A Venezia in cerca di nuove icone
di Cristiana CampaniniMaurizio Cattelan, La Nona Ora (1999), collezione François Pinault
Il buio è trafitto da fili di luce. Come colonne lunari dai finestroni di una chiesa gotica. Nella prima sala, a Punta della Dogana, i fasci di Lygia Pape sono pura emozione. Corre su fili dorati, come gocce su rami di salice. Nei codici dell’artista brasiliana, il rigore geometrico si fa complice di una sensualità epidermica e di un calore cromatico, con una semplicità sconcertante. E inizia così il viaggio nell’immaterialità dell’arte, con l’oro a filo conduttore da Pape a James Lee Byars. È questa la porta simbolica alla mostra a Punta della Dogana, a Venezia, un risveglio dal clamore e dall’effimero a cui l’arte contemporanea ci ha assuefatto. Il percorso, curato da Emma Lavigne e Bruno Racine, è scandito in 80 opere dalla collezione Pinault, di 50 artisti, da una tempesta di buchi di Lucio Fontana fino all’opera più sfacciatamente pop e figurativa del percorso, Nona Ora di Maurizio Cattelan, accolto qui nel suo secondo abito di scena, più da esistenzialista che da Gianburrasca.
Lygia Pape, Ttéia 1, C (2003-2017): fili d’oro e d’argento intersecano lo spazio della sala espositiva della mostra di Venezia
Fin dal titolo Icônes, si gioca sull’abuso di una parola prossima a indicare il nulla. Da Marilyn Monroe agli emoticon da smartphone, tutto è icona. Venezia è icona. Punta della Dogana lo è, come iconiche sono le opere della collezione di Monsieur Pinault, icona a sua volta di un certo collezionismo. La mostra (fino al 26 novembre) guarda più lontano, non all’eccesso di visibilità di un termine svuotato, ma alla tradizione delle icone sacre. «Un invito alla contemplazione, che affonda nella storia di Venezia rivolta a Oriente», spiega Racine, che l’ha concepita. «Per ripercorrere il solco lasciato da queste immagini sacre nella contemporaneità. Siamo in fondo a pochi passi dalla Basilica della Salute, dove un antichissimo esempio del 1264, è venerato al centro del sontuoso altare barocco». I monaci, pittori di icone, aspiravano a «rendere visibile l’invisibile, evocando archetipi divini», spiegava Pavel Florenskij, teologo e matematico russo fucilato in un gulag staliniano, nel saggio sull’arte dell’icona Le porte regali. Come soglia verso l’assoluto, l’icona sacra ha lasciato segni profondi anche nell’arte dalle avanguardie, dai monocromi di Malevič, artista che più di ogni altro si è ispirato all’icona nella rappresentazione dell’invisibile, fino alle immagini del consumismo in serie elevate ad arte di Andy Warhol, re dell’effimero mercificato, di nascita e di profonda educazione ortodossa.
Danh Vo, Untitled, (2021): nella scultura, un frigorifero contiene il calco dei piedi di Heinz Peter Knes, posti come quelli di Cristo sulla croce
La mostra mira a varcare quella soglia, a una riconciliazione dello spirituale con l’arte, in perfetta dialettica con l’altra mostra della Pinault Collection in contemporanea, Chronorama a Palazzo Grassi, celebrazione del transitorio e di un’esteriorità mondana (elegantissima), attraverso l’archivio fotografico di Condé Nast. Luce, suono, tempo, sono distillati in una “promenade architecturale”. Si procede per cappelle laiche in empatia con gli spazi di Tadao Ando, che fanno da cassa armonica. Le tappe sono scandite da dipinti, disegni, installazioni, sculture, video, opere sfuggenti nella rappresentazione che aspirano all’immaterialità. Fin dalla prima sala, aleggia un respiro, una sospensione dal tempo cronologico e dagli eccessi visivi da cui siamo travolti. Dall’epifania della luce come materia si giunge a un’estrema esperienza di vuoto e sottrazione. Per viverla bisogna accedere al torrino alla punta dei Magazzini della Dogana da Mar. Il tuffo attraverso lo specchio di Kimsooja è spaesante (perfino terrorizzante, per chi soffre di vertigini). Per giungervi attraversiamo i tormenti dell’ultimo Goya riletti da Philippe Parreno oppure la quiete da giardino orientale nelle stanze di carta giapponese del coreano Lee Ufan. La parola di Joseph Kosuth, che ora vive a Venezia, ritorna ciclica nel percorso, riannodando un dialogo tra Sartre e Simone De Beauvoir. Vette di astrazione si toccano con le carte Agnes Martin o con le ultime tragiche tele di Robert Ryman. Il dialogo è aperto tra le sindoni di Dahn Vo, a registrare tempo e luce; e i cieli a foglia oro di Rudolf Stingel. La meditazione sull’impero delle vanità ricorre, da Sherrie Levine a On Kawara.
Danh Vo, Christmas (Rome), 2012, 2013
Gemiti gospel s’impadroniscono dei corpi dei visitatori facendoli vibrare dalle panche di Camille Norment. Le candele di Chen Zhen sono la cura di un artista medico, di corpo e anima. I numeri di Roman Opalka registrano il tempo, che appare così umano, racchiuso in nuvole di numeri inafferrabili, a fermare le sue giornate di lavoro dal 1965 fino alla morte. «Il velo del visibile per un istante si squarcia», scriveva Florenskij. «Soffia un alito invisibile che non è di quaggiù: questo e l’altro mondo si aprono l’uno all’altro».
Étienne Chambaud, Uncreature e Stase, (2022): l’artista ricopre le icone religiose di oro e materiali stampati in 3D, alterandone la percezione