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Arte, l'attimo eterno di Felice Casorati

Felice Casorati, Le ereditiere (1910), olio su tela, Mart, Rovereto 
Felice Casorati, Le ereditiere (1910), olio su tela, Mart, Rovereto
  
Alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo le figure inondate di luce del Piero della Francesca del Novecento
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Un'immagine mi torna alla mente. Una donna non più giovane fissa il volto dipinto, diafano e assente di una bimba, abbagliato da lampi di una luce posata, rinascimentale, alterata dallo scuro che ne spedisce all'iperuranio il chiaro. Un velo di lacrime copre gli occhi stupiti della donna, persi in un vuoto ampio come tutta l'esistenza, incastrati nell'impallidire improvviso del volto. Di fronte a quel dettaglio, madeleine visiva, in un istante, a ritroso, ripercorre la sua storia incastrandosi in un'infanzia di solitudine e malinconia. Seduta su un lettino, zoccoli ai piedi, ad aspettare visite, a immaginare il mondo. Tutti gli sforzi, la fatica, i dolori di schiena, gli occhi stanchi, si materializzano su quel volto dipinto, sulla fissità, sulla pausa musicale che non è silenzio ma preparazione, attesa. Sguardo su di sé come fosse altro da sé.

In questa immagine, ricordo lontano, ritrovo tutto il potere ipnotico e poetico di Felice Casorati, maestro assoluto della pittura italiana del Novecento in mostra fino al 2 luglio alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, nella campagna parmense. Una mostra ricchissima in quella "Villa dei Capolavori" la cui collezione permanente, tra Tiziano, Dürer, Goya e Cézanne, è degna di un grande museo, e in cui hanno trascorso giornate di quiete artisti come Morandi o De Pisis, poeti come Ungaretti e Montale. Un luogo in cui Casorati, in vita, non è mai entrato, nonostante le innumerevoli affinità con il suo proprietario, gli interessi, le frequentazioni comuni come il musicista torinese Alfredo Casella, che di Casorati fu collezionista e amico e di Luigi Magnani fu maestro e sodale.

Felice Casorati, Beethoven (1928), Mart, Rovereto
Felice Casorati, Beethoven (1928), Mart, Rovereto 

La mostra Felice Casorati. Il concerto della pittura - nell'intento di Giorgina Bertolino, Daniela Ferrari e Stefano Roffi che l'hanno curata - è l'incontro che rimedia a quel mancato incontro. Pretesto e cardine è la musica, che fu per Casorati passione giovanile ardente fino all'esaurimento e poi compagna quotidiana dell'intera esistenza, e per Magnani centro di pratica, riflessioni e relazioni fondamentali. Una mostra che è fatta di potenti suggestioni, di legami profondi con la storia dell'Arte e con l'infraordinario di un'istante. Di oggetti in posa, musiche segrete e attimi sospesi, perfetti nel peso, nel numero e nella misura.

Casorati è un artista che evoca narrazioni perché apre discorsi senza chiuderli; che raggiunge attraverso il simbolo una verità che non vuole essere realtà. La sua è una metafisica modellata sulle strutture di Cézanne, sugli impianti decorativi di Klimt e persino sulle fascinazioni di Kandinskij. Il tutto trasceso, interiorizzato, appoggiato in scenografie di interni maestosamente scarni come lo studio dell'artista, luogo della creazione e dell'altrove. E infine messo in musica, una musica segreta, allusa nella matrice comune che è la stessa della pittura, la "pura forma cui soggiacciono come tutte le arti", come diceva lo stesso Magnani.

Felice Casorati, Fanciulla col linoleum (1921), olio su tavola dal Mart di Rovereto
Felice Casorati, Fanciulla col linoleum (1921), olio su tavola dal Mart di Rovereto 

Ed è un raccontar storie alla piemontese - da quella Torino "ordinata, geometrica e misurata come un teorema, enigmatica e inquietante come una cabala, stretta come una scacchiera" che Casorati sceglierà come sua - che più che al Gozzano delle Piccole cose senza importanza rimanda al Paolo Conte della "bianca, afghana, algebrica e pensosa" Donna d'inverno. Pallida, distante e aliena è Maria Anna De Lisi, lo sguardo perso nel vuoto, il suo alter ego scultoreo accanto, un suono sordo nel vuoto enorme dello studio. Un nome fittizio, teatrale, messo lì a raccontare una storia dettagliata e aperta. Come Silvana Cenni, inesistente ma vivissima figura fieramente seduta in uno squarcio di Piero della Francesca, inondata di luce, come lei, immobile. Così come immobile, morbida, splendente sul sofà sotto un fruscio di taffetà è la venere di carne e marmo in Conversazione platonica con il misterioso maschio in nero, enigma dell'incomunicabilità.

Quello di Casorati è un racconto per immagini e suoni, un teatro alluso, un equilibrismo misurato, matematico, calcolato alla perfezione, che va oltre la sua natura simbolica e diventa verità altra, visione di sé, illuminazione. Come per quella donna che, ritrovata in Casorati sé stessa bambina, in Casorati attraversa tutta la vita che da quella bambina la separa. La rivede, ci si ritrova davanti, specchio che dell'immagine ha lo spazio e della musica ha il tempo. Giusto il tempo per farsi una carezza e dirsi di stare tranquilla, che tutto andrà bene. E poi, subito, tornare in sé, rasserenata.