"Bamboccioni", "precari a vita", "generazione Erasmus", "cervelli in fuga", "choosy", "illusi", "sdraiati", "disagiati". Le etichette, almeno quelle, non ci mancano. Per i cosiddetti millennials - i nati fra l'inizio degli anni Ottanta e la metà dei Novanta - c'è un esubero di definizioni. Che ce ne facciamo? Me lo chiedo in quanto nato nel 1983, e dunque a pieno titolo parte di questa generazione anfibia che ha visto morire il Novecento sentendosi tradita. Dal secolo a cui la assegna l'anagrafe e da quello seguente, che non ha mantenuto le promesse. Non siamo stati fortunati come i padri? Forse no, ma fare a gara di fortune e sfortune non produce granché; e in fondo nessun'epoca è un'epoca d'oro, se non quando la si ricorda a distanza. Un saggista mio coetaneo, Raffaele Alberto Ventura, ha scritto che siamo troppo ricchi per rinunciare alle nostre aspirazioni e troppo poveri per poterle realizzare. Un fumettista mio coetaneo, Zerocalcare, che ha raccontato meglio di chiunque le nostre speranze e le nostre delusioni, compreso quell'eterno groppo in gola, dice che "in questo periodo storico se hai trentacinque, trentasette, quarant'anni, non vuol dire certo che la tua vita è finita, però se sei rimasto al chiodo, allo stesso punto di quanto ne avevi venticinque, significa probabilmente che non cambierai mai".
Siamo dunque disincantati senza esserci davvero mai incantati, abbiamo respirato a pieni polmoni nubi tossiche di disfattismo, abbiamo sorbito insieme alle minestre litri di cinismo. Così, vedo i trenta-quarantenni che oscillano come pendoli impazziti tra insopportabile ironia/sarcasmo (riempiendone quei social da cui per fortuna scappano i diciottenni) e malinconia/nostalgia. Nostalgia di che? Vorrei che evitassimo - per stare sulla riflessione aperta da Michele Serra sul "Venerdì" e proseguita da Nadia Terranova a proposito di rapporto fra generazioni - almeno la logica dell'"ok, boomer" (la frase che oggi si usa per zittire i sessantenni). Perché a breve i nati nel Ventunesimo secolo si rivolgeranno a noi con lo stesso sguardo perplesso. Ok, millennial.
Il botta e risposta tra Michele Serra e un lettore sul Venerdì
Il commento di Nadia Terranova
Ok, millennial, e quindi che cosa hai combinato? Oltre a rimpiangere la tua infanzia pre-tecnologica. Oltre a immusonirti per le tue disfatte. Oltre a dire che al posto dei nobili vegliardi volevi esserci tu. Per carità, è tutt'altro che gratificante sentirsi condannati a un precariato feroce e senza regole, a una flessibilità che confina spesso con l'umiliazione, o trovarsi in qualche capitale straniera ricca di opportunità ma come in una gabbia, meno dorata di quanto sembrasse partendo. È imbarazzante, e penoso, sapere che l'Italia spende lo 0,5% del Pil per la ricerca tecnologica e scientifica.
Restiamo rigidi e pensosi sul confine tra il non ancora e il non più. Mentre i più giovani avanzano sgusciando, e con molta indifferenza per le rovine novecentesche, noi rischiamo di farci ricattare dall'"avrei potuto avere", "sarei potuto essere". E intanto buttiamo lì la nostra vacua perla di sarcasmo quotidiano. E intanto buttiamo lì la nostra ridondante elegia per il tempo perduto. E poi?
Non so se abbia ragione Serra quando dice che viviamo in un'epoca "reflua, stagnante". Di sicuro è "incerta sulla direzione da prendere". Ma questa incertezza, questa turbolenza sono incredibilmente avventurose: e se abbiamo fatto un errore è stato proprio quello di dirci, anzi di farci dire, che non valesse la pena viverle.
Invece, un secolo che muore, dibattendosi, agonizzando a lungo, un altro che inizia senza bussola sono uno spettacolo più che interessante: maestoso. "Appartenere a due mondi, abbracciare con un'anima sola due epoche, è una condizione veramente paradossale, che si ripete di rado nella storia, ed è imposta a poche generazioni umane". Lo scrisse Franz Werfel, autore austriaco nato nel 1890 e cresciuto di fronte al crollo del "mondo di ieri". Forse il nostro vantaggio era, è questo - e ci siamo distratti. Siamo ancora in tempo?
Su Repubblica del 6 agosto ho scoperto che la direttrice del quotidiano libanese An Nahar, la cui redazione è stata distrutta nell'esplosione a Beirut, ha trentasette anni. Un'eccezione? Forse. Ma intanto, da qualche parte, c'è. E mi è venuta in mente una parola-chiave, per quanto attiene alle professioni intellettuali. Autorevolezza. L'abbiamo trascurata. Giovanilisti proprio quando bisognava opporsi a un'idea dominante di giovinezza prolungata, e perciò blanda, debole, inoffensiva. Remissivi per necessità, ma spesso anche per pigrizia. Brillanti, però di un brillio reso opaco dagli eccessi di cazzeggio. E forse poco capaci di far fruttare le competenze "novecentesche" accanto alle abilità apprese nel tempo nuovo. Non è sottovalutandosi, esibendo soltanto la propria frustrazione, disperdendo energie nel sarcasmo o nel vittimismo, pretendendo l'estinzione improvvisa delle generazioni precedenti, che si conquista autorevolezza. Né la si eredita. È una questione di serietà, di rigore. E soprattutto, di ostinazione.
Siamo dunque disincantati senza esserci davvero mai incantati, abbiamo respirato a pieni polmoni nubi tossiche di disfattismo, abbiamo sorbito insieme alle minestre litri di cinismo. Così, vedo i trenta-quarantenni che oscillano come pendoli impazziti tra insopportabile ironia/sarcasmo (riempiendone quei social da cui per fortuna scappano i diciottenni) e malinconia/nostalgia. Nostalgia di che? Vorrei che evitassimo - per stare sulla riflessione aperta da Michele Serra sul "Venerdì" e proseguita da Nadia Terranova a proposito di rapporto fra generazioni - almeno la logica dell'"ok, boomer" (la frase che oggi si usa per zittire i sessantenni). Perché a breve i nati nel Ventunesimo secolo si rivolgeranno a noi con lo stesso sguardo perplesso. Ok, millennial.
Il botta e risposta tra Michele Serra e un lettore sul Venerdì
Il commento di Nadia Terranova
Ok, millennial, e quindi che cosa hai combinato? Oltre a rimpiangere la tua infanzia pre-tecnologica. Oltre a immusonirti per le tue disfatte. Oltre a dire che al posto dei nobili vegliardi volevi esserci tu. Per carità, è tutt'altro che gratificante sentirsi condannati a un precariato feroce e senza regole, a una flessibilità che confina spesso con l'umiliazione, o trovarsi in qualche capitale straniera ricca di opportunità ma come in una gabbia, meno dorata di quanto sembrasse partendo. È imbarazzante, e penoso, sapere che l'Italia spende lo 0,5% del Pil per la ricerca tecnologica e scientifica.
Restiamo rigidi e pensosi sul confine tra il non ancora e il non più. Mentre i più giovani avanzano sgusciando, e con molta indifferenza per le rovine novecentesche, noi rischiamo di farci ricattare dall'"avrei potuto avere", "sarei potuto essere". E intanto buttiamo lì la nostra vacua perla di sarcasmo quotidiano. E intanto buttiamo lì la nostra ridondante elegia per il tempo perduto. E poi?
Non so se abbia ragione Serra quando dice che viviamo in un'epoca "reflua, stagnante". Di sicuro è "incerta sulla direzione da prendere". Ma questa incertezza, questa turbolenza sono incredibilmente avventurose: e se abbiamo fatto un errore è stato proprio quello di dirci, anzi di farci dire, che non valesse la pena viverle.
Invece, un secolo che muore, dibattendosi, agonizzando a lungo, un altro che inizia senza bussola sono uno spettacolo più che interessante: maestoso. "Appartenere a due mondi, abbracciare con un'anima sola due epoche, è una condizione veramente paradossale, che si ripete di rado nella storia, ed è imposta a poche generazioni umane". Lo scrisse Franz Werfel, autore austriaco nato nel 1890 e cresciuto di fronte al crollo del "mondo di ieri". Forse il nostro vantaggio era, è questo - e ci siamo distratti. Siamo ancora in tempo?
Su Repubblica del 6 agosto ho scoperto che la direttrice del quotidiano libanese An Nahar, la cui redazione è stata distrutta nell'esplosione a Beirut, ha trentasette anni. Un'eccezione? Forse. Ma intanto, da qualche parte, c'è. E mi è venuta in mente una parola-chiave, per quanto attiene alle professioni intellettuali. Autorevolezza. L'abbiamo trascurata. Giovanilisti proprio quando bisognava opporsi a un'idea dominante di giovinezza prolungata, e perciò blanda, debole, inoffensiva. Remissivi per necessità, ma spesso anche per pigrizia. Brillanti, però di un brillio reso opaco dagli eccessi di cazzeggio. E forse poco capaci di far fruttare le competenze "novecentesche" accanto alle abilità apprese nel tempo nuovo. Non è sottovalutandosi, esibendo soltanto la propria frustrazione, disperdendo energie nel sarcasmo o nel vittimismo, pretendendo l'estinzione improvvisa delle generazioni precedenti, che si conquista autorevolezza. Né la si eredita. È una questione di serietà, di rigore. E soprattutto, di ostinazione.