Il dibattito sul ricambio generazionale in Italia è ricorrente ma a modo suo appassionante, come uno di quei romanzi che mettono in scena i conflitti di una famiglia attorno a un'eredità. Però attenzione: non vorremmo che il nostro romanzo nazionale finisse come Casa desolata di Dickens, nel quale dopo ottocento pagine di macchinazioni si scopre che dell'eredità non rimane più nulla. Per cosa ci stiamo battendo, di preciso? Posti di lavoro che scompariranno, posizioni in via di estinzione, reputazioni che contano sempre meno, per non parlare del nostro straordinario debito pubblico. Diceva Hitchcock che ogni buona sceneggiatura ha bisogno di un MacGuffin, ovvero di qualcosa che tutti cercano ma che (per quanto ne sa lo spettatore) potrebbe anche essere soltanto una valigia vuota. Ecco, la rivalità tra "giovani" e "vecchi" nel 2020 gira tutto attorno a questa preziosa valigia. Ma c'è davvero una sostanzios…
Il dibattito sul ricambio generazionale in Italia è ricorrente ma a modo suo appassionante, come uno di quei romanzi che mettono in scena i conflitti di una famiglia attorno a un'eredità. Però attenzione: non vorremmo che il nostro romanzo nazionale finisse come Casa desolata di Dickens, nel quale dopo ottocento pagine di macchinazioni si scopre che dell'eredità non rimane più nulla. Per cosa ci stiamo battendo, di preciso? Posti di lavoro che scompariranno, posizioni in via di estinzione, reputazioni che contano sempre meno, per non parlare del nostro straordinario debito pubblico. Diceva Hitchcock che ogni buona sceneggiatura ha bisogno di un MacGuffin, ovvero di qualcosa che tutti cercano ma che (per quanto ne sa lo spettatore) potrebbe anche essere soltanto una valigia vuota. Ecco, la rivalità tra "giovani" e "vecchi" nel 2020 gira tutto attorno a questa preziosa valigia. Ma c'è davvero una sostanziosa eredità dentro questa valigia? Proviamo a guardare meglio.
Ad aprirla si viene illuminati da una luce fortissima, come in Pulp Fiction (per i vecchi, pensate pure a Un bacio e una pistola). È il fulgore delle carriere di cui hanno goduto i nati nel Dopoguerra. A credere ai testimoni dell'epoca, ci fu davvero un tempo in cui desiderare intensamente qualcosa bastava a realizzarlo: sognare di diventare giornalista, ad esempio, non era ancora diventato altrettanto assurdo che sognare di fare il calciatore. C'era insomma una sorta di equilibrio tra la domanda e l'offerta di competenze. Oggi si evocano i leggendari quindicimila curriculum ricevuti da Enrico Mentana al lancio del suo sito Open, vero e proprio esercito di riserva del lavoro intellettuale, inevitabilmente impegnato a tirare verso il basso le condizioni contrattuali dei pochi che riusciranno a entrare ("tanto c'è la coda fuori"). Lo stesso vale nella maggior parte dei settori più attrattivi del terziario. È comprensibile che questo esercito di aspiranti, la "classe disagiata" della quale mi considero membro a pieno titolo, si aggrappi alla speranza che prima o poi dei posti si liberino. Ma c'è un piccolo problema: lo spazio che in questo momento stanno occupando i brontosauri, come si autodefinisce ironicamente Michele Serra, non necessariamente sopravviverà alle loro spoglie mortali.
Cambia il mondo, cambiano le tecnologie, cambiano i modelli economici, e quei posti più che liberarsi potrebbero semplicemente scomparire. Gli anni del Boom sono ormai lontani e quella in cui stiamo entrando è un'epoca oscura e imprevedibile. Altro che "un poco reflua, stagnante, incerta", diciamolo pure: un'epoca di declino, impoverimento, guerra di tutti contro tutti. E allora perché ci affanniamo a inseguire quella valigetta vuota? Perché siamo stati cresciuti nei valori del vecchio mondo, ai quali in un certo senso restiamo fedeli, e non riusciamo a immaginare nulla di più prestigioso che scrivere su Repubblica. Poche righe su queste pagine ci danno l'impressione di brillare pure noi di luce riflessa. Assomigliamo al capitano distrettuale barone Franz von Trotta che nella Marcia di Radetzky di Joseph Roth si era fatto custode dei valori dell'Impero austro-ungarico pure mentre questo veniva a crollare.
Guia Soncini, che ama colpire dove fa male, ha scritto su Linkiesta che le nuove generazioni dovrebbero concentrarsi su TikTok invece che sui giornali. Il problema è che i giornali restano una potenziale fonte di reddito, mentre con TikTok è più complicato. Ma chi siamo dunque noi? In fondo nient'altro che una piccola minoranza, rumorosa perché capace di scrivere e specializzata nel genere letterario del lamento. Quindicimila sono tanti se devono entrare in una redazione ma pochissimi se confrontati ai like di Chiara Ferragni. E in fondo l'ondata di reazioni suscitate dall'articolo di Serra non è altro che un'increspatura in un dibattito pubblico ormai frammentato e rivolto verso altre priorità - talvolta più futili e talvolta esistenziali, come la sopravvivenza del pianeta.
Certo che il Giurassico doveva essere un periodo fantastico. I dinosauri dominavano il mondo, avvicendandosi sempre identici di generazione in generazione. Poi è successo qualcosa, le teorie ancora divergono: forse un meteorite oppure una tragicomica epidemia di flatulenze. La razza padrona che aveva governato la Terra scomparve e lasciò spazio - qualche milione di anni dopo - a nuovi pretendenti. Questi di certo non avevano come ambizione di essere "i migliori tra i brontosauri", bensì i migliori di quella razza nuova che ancora non aveva un nome e che si sarebbe chiamata umana. Lo stesso accade ad ogni cambio di paradigma, quando non ci si limita a raccogliere un'eredità per accrescerla, rispettando metodi e valori del passato, anzi si prende tutto quello che è stato trasmesso e lo si distrugge in un grande falò. Joseph Schumpeter parlava di "distruzione creatrice" e forse, al punto in cui siamo arrivati, è davvero l'unica possibilità che ci resta per sperare di riavviare la Storia. Dopo i radical chic, un radical choc.
Il botta e risposta tra Michele Serra e un lettore
L'intervento di Nadia Terranova
L'intervento di Paolo Di Paolo
Ad aprirla si viene illuminati da una luce fortissima, come in Pulp Fiction (per i vecchi, pensate pure a Un bacio e una pistola). È il fulgore delle carriere di cui hanno goduto i nati nel Dopoguerra. A credere ai testimoni dell'epoca, ci fu davvero un tempo in cui desiderare intensamente qualcosa bastava a realizzarlo: sognare di diventare giornalista, ad esempio, non era ancora diventato altrettanto assurdo che sognare di fare il calciatore. C'era insomma una sorta di equilibrio tra la domanda e l'offerta di competenze. Oggi si evocano i leggendari quindicimila curriculum ricevuti da Enrico Mentana al lancio del suo sito Open, vero e proprio esercito di riserva del lavoro intellettuale, inevitabilmente impegnato a tirare verso il basso le condizioni contrattuali dei pochi che riusciranno a entrare ("tanto c'è la coda fuori"). Lo stesso vale nella maggior parte dei settori più attrattivi del terziario. È comprensibile che questo esercito di aspiranti, la "classe disagiata" della quale mi considero membro a pieno titolo, si aggrappi alla speranza che prima o poi dei posti si liberino. Ma c'è un piccolo problema: lo spazio che in questo momento stanno occupando i brontosauri, come si autodefinisce ironicamente Michele Serra, non necessariamente sopravviverà alle loro spoglie mortali.
Cambia il mondo, cambiano le tecnologie, cambiano i modelli economici, e quei posti più che liberarsi potrebbero semplicemente scomparire. Gli anni del Boom sono ormai lontani e quella in cui stiamo entrando è un'epoca oscura e imprevedibile. Altro che "un poco reflua, stagnante, incerta", diciamolo pure: un'epoca di declino, impoverimento, guerra di tutti contro tutti. E allora perché ci affanniamo a inseguire quella valigetta vuota? Perché siamo stati cresciuti nei valori del vecchio mondo, ai quali in un certo senso restiamo fedeli, e non riusciamo a immaginare nulla di più prestigioso che scrivere su Repubblica. Poche righe su queste pagine ci danno l'impressione di brillare pure noi di luce riflessa. Assomigliamo al capitano distrettuale barone Franz von Trotta che nella Marcia di Radetzky di Joseph Roth si era fatto custode dei valori dell'Impero austro-ungarico pure mentre questo veniva a crollare.
Guia Soncini, che ama colpire dove fa male, ha scritto su Linkiesta che le nuove generazioni dovrebbero concentrarsi su TikTok invece che sui giornali. Il problema è che i giornali restano una potenziale fonte di reddito, mentre con TikTok è più complicato. Ma chi siamo dunque noi? In fondo nient'altro che una piccola minoranza, rumorosa perché capace di scrivere e specializzata nel genere letterario del lamento. Quindicimila sono tanti se devono entrare in una redazione ma pochissimi se confrontati ai like di Chiara Ferragni. E in fondo l'ondata di reazioni suscitate dall'articolo di Serra non è altro che un'increspatura in un dibattito pubblico ormai frammentato e rivolto verso altre priorità - talvolta più futili e talvolta esistenziali, come la sopravvivenza del pianeta.
Certo che il Giurassico doveva essere un periodo fantastico. I dinosauri dominavano il mondo, avvicendandosi sempre identici di generazione in generazione. Poi è successo qualcosa, le teorie ancora divergono: forse un meteorite oppure una tragicomica epidemia di flatulenze. La razza padrona che aveva governato la Terra scomparve e lasciò spazio - qualche milione di anni dopo - a nuovi pretendenti. Questi di certo non avevano come ambizione di essere "i migliori tra i brontosauri", bensì i migliori di quella razza nuova che ancora non aveva un nome e che si sarebbe chiamata umana. Lo stesso accade ad ogni cambio di paradigma, quando non ci si limita a raccogliere un'eredità per accrescerla, rispettando metodi e valori del passato, anzi si prende tutto quello che è stato trasmesso e lo si distrugge in un grande falò. Joseph Schumpeter parlava di "distruzione creatrice" e forse, al punto in cui siamo arrivati, è davvero l'unica possibilità che ci resta per sperare di riavviare la Storia. Dopo i radical chic, un radical choc.
Il botta e risposta tra Michele Serra e un lettore
L'intervento di Nadia Terranova
L'intervento di Paolo Di Paolo