sugar tax e Plastic tax. All’inglese, chissà perché: secondo i maligni, per renderle meno comprensibili e anche per questo meno detestabili. L’una destinata a scoraggiare gli acquirenti a rischio obesità rincarando le bevande zuccherate. L’altra immaginata come un obolo alla tutela dell’ambiente, da parte di chi si ostini a vendere e comprare prodotti monouso in plastica.
Esistono dall’autunno 2019, ma non sono mai state applicate. Nove rinvii con quello approvato ieri in Consiglio dei ministri. E il decimo è già ipotecato. Direte: ma con tante urgenze del Paese, tante macro e micromisure inscritte in legge di bilancio, val la pena occupare lo spazio di una newsletter per due tasse che neanche si pagano? Forse no, chissà. E però la “Sugar” e la “Plastic” (così con familiarità le chiamano ormai gli addetti ai lavori) appaiono emblematiche delle difficoltà a decidere e scontentare, o al contrario disfarsene, cancellare. Nemesi e sberleffo di governi di ogni credo politico e caratura. Tre esecutivi e nove rinvii, quasi dieci. Una spada di Damocle pendente sulle aziende, che però sanno di poter trovare sempre in un ministro o l’altro il loro salvatore.
Vediamo di che si tratta. La Plastic tax colpisce i manufatti monouso in plastica vergine con 0,45 euro al chilo, mentre la plastica compostabile e quella riciclata restano fuori. La Sugar tax pesa sulle bibite zuccherate: 10 euro a ettolitro, cioè dieci centesimi al litro, e 0,25 euro al chilo per sciroppi e polveri da diluire.
Insieme dovrebbero portare allo Stato circa 650 milioni l’anno. Non poco per una legge di bilancio, come quella di quest’anno, che vale in tutto 26 miliardi. Il rinvio del 2026, secondo la relazione tecnica, è costato 73 milioni sulla plastica e 312 sullo zucchero. Greenpeace calcola che sulla sola Plastic per le casse pubbliche siano andati in fumo circa 2 miliardi dal 2020 al 2026.
Pensare che le ambizioni del ministero dell’Economia, all’epoca guidato da Roberto Gualtieri, erano altissime. L’imposta sulla plastica doveva essere severissima e far incassare miliardi ogni anno. Quella sullo zucchero doveva estendersi alle merendine. Ma dopo due mesi dall’invenzione, alla vigilia di Natale del 2019, giorno del varo della manovra in Parlamento, già erano state così ridimensionate che una era stata posticipata al luglio 2020, l’altra a ottobre di quell’anno. E ogni volta che le si citava volavano gli stracci. I renziani s’impuntavano e Giuseppe Conte era costretto a ribadire che nessuno si permettesse di additare il suo come un governo delle tasse.
Con l’arrivo del Covid manco a parlarne: Sugar e Plastic sospese per tutto il 2020. Poi in un’ideale staffetta tra Conte, Mario Draghi e Giorgia Meloni, nove rinvii e ogni volta un nuovo litigio. Come sa Giancarlo Giorgetti che nel 2024 s’era impuntato che fosse ora di far entrare la Sugar in vigore. E nulla, niente da fare. Il governo Meloni, sul viale del tramonto, ieri ha certificato la nona proroga al luglio 2027. “Ma se ci saremo ancora noi…”, già promette la decima Antonio Tajani.
Non si farebbe allora prima a dire basta, una volta per tutte? Lo chiedono a gran voce Unionplast e Assobibe, associazioni di categoria. Infuriate anche per i rinvii, anche perché l’incertezza blocca risorse: i produttori di bibite stimano un miliardo d’investimenti. Se le imposte non sono mai state applicate, perché non rinunciarci e accontentarli? Non per nobili motivi, sia chiaro. Bensì perché cancellare costa. “Demenziali”, le ha definite nel 2023 Matteo Salvini, ma nemmeno un’opinione così tranchant è valsa più di una proroga. Perché i governi da qualche anno non hanno i fondi neanche per sbianchettare una misura.
Il gettito stimato dalle due imposte è già contabilizzato. Abrogarle richiederebbe centinaia di milioni, perché bisogna prevedere risorse anche per coprire gli effetti sugli anni successivi a quello della cancellazione. Rinviare, invece, sposta in avanti il problema, un anno alla volta. E chi ci pensa al futuro, quando il presente è così avaro di ricchezze e ricco di problemi. Meglio fingere e posticipare. E avanti il prossimo governo. Almeno potrà dire ai propri elettori di aver rinviato due virtuose ma odiose tasse, tacere loro il trucco contabile, coprire con una pezza il buco, mentre ci si occupa di altre voragini.