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L'Antiquarium, il museo ritrovato di Pompei

Particolare di un affresco dalla Casa del bracciale d’oro di Pompei 
Chiuso per quasi quarant’anni, torna all’antico splendore il luogo che raccoglie i tesori della città sepolta. Ecco la sua storia, in attesa di poter rivedere i capolavori nascosti da vicino
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I pezzi organizzati nel nuovo Antiquarium degli Scavi di Pompei sono tra le cose più commoventi e drammatiche che l'archeologia greco-romana possa offrire. Otto sale che contengono i pezzi che hanno girato il mondo, nelle varie mostre tematiche, e che restituiscono l'immagine che fece scrivere a Goethe nel 1786: "Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità. Credo sia difficile vedere qualcosa di più interessante".

Sono tutti lì, i più sconvolgenti, per bellezza, fattura, storia che portano in sé: in un posto piccolo rispetto alla vastità a cui siamo abituati dalle grandi collezioni permanenti della Magna Grecia, a partire da quel fratello maggiore che certo rappresenta per l'Antiquarium il Museo archeologico Nazionale di Napoli. Eppure: eppure arrivarvi dal percorso all'interno degli scavi, quasi a trovarselo sul cammino, ha un senso tutto suo. Sembra che l'Antiquarium sia il cuore della città sepolta, che a esso si arrivi e da esso si debba partire dopo l'abbacinante esperienza della passeggiata all'aria aperta. Merito di ciò che contiene, fortuna dell'essere in un edificio all'interno del circuito degli scavi, sì, ma anche merito filologico dei curatori: Luana Toniolo, Fabrizio Pesanda, Massimo Osanna. Chi ama Pompei sa che il destino dell'Antiquarium è quello: mostrarci in un percorso verticale e orizzontale, come presto si vedrà, la summa dei ritrovamenti delle insule e delle case, gli oggetti e gli uomini, gli arredi e i voti, ovvero i desiderii di chi visse a Pompei quando Pompei era viva, e dunque: ridarcela viva.


E il destino dell'Antiquarium era quello perché ve lo condusse l'uomo che ha saputo amare meglio Pompei, Amedeo Maiuri, l'archeologo che ne iniziò i lavori di ampliamento dal 1926 e poi lo ricostruì, dopo il bombardamento del 1943 che aveva portato alla distruzione di una sala con la perdita - eterna - di ciò che conteneva. Nel 1948 lo aveva riaperto e poi, dal terremoto irpino del 1980, l'edificio era rimasto chiuso per trentasei anni, con una piccola parentesi per ospitare altre mostre. Nel tempo era stato utilizzato per riporvi pezzi non esposti al pubblico. Ora torna, incluso nel percorso e nel biglietto degli scavi, appena si potrà, nella prima concezione museale di Amedeo Maiuri: con gli affreschi della Casa del bracciale d'oro, gli argenti di Moregine, il triclinio della Casa del Menandro; ma anche con i doni del tempo nuovo, quelli arrivati dai fronti di scavo più recenti: gli amuleti della Casa con giardino e gli ultimi calchi delle vittime della villa di Civita Giuliana.


Si diceva un percorso verticale e uno orizzontale. Sì perché la ratio espositiva dona subito, al primo ingresso, una summa della storia di Pompei, lunghissima, dallo sviluppo urbano del VII-VI secolo a seguito dell'aggregazione di villaggi degli Opici (le fonti, interessantissime, in Strabone), passando dall'insediamento sannita, al II secolo a.C., detto "secolo d'oro", fino all'incontro con Roma di cui diventa colonia solo giuridicamente, giacché sono gli imperatori stessi, le loro corti, le loro famiglie, a scegliere la Campania felix come residenza estiva. E Pompei diventa il centro vivo di quel triangolo baciato dalla grazia che trova i suoi vertici nei campi Flegrei, in Capri, nel Vesuvio. Infine il terremoto che la distrugge pochi anni prima dell'eruzione e per la cui ricostruzione Pompei diventa quello che conosciamo: una città gremita di maestranze, piena di vita, fino all'ottobre del 79 d.C. che tutto sigilla.

Bene, esempi di ciascuno di questi periodi sono rappresentati nella prima sala che divide una parete con un'antica cisterna. Quasi a risalire da essa, poi, nel movimento verticale che certamente fu un principio compositivo dello stesso Maiuri, si emerge verso i piani superiori, che conservano la Pompei felice: qui vivono i capolavori dell'antichità che ciascuno ha avuto sotto gli occhi almeno una volta, in fotografia, in un libro di studio o in esposizione, o in tv. Sono l'Efebo porta lucerna che faceva luce alla tavola di Marco Fabio Rufo, i venti pezzi in argento (coppe, piatti, vassoi) del Complesso dei triclini, e le Veneri, quella con erote, e quella, famosissima, sulla quadriga trainata da elefanti. Qui, da giù a su, avanti e indietro sulla linea del tempo, muore Pompei.

L'ultima sala è quella destinata agli organismi viventi. I calchi delle donne, dell'uomo che tiene sulle ginocchia il suo bambino, dei cavalli, dei cani, ritratti nell'ultima posa, e un superbo tronco d'albero, mineralizzato: è lì, duemila anni dopo. Una parola andrà spesa per gli spazi: i curatori hanno inteso celebrare la stratificazione di Pompei lasciando emergere le meraviglie dal sottosuolo. Hanno usato i lucernarii che, con la luce meridiana del golfo di Napoli, inondano i reperti. Le teche, gli scaffali, gli interventi sono minimi, rispettosi del pezzo, mai invadenti. E vi è un amore per l'archeologia in sé, nell'aver voluto recuperare le vetrine originarie dell'epoca di Maiuri, una fedeltà al senso ciclico della storia: dare valore a ciò che ci ha preceduto per lasciarla a chi verrà. Del resto è spesso questo il sentimento che accompagna chi entra in Pompei e da Pompei torna all'ordinaria sua vita: scoprire che ciò che sembra fragilissimo è resistente, e che ciò che vale resta, oltrepassa le sciagure: che c'è una trama profonda nella vita umana a cui affidarsi con fiducia.