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William Kentridge: “Europa, apri le porte”

William Kentridge (@Norbert Migueletz)

 
Intervista esclusiva all’ultimo artista del Rinascimento
7 minuti di lettura

Alla fine dell’intervista, William Kentridge dirà che andrà a mangiarsi un piatto di minestrone, accompagnato da una bottiglia di rosso da condividere con la moglie Anne. Nella sua Johannesburg l’inverno è ormai finito. E lui, l’ultimo artista del Rinascimento, il solo ancora in grado di partire da un disegno per costruire mondi sulla carta, dentro un video, in una scultura, sulle tavole di un teatro o gli argini di un fiume — come fece con il fregio effimero lungo il Tevere a Roma — sta per tornare in Italia. Lo rivedremo a Palermo, a Palazzo Branciforte, nella mostra You Whom I Could Not Save (dall’8 ottobre al 12 gennaio 2024, a cura di Giulia Ingarao e Alessandra Buccheri); ci saranno carboncini inediti, bronzi, arazzi e l’installazione sonora del titolo: “Te che non ho potuto salvare”. E il pensiero va agli ultimi della Terra, ai sommersi e i salvati di oggi. Parleremo anche di questo con lui. Eccolo, Kentridge: prima di arrivare in Sicilia si concede alle domande di Robinson com…

Alla fine dell’intervista, William Kentridge dirà che andrà a mangiarsi un piatto di minestrone, accompagnato da una bottiglia di rosso da condividere con la moglie Anne. Nella sua Johannesburg l’inverno è ormai finito. E lui, l’ultimo artista del Rinascimento, il solo ancora in grado di partire da un disegno per costruire mondi sulla carta, dentro un video, in una scultura, sulle tavole di un teatro o gli argini di un fiume — come fece con il fregio effimero lungo il Tevere a Roma — sta per tornare in Italia. Lo rivedremo a Palermo, a Palazzo Branciforte, nella mostra You Whom I Could Not Save (dall’8 ottobre al 12 gennaio 2024, a cura di Giulia Ingarao e Alessandra Buccheri); ci saranno carboncini inediti, bronzi, arazzi e l’installazione sonora del titolo: “Te che non ho potuto salvare”. E il pensiero va agli ultimi della Terra, ai sommersi e i salvati di oggi. Parleremo anche di questo con lui. Eccolo, Kentridge: prima di arrivare in Sicilia si concede alle domande di Robinson come non ha mai fatto prima.

William Kentridge, Porter Series: Carte de France Divisèe en 86 departements (Dancing Lady), 2006-2007

 

Partiamo dalla sua famiglia, Mr Kentridge. I suoi genitori erano avvocati in Sudafrica. Suo padre difese Nelson Mandela. Che cosa ha imparato da loro per quella che poi è stata la sua professione?

«Sì, entrambi i miei genitori erano avvocati. Da loro ho appreso molto presto le ingiustizie legate alla situazione politica in Sudafrica. Credo di averlo capito prima dei miei coetanei dell’epoca bianchi come me. Eravamo tutti bianchi a scuola, ovviamente. Ma, oltre agli aspetti politici, dai miei ho imparato la devozione per la propria professione. Il debito che si contrae verso un mestiere che ti guida lungo la scia delle domande più importanti».

Lei, nato nel 1955, era consapevole di essere un bianco privilegiato nel Sudafrica dell’apartheid. Come lo viveva?

«La questione centrale era comprendere che in Sudafrica, volenti o nolenti, quelli che erano nella mia posizione beneficiavano di un sistema di sfruttamento razziale. E per questa ragione la nostra stessa posizione era compromessa, qualsiasi cosa facessimo. Eravamo comunque complici delle circostanze attorno a noi. Certo, c’erano azioni da compiere per opporsi, ma, nonostante ciò, senza alcun dubbio tutti eravamo parte di quel sistema. C’era chi soffriva e chi non poteva evitare di beneficiare della sofferenza altrui. Il senso di questo paradosso e di questa contraddizione è stato centrale per permettermi di capire molto presto chi ero».

William Kentridge, Palermo Cash Book Drawing XII (2023, pastello litografico, matita colorata, acquerello, stampa digitale e collage) © William Kentridge. courtesy: Galleria Lia Rumma, Milano | Napoli

 

Nonostante questo paradosso, lei non ha mai lasciato Johannesburg.

«In effetti, mai. Resta la mia casa. Penso che, se non l’ho lasciata dopo 68 anni, debba esserci una forte connessione con questa città. Ho trascorso un anno in Francia e alcuni mesi a New York, ma alla fine lo studio, la casa e il lavoro sono sempre stati qui. E i legami con questo luogo si sono via via rafforzati per il numero di collaboratori con cui mi rapporto per tanti progetti fuori e dentro lo studio. E questo anche se Johannesburg è una città un po’ al collasso e le circostanze in Sudafrica non sono semplici. Il punto è che resta un luogo interessante per un artista. Qui le grandi questioni del mondo si giocano su una scala gestibile e molto visibile. Molti dei fatti che accadono in Sudafrica, come la crescita di un’economia informale rispetto a quella formale, sono una sorta di premonizione di quello che accadrà in altre parti del mondo».

Lei si considera un artista politico?

«Non esattamente. In realtà, mi considero un artista con un programma preciso che è quello di creare spazio per il dubbio e l’incertezza all’interno della politica e della realtà. Però non mi considero un artista politico in senso stretto. Quello che faccio nel mio studio e le immagini che produco ovviamente includono temi molto ampi che riguardano il mondo e superano i confini del Sudafrica. Ma non si tratta di un imperativo categorico. Gabriel García Márquez diceva che il dovere rivoluzionario di uno scrittore è scrivere bene. Allo stesso modo, quello di un artista è di dare il meglio nel suo studio. Alcuni artisti prestano voce agli emarginati e agli oppressi. Per quanto mi riguarda sono molto diffidente all’idea di parlare a nome di qualcun altro attraverso il mio lavoro. Quando ho provato a farlo o ho tentato di immaginare cosa pensassero gli altri, ho sempre sbagliato. Le persone sono più intelligenti o più stupide di quanto ci si possa aspettare, e cercare di pensare che cosa capirà il pubblico non funziona mai per me».

Una delle sue immagini più potenti degli ultimi anni è “Refugees (You Will Find No Other Seas)”, realizzata per il fregio del 2016 “Triumphs and Laments”, sul Tevere. Quell’immagine del barcone di immigrati si ripete ogni giorno nella realtà.

«Oggi le ex colonie rivendicano quello che gli è stato tolto. La ricchezza dell’Europa si è nutrita sulle loro spalle e sulla loro miseria. Non ci sono giustificazioni etiche perché l’Europa respinga i rifugiati e i richiedenti asilo che sono esseri umani ridotti in schiavitù e oggetto di traffici commerciali. Il vecchio continente ha l’obbligo morale, se non legale, di assumersi la responsabilità storica delle proprie azioni passate. Come deve farlo? Non lo so. Ma di certo permettere che centinaia di persone affoghino ogni anno nel Mediterraneo non è una risposta etica a questo quesito».

Anche il mondo dell’arte fronteggia un processo di decolonizzazione. Si restituiscono opere e oggetti alle ex colonie, si riallestiscono le collezioni dei musei in chiave inclusiva, si organizzano mostre di artiste e artisti rappresentativi di minoranze. Quanto è genuino tutto questo, secondo lei? È autentico o è solo un modo per l’Occidente di ripulirsi la coscienza?

«Credo possa essere entrambe le cose. Dipende dagli impulsi e dalle azioni delle diverse istituzioni. Non c’è dubbio che gli artisti provenienti dal cosiddetto terzo mondo o dalle ex colonie, così come le artiste donne, siano stati estremamente trascurati dalla storia. Quindi c’è un grande bisogno di risarcimento in questo campo. Ed è un bene che le persone guardino attentamente gli artisti, viventi o scomparsi, prima messi da parte. Certo, può capitare che si allestiscano alcune mostre o lavori in modo cinico, in maniera furba. E che ci siano alcuni artisti che non sono eccezionali, ma che ora sono fortunatamente in grado di entrare a far parte di questo settore, di trovare uno spazio. Più di tutto, conta che moltissimi artisti il cui lavoro avrebbe dovuto essere visto e le cui voci avrebbero dovuto essere ascoltate ora abbiano una possibilità per la prima volta. Quindi, per me, quello a cui assistiamo è una novità nella storia e qualcosa da apprezzare assolutamente».

A proposito di storia, lei lavora su scale diverse, ma parte sempre dal disegno come un artista rinascimentale.

«Il disegno è sempre il punto di partenza perché disegnare è anche un’attività di elaborazione di ciò che pensi. È una sorta di pensiero in azione. E quindi, anche se sto lavorando con un’opera o una produzione teatrale con attori, la strategia rimane la stessa. Disegnare permette di lasciare un finale non precostituito, magari diverso dal punto di partenza. Provare permette di trovare una forma precisa e pulita che si raggiunge solo dopo. Il disegno ti consente una sorta di conversazione tra il tuo impulso e ciò che il lavoro stesso ti rimanda mentre viene realizzato».

Un altro aspetto che la lega alla tradizione artistica è lo studio, spazio che lei ha citato più volte anche adesso. Più che un luogo, un mondo.

«Lo studio è lo spazio fisico dove mi trovo adesso. Misura 8 metri per 15: non è enorme. In città, ne ho un altro più grande, di dimensioni industriali, dedicato alla scultura. Ma, oltre a essere uno spazio fisico in cui produrre lavoro, lo studio è una sorta di spazio metaforico in cui creare significato. Un rifugio sicuro dove lasciare libera anche la stupidità di immaginare, dove cedere all’impulso e dargli il beneficio del dubbio, vedere dove ti porta. Fisicamente, lo studio ha una stanza centrale, dove disegno. Sono solo in quella stanza e quello è il mio spazio. Al piano superiore, abbiamo una sala di montaggio, alcuni uffici dove vengono scattate le fotografie che conserviamo tutte. Ovviamente, quando realizzo un video, ci sono dei cameramen. Quando lavoro a una produzione teatrale, di solito nello studio più grande, potrebbero arrivare a esserci fino a 15, 20 performer. Quindi lo studio resta uno spazio aperto. Non è esclusivo dell’artista, solo nella sua soffitta. Insomma, c’è un’intera struttura di supporto attorno allo studio, che si occupa della logistica: gestiamo e archiviamo tutto in un database, comprese le email. Ma mi fa piacere, soprattutto la sera, lavorare completamente da solo. Si tratta di un’energia diversa rispetto a quella che arriva quando sei circondato dalle persone durante il giorno».

Allo studio da un po’ di tempo ha affiancato l’attività del Centre for the less good idea…

«È stato fondato sette anni fa con la collega artista Bronwyn Lace. Si trova in centro città, dove c’è il mio studio di scultura. Il nome nasce da un proverbio africano che dice: “Se il bravo dottore non può curarti, allora trovane uno meno bravo”. In altre parole, se le grandi idee del mondo non funzionano, bisogna affidarsi a soluzioni locali. Ma, ancora di più, bisogna accettare che certe risposte arrivino dai margini, non previste. E che possano regalarci nuove intuizioni per risolvere problemi centrali su cui stiamo lavorando. Per trasportare tutto questo sul piano artistico: se stai facendo delle prove, devi essere molto aperto all’improvvisazione e ad accettare quello che arriva inaspettato da un angolo dello studio. Al Centre for the less good idea, in sette anni, abbiamo ospitato circa 800 professionisti diversi: artisti, videomaker, musicisti, coreografi, ballerini. Organizziamo prove, eventi e performance per tutto l’anno. La buona risposta che riceviamo è motivata dal fatto che le istituzioni pubbliche di Johannesburg sono al collasso. C’è bisogno dell’iniziativa privata. Cerchiamo di fare quello che spetta allo Stato o all’università, ma lavoriamo su una scala piccola. Il nostro centro è un posto sicuro per le idee. Possono anche fallire. Si testano velocemente progetti eventualmente traducibili in proporzioni più ampie».

Lei si è cimentato in più mezzi espressivi: pittura, scultura, teatro, video… è membro dell’Academy che assegna gli Oscar, ha mai pensato di girare un film?

«Non mi ci vedo al momento come regista. I brevi film d’animazione che ho prodotto sono la mia misura, ma dover dirigere un cast di attori mi sembra un’idea folle. Sarebbe un errore se pensassi di avere le capacità e la conoscenza di un regista di cinema».

Niente cinema allora. Su cosa si sta concentrando adesso?

«Ovviamente ci sono le mostre: ora quella di Palermo, quindi un’altra a Napoli in febbraio e poi diverse in Sudafrica e negli Stati Uniti. You Whom I Could Not Save, che dà il titolo alla mostra di Palermo e alla sua installazione principale, è il coro di apertura di un’opera teatrale a cui sto lavorando The Great Yes, The Great No sulla Francia e la Martinica, la piccola isola caraibica da cui provenivano il grande poeta Aimé Césaire e lo psichiatra Frantz Fanon. Sarà una sorta di viaggio che parte dall’Europa per arrivare nel surrealismo dei Caraibi. Si ispira a quello che nel 1941 fecero in fuga dalla Francia di Vichy personalità come André Breton, Claude Lévi-Strauss, Anna Seghers…».

Nei suoi video autobiografici “Self Portrait as a Coffee Pot”, realizzati durante il lockdown, lei racconta che a tre anni voleva essere un elefante, ma non ci è riuscito. Che a quindici sognava di diventare un direttore d’orchestra, ma ha fallito ancora. Così è diventato un artista. Alla fine, non è andata così male come exit strategy…

«No, effettivamente, a vederla retrospettivamente, no. Dico sempre che nella propria biografia ognuno si salva grazie ai fallimenti. Sì, come elefante ho fallito. Come direttore d’orchestra pure. Sono andato alla scuola di teatro e ho fallito come attore e anche quando pensavo di realizzare lungometraggi. Per non parlare del fatto che ho fallito come pittore di quadri a olio. Sì, mi sono ridotto a fare l’artista. Alla fine, è l’unica cosa che mi è rimasta di quelle che ho provato a fare. C’è da dire che tutti i tentativi falliti – tranne quello di diventare un elefante quando ero bambino – mi sono tornati utili nel lavoro in studio con gli altri, nel collaborare con direttori d’orchestra, musicisti, attori… ma, per quanto riguarda gli olii su tela, resto un pittore della domenica. Alcuni amici in Italia mi hanno dato dei consigli sulla tecnica e ho capito che, sì, posso essere un buon pittore della domenica. Mi metto lì con una cesta di frutta la domenica mattina… la dipingo e poi a ora di pranzo la mangio».

La mostra – You Whom I Could Not Save è la mostra di William Kentridge in programma

a Palermo, a Palazzo Branciforte, dall’8 ottobre al 12 gennaio 2024. In allestimento l’installazione sonora che dà il titolo all’esposizione, disegni, arazzi e sculture inedite. Il progetto è organizzato da ruber.contemporanea e sostenuto da Fondazione Sicilia con

il coordinamento di Sicily Art and Culture, ideato da Antonio Leone direttore artistico di ruber.contemporanea e curato da Giulia Ingarao e Alessandra Buccheri. Ha collaborato la Galleria Lia Rumma, Napoli / Milano

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