Da Porta a Porta ai podcast: la sfida alle prossime Politiche si gioca online
di Giovanni DiamantiC’era un tempo in cui la centralità mediatica ottenuta da Porta a Porta, la trasmissione di Bruno Vespa che regolarmente ospitava i leader delle coalizioni e imponeva l’agenda politica settimanale, ne aveva determinato un soprannome ambizioso, sebbene ironico: “la terza Camera”. Quasi ad appaiarla alle due massime assemblee democratiche nazionali. Erano gli anni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio: sembra passato un secolo.
La tv rimane il pilastro dell’informazione, ma l’iperframmentazione dei palinsesti e la contemporanea emersione di nuovi media e canali hanno determinato l’affermarsi di canali nuovi. Negli ultimi mesi, in particolar modo, in Italia abbiamo visto irrompere nell’agenda politica “il podcast”. In particolar …
C’era un tempo in cui la centralità mediatica ottenuta da Porta a Porta, la trasmissione di Bruno Vespa che regolarmente ospitava i leader delle coalizioni e imponeva l’agenda politica settimanale, ne aveva determinato un soprannome ambizioso, sebbene ironico: “la terza Camera”. Quasi ad appaiarla alle due massime assemblee democratiche nazionali. Erano gli anni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio: sembra passato un secolo.
La tv rimane il pilastro dell’informazione, ma l’iperframmentazione dei palinsesti e la contemporanea emersione di nuovi media e canali hanno determinato l’affermarsi di canali nuovi. Negli ultimi mesi, in particolar modo, in Italia abbiamo visto irrompere nell’agenda politica “il podcast”. In particolar modo si è affermato Pulp, la trasmissione ideata e condotta da Fedez e Marra, riuscita in più occasioni a ottenere un protagonismo politico paragonabile forse soltanto alle grandi trasmissioni televisive.
Dopo il confronto con Giorgia Meloni sulla giustizia, la scorsa settimana è andato in scena il faccia a faccia Renzi-Vannacci: più informale e veloce dei dibattiti tradizionali, e allo stesso tempo meno approfondito, senza un reale fact-checking degli interventi degli ospiti.
Ormai sembra evidente: saranno sempre più utilizzati dai leader per le loro performance oratorie.
D’altronde, nella comunicazione politica si è soliti considerare la campagna presidenziale americana come la grande anticipatrice delle tendenze elettorali e di campaigning, e Trump nel 2024 ha fatto scuola in questa disciplina: dopo la pessima prestazione nel primo dibattito contro Kamala Harris, ha rifiutato ogni rivincita, concentrandosi piuttosto sulla partecipazione a interviste sui principali podcast di area conservatrice.
Le ragioni della sua scelta furono diverse, e aiutano a comprendere il successo crescente di queste trasmissioni “on demand”, anche nel nostro Paese, non solo nelle loro versioni più divulgative ma anche in quelle più politiche e di confronto.
Anzitutto, i podcast raggiungono pubblici che la TV non riesce a intercettare. In particolar modo, sono utili per intercettare fasce elettorali giovani, meno legate alla politica tradizionale. Non convincono gli indecisi, ma mobilitano la base e scaldano un elettorato “vicino” ma non necessariamente già arruolato, in un momento in cui, con tendenze globali di bassa affluenza, il paradigma dominante della comunicazione politica è cambiato, passando dalla centralità della persuasione alla mobilitazione. Inoltre, i podcast spesso sono convenienti per il leader: rispetto a un dibattito televisivo, in molti casi i tempi di parola possono essere più lunghi, e l’intervistatore, in particolar modo nei podcast condotti da influencer d’area, può essere meno incalzante. Il formato più colloquiale, inoltre, aiuta ad uscire da situazioni d’imbarazzo o di difficoltà con maggior facilità.
Proprio questo tono più intimo e rilassato permette al leader di far emergere più genuinamente i propri tratti umani: ai tempi della personalizzazione della politica, si tratta di un’opportunità non da poco.Tutto questo non significa affatto che la tv viva una fase di declino. È difficile immaginarsi un futuro, anche lontano, senza talk show televisivi, in particolar modo in un Paese non certo giovane come il nostro. Anche negli Stati Uniti, d’altronde, Trump ha trovato fortuna nel suo investimento sui podcast, ma pochi mesi prima è stato proprio il dibattito televisivo con Biden a determinare l’uscita di scena del suo sfidante: il presidente uscente, che da tempo appariva meno lucido nelle uscite pubbliche, si era ritirato dalla corsa elettorale dopo aver confermato queste sensazioni nel confronto in tv con Donald Trump. Un segno evidente dell’influenza televisiva.
Tuttavia, accanto alla televisione sta emergendo un nuovo media. Nel prossimo anno, prepariamoci a molte sfide “in rete”; i podcast ormai sono una realtà con cui ogni leader deve fare i conti.