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Simon Doonan: “Che cosa farebbe Keith Haring”

Elaborazione grafica di un ritratto di Keith Haring per il Soho News: sullo sfondo Untitled (1988) 
Ha anticipato la Street Art e raccolto l’eredità della Pop, ha condiviso i sogni con Madonna e contaminato pittura e moda. Intervista al suo biografo che racconta un maestro giovane per sempre
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LONDRA
L’inaugurazione nel 1986 del suo primo Pop Shop, al 292 di Lafayette Street, fu incredibile. Con quella “boutique”, Keith si prese del pazzo e dissacratore. Molti puristi non volevano che lo facesse. Ma Andy Warhol lo incoraggiò e quel “negozio pop” ispirò straordinariamente tutti, moda e marketing inclusi. E quella sera che dipinse la giacca per la stilista Iman con Basquiat e Madonna? E le serate alla discoteca Paradise Garage, dove Haring ammise di essere cambiato per sempre? Keith prendeva sempre tutto con filosofia, non si lamentava mai ed incarnava perfettamente la perenne gioventù: mai guardarsi indietro».

Anche per questo, Simon Doonan, 68enne scrittore e signore della moda trapiantato da 40 anni a New York, ha scritto Keith Haring (Laurence King Publishing, pagg. 128, £ 12,99), una biografia essenziale e pungente della leggenda della street e pop art americana, appena uscita in Uk. Perché l’inglese e bon-vivant Doonan, già ambasciatore creativo del defunto marchio di lusso Barneys, ha incontrato Haring innumerevoli volte, per lavoro o divertimento, nei vicoli di Soho, nell’anarchico East Village, a New York dove l’artista si trasferì nel 1978 a studiare pittura, per poi rivoluzionare l’arte fondendo classicismo, Topolino, contemporaneità infernale e cani che abbaiano. E infine morire di Aids il 16 febbraio 1990, a soli 31 anni. Quella New York che l’aveva adottato, liberato e celebrato in tutto il mondo dopo l’evasione dalla rurale Pennsylvania. «E quella New York dove negli anni Ottanta cultura, arte, moda e musica erano una cosa sola».

Perché, Doonan?
«Perché non c’era niente di elitario negli anni Ottanta, a differenza del decennio successivo, per esempio. Le stesse opere di Haring o Basquiat le compravi con poco. Prima, l’arte aveva molta paura di contaminarsi con altre forme di espressione o con la moda, temeva di diventare triviale. Ma gli anni Ottanta dissero basta: fuck it! Tutto cominciò ad esprimersi insieme, l’arte in metropolitana con i graffiti, e poi la musica, il rap, la breakdance, l’hip hop, la moda… era come essere in un flipper. Tutti volevano essere parte di qualcosa di più grande, socializzare. C’era un grande spirito collaborativo».

E la commercializzazione dell’arte non spaventò mai Haring.
«Affatto. Come disse Yoko Ono, Warhol rese famose cose semplici e superflue, Haring semplificò invece i grandi temi dell’epoca. L’Aids, la giustizia sociale, il sesso, l’omosessualità, la tolleranza, l’apartheid in Sudafrica: Keith aggiunse l’attivismo, per questo la sua arte è ancora così importante oggi».

Nel libro lei racconta il “triangolo intellettuale” tra Haring, Madonna e Warhol.
«Erano tutti artisti pop, anti-establishment, ma volevano comunicare al popolo. Perché hanno sempre considerato l’arte per tutti, di ognuno di noi, ma senza sminuirla, anzi prendendola terribilmente sul serio. Keith e Madonna poi per me sono stati gli ultimi grandi artisti vagabondi: fuggiti dalla periferia senza agganci, hanno cercato solo di essere originali. Oggi c’è invece troppo nepotismo, e spesso le connessioni avvengono attraverso i social. Prima c’era fisicità, oggi virtualità».

Lei cita i risaputi Pierre Alechinsky, “The Art Spirit” di Robert Henri e l’opera “Running Fence” di Christo come ispirazione per Haring. Ma perché considera quest’ultima quella determinante?
«Perché sintetizzava l’idea di arte di Keith: all’inizio molti contadini si ribellarono a quella barriera nei campi, ma poi vennero coinvolti e l’amarono. Più persone coinvolgi, più l’esperienza artistica diventa positiva per tutti, perché si acquisisce una visione del mondo più complessa. La Running Fence fu quasi un momento mistico per uno come Haring che ha sempre cercato la verità, da Gesù all’Lsd di Timothy Leary».

Quanto ha influito il sesso sull’arte di Haring, e viceversa?
«Dagli anni Settanta la liberazione dei gay è passata molto attraverso il sesso, che nella comunità omosessuale divenne forma di espressione. Keith ebbe un approccio molto candido e umano sull’essere gay e anche sull’Aids. Questo fece la differenza, per tutti».

E quell’umanità dei suoi ultimi anni, prima di morire giovanissimo di Aids…
«Viaggiò moltissimo, dal Giappone all’Italia, ma negli ultimi mesi non riusciva più a lavorare, aveva dolori di ogni tipo. Allora l’Aids era una morte terribile, non c’erano cure. Se n’è andato da reietto, come arrivò a inizio carriera. Ma con grande dignità, come tutti i giovani sfortunati di quell’epoca».

A fine libro racconta la storia del murale di Haring a Pisa, il pacifista “Tuttomondo”, uno degli ultimi.
«È il mio preferito, perché dimostra come Keith abbia sempre creduto a destino e serendipità. Conobbe un ragazzo italiano nel suo studio (Piergiorgio Castellani, ndr), che gli promise uno spazio a Pisa. Haring non era un esistenzialista, aveva fede in qualcosa di pre-ordinato, il che l’ha aiutato anche nella malattia».

Ma oggi qual è la vera eredità di Keith Haring?
«Che un’arte comunicativa come la sua dura moltissimo nel tempo, non a caso oggi la rivediamo persino sulle scarpe Dr Martens. Il radiant baby di Keith vivrà per sempre, è come una Monna Lisa, dalla potentissima semplicità. E poi Haring era divertimento, al contrario dell’espressionismo astratto di Rauschenberg, per esempio. Se ti diverti, sarà per sempre. Keith voleva prendere in giro l’establishment ma anche essere preso sul siero. Anche per questo, Banksy è il suo vero erede».