“Non fare agli altri ciò che non vorresti per te. Tutto il resto è commento. Va’ e studia’”. Questa frase di Hillel, maestro della Mishnah ebraica vissuto ai tempi di Erode il Grande, Amos Luzzatto l’aveva inserita alla fine dell'intervento di fronte all’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in occasione della Giornata della Memoria di 15 anni fa. Una frase che può servire a raccontare il molteplice impegno di Luzzatto, scomparso a 92 anni: medico, studioso, scrittore ed ex presidente dell’Ucei, l’unione delle comunità ebraiche italiane. dal 1998 al 2006. “Ci ha lasciato un gigante”, scrive il giornale Pagine Ebraiche dando la notizia della sua scomparsa, a sottolineare i tanti campi in cui Luzzatto ha lasciato la sua impronta.
Nato a Roma nel 1928, aveva lasciato l’Italia fascista delle persecuzioni razziali nel 1939 per l’allora Palestina mandataria, per poi rientrare in Italia nel 1946. Nel Dopoguerra aveva lavorato come medico chirurgo, e poi come primario. Fino agli ultimi anni, in cui si era ritirato nella sua abitazione veneziana, lontano da incarichi pubblici ma non dallo studio, attraverso il suo impegno nelle istituzioni ebraiche e nella scrittura non aveva mai smesso di portare avanti gli stessi valori. In primo luogo, i temi della salvaguardia delle minoranze come salvaguardia della democrazia e della conoscenza del mondo come antidoto alle semplificazioni e ai populismi. Lo ha fatto sempre anche attraverso i suoi libri, dove si sposano spirito laico e conoscenza e amore per i testi sacri. Della profondità della sua conoscenza biblica aveva dato prova traducendo e commentando il libro di Giobbe (per Feltrinelli), Il Cantico dei Cantici (in Una lettura ebraica del Cantico dei Cantici, Giuntina) e l’Ecclesiaste (Chi era Qohelet?, Morcelliana) mentre altri testi, come Il posto degli ebrei (Einaudi) a Conta e racconta. Memorie di un ebreo di sinistra (Mursia) chiariscono la sua prospettiva progressista. Del suo impegno nelle istituzioni degli ebrei italiani aveva detto in un’intervista: “Rappresentare politicamente gli ebrei italiani ha significato per me difendere e valorizzare l’Intesa con lo Stato italiano. Ma anche dare significato al nostro essere minoranza, una realtà che assieme ad altre minoranze possa offrire concretezza in Italia al pluralismo democratico non sempre adeguatamente sostenuto”. Una lezione oggi più attuale che mai.
Nato a Roma nel 1928, aveva lasciato l’Italia fascista delle persecuzioni razziali nel 1939 per l’allora Palestina mandataria, per poi rientrare in Italia nel 1946. Nel Dopoguerra aveva lavorato come medico chirurgo, e poi come primario. Fino agli ultimi anni, in cui si era ritirato nella sua abitazione veneziana, lontano da incarichi pubblici ma non dallo studio, attraverso il suo impegno nelle istituzioni ebraiche e nella scrittura non aveva mai smesso di portare avanti gli stessi valori. In primo luogo, i temi della salvaguardia delle minoranze come salvaguardia della democrazia e della conoscenza del mondo come antidoto alle semplificazioni e ai populismi. Lo ha fatto sempre anche attraverso i suoi libri, dove si sposano spirito laico e conoscenza e amore per i testi sacri. Della profondità della sua conoscenza biblica aveva dato prova traducendo e commentando il libro di Giobbe (per Feltrinelli), Il Cantico dei Cantici (in Una lettura ebraica del Cantico dei Cantici, Giuntina) e l’Ecclesiaste (Chi era Qohelet?, Morcelliana) mentre altri testi, come Il posto degli ebrei (Einaudi) a Conta e racconta. Memorie di un ebreo di sinistra (Mursia) chiariscono la sua prospettiva progressista. Del suo impegno nelle istituzioni degli ebrei italiani aveva detto in un’intervista: “Rappresentare politicamente gli ebrei italiani ha significato per me difendere e valorizzare l’Intesa con lo Stato italiano. Ma anche dare significato al nostro essere minoranza, una realtà che assieme ad altre minoranze possa offrire concretezza in Italia al pluralismo democratico non sempre adeguatamente sostenuto”. Una lezione oggi più attuale che mai.