✕

L’anno che fece rinascere il romanzo

Non solo il doppio testamento lasciatoci da Cormac McCarthy. Ma anche le grandi narrazioni di Olga Tokarczuk e Salman Rushdie. Per non parlare del fluviale Jon Fosse che ha vinto il Nobel. Il genere dato perennemente per spacciato è stato protagonista del 2023. E della nostra personale classifica
4 minuti di lettura

Ho impilato i primi dieci volumi della classifica di Robinson di fine 2023 e li ho assestati su una bilancia. Il peso complessivo supera gli otto chili! Non che sia un dato rilevante – il valore di un libro non è certo una questione di mole – e tuttavia testimonia di un impegno consistente e trasversale di autori e autrici contemporanei (e blasonati) in termini di pagine. Lo svettante McCarthy postumo del Passeggero, accorpato al secondo tassello del dittico, Stella Maris, arriva a un passo dalle 600 pagine. I libri di Jakub di Olga Tokarczuk, che è nei fatti un singolo volume, arriva alle 1100, eccentricamente numerate in ordine decrescente. McEwan (Lezioni) sulle seicento, Amis (La storia da dentro) e Ellis (Le schegge), appena fuori top ten, sulle settecento. C’è aria, senza voler sovrainterpretare, di rivincita del “massimalismo”: una scommessa sulla macchina-struttura del romanzo, sulla sua estensione narrativa, sulle sue bulimiche possibilità di racconto del mondo. Un’impresa co…

Ho impilato i primi dieci volumi della classifica di Robinson di fine 2023 e li ho assestati su una bilancia. Il peso complessivo supera gli otto chili! Non che sia un dato rilevante – il valore di un libro non è certo una questione di mole – e tuttavia testimonia di un impegno consistente e trasversale di autori e autrici contemporanei (e blasonati) in termini di pagine. Lo svettante McCarthy postumo del Passeggero, accorpato al secondo tassello del dittico, Stella Maris, arriva a un passo dalle 600 pagine. I libri di Jakub di Olga Tokarczuk, che è nei fatti un singolo volume, arriva alle 1100, eccentricamente numerate in ordine decrescente. McEwan (Lezioni) sulle seicento, Amis (La storia da dentro) e Ellis (Le schegge), appena fuori top ten, sulle settecento. C’è aria, senza voler sovrainterpretare, di rivincita del “massimalismo”: una scommessa sulla macchina-struttura del romanzo, sulla sua estensione narrativa, sulle sue bulimiche possibilità di racconto del mondo. Un’impresa come quella del fresco Nobel norvegese Jon Fosse, Settologia (già uscito in patria nel 2020 e quest’anno da noi con tre nuove porzioni), consta di un’unica interminabile frase, che procede sinuosa per centinaia e centinaia di pagine.

Al momento di presentarsi all’Accademia di Svezia, all’inizio di dicembre, Fosse ha centrato il suo discorso sulla differenza fra lingua dominante e lingua della letteratura: la prima veicola informazioni; la seconda «ha una propria esistenza». Sempre meno facile da difendere nell’assedio della conversazione social e della messaggistica istantanea: «Ogni giorno consumiamo insaziabilmente circa 34 Gigabyte, l’equivalente di centomila parole, grosso modo quante ne contiene un romanzo», avverte Giovanni Solimine nel suo recente Cervelli anfibi, orecchie e digitale (Aras edizioni). Nella lotta impari tra romanzo “polverizzato” nelle scritture della vita online e romanzo “compatto” della vita offline è facile immaginare chi vince, almeno nell’immediato; e però questo drappello di autori esperti non si sconforta, sembra intenzionato a rilanciare: e lo fa chiedendo a lettrici e lettori di accettare la sfida di un tempo diverso, di una concentrazione prolungata, di una posta in gioco tutt’altro che leggera. Per l’appunto: “pesante”.

La rivincita dei romanzi difficili

Non dev’essere casuale la ricorsività, nei grandi romanzi del 2023, di passaggi – più che metanarrativi – di esplicita riflessione sulla scrittura, sulle ragioni più urgenti e inaggirabili del lavoro letterario. Martin Amis, nel testamentario La storia da dentro, si rivolge a un aspirante autore e gli pone la questione della scomparsa del lettore deduttivo. «C’è stato un tempo in cui ci piacevano i libri difficili. Ma adesso non ci piacciono più. I romanzi difficili sono morti. Almeno in parte, non corteggiamo più la difficoltà perché il rapporto lettore-scrittore ha cessato di essere anche solo minimamente collaborativo». Così sostiene Amis, e il paradosso è che mette nelle mani del suo lettore un faldone sovraccarico, memoria, riflessione, racconto, saggio…

Olga Tokarczuk, investendo sulla vicenda di un giovane ebreo che a metà Settecento assume le fattezze di un nuovo messia, indirizza la sua monumentale impresa in questi termini: «Memoriale per i Saggi, Riflessione per i Compatrioti, Istruzione per i Laici, e Svago per i Malinconici». In altre parole: residuali ma resistenti lettori deduttivi. Il coetaneo americano Bret Easton Ellis, prima di inabissarsi negli elettrici sensuali sfrenati anni Ottanta che intende rivitalizzare nel romanzo Le schegge, chiarisce a chi lo leggerà che un romanzo «è un sogno che chiede di essere scritto nello stesso modo in cui ci s’innamora di qualcuno», e rivela le difficoltà, gli inciampi, le attese, illuminando il cantiere. Lo stesso fa Howard Jacobson rimettendo a posto i pezzi della sua vita (Cocco di mamma) e discutendo l’intenzione con la donna evocata nel titolo: «Cosa racconta di te?» domanda lei. E il figlio risponde: «Come sono diventato scrittore». La protagonista dell’ultimo, visionario Rushdie (La città della vittoria) si rivela, nel finale e compiendo l’età leggendaria di duecentoquarantasette anni, narratrice: «Le parole sono le uniche vincitrici».

I due settantenni Auster e McEwan, ricostruendo le esistenze di due attempati, avvertiti e “scriventi” uomini quasi qualunque, dedicano diverse pagine al peso che la parola poetica ha avuto in esse: il Baumgartner di Auster vede «danzare» i ricordi della moglie scomparsa nelle pagine da lei lasciate; il Baines di McEwan si lascia letteralmente ossessionare dalla poesia, quel «patto fiducioso tra pensiero e pagina, tra idea e mano».

Abissale

È il patto che il vecchio McCarthy esplora con radicalità nei suoi due ultimi romanzi. Fittissimi, come sempre, di dialoghi – ma qui, in modo quasi estremista, pensati e pronunciati come su un crepaccio ultimo, o intorno a un abisso. Per tramite di Bobby, l’uomo in fuga, sfida fisica e metafisica, evoca Pascal, Einstein, Heisenberg, e con un coraggio o una ingenuità sublime che manca da decenni al 90% della letteratura richiama «la faccenda di Dio» e sonda il limite dell’umano. Come pure fa, lasciando costantemente oscillare la pagina fra saggio e romanzo, l’olandese-sudamericano Benjamín Labatut: un nipote scientista di McCarthy, propugnatore quanto il grande americano di un’alleanza strategica – piuttosto trascurata in Italia – fra poteri della letteratura e poteri della scienza. È la miscela che rende esplosive le pagine di Maniac, l’indagine polifonica sulla preistoria dell’intelligenza artificiale. Prodotta e alimentata per mezzo di intelligenze integralmente umane – vite incandescenti, ambiziose, imperfette, difficili come quelle di chiunque.

Riscattare una vita

Resta pur sempre questo il nocciolo del mestiere di narratore. Ricomporre puzzle di esistenze vere, presunte, verosimili. Attingendo a fonti instabili, ambigue e ustorie per una biografia (la propria: Annie Ernaux, Perdersi), “inventandole” quasi dal vero (l’epopea novecentesca di Violeta nel romanzo di Isabel Allende; l’epica della Harlem anni Settanta del Colson Whitehead di Manifesto criminale). O facendosi testimone oculare del “processo del secolo”: così Carrère auto-inviato a seguire le tappe processuali per gli attentati di Parigi del novembre 2015. Anche fra le vittime – scopre – c’è una serie A e una serie B: «Eri al Bataclan? No? Fuori dai locali, allora? No? Allo Stade de France? C’è stato un attentato allo Stade de France? Ah, non lo sapevo».

Lo sguardo di uno scrittore può fare la differenza: «Per essere sicura di ricordarsi ciò che tutti dimenticano, Marylin porta sempre con sé, in un tubetto di plastica, il dado di diciotto millimetri che le è stato estratto dalla guancia. Lo tira fuori dalla borsa, quel tubetto, davanti alla Corte. Dice: “Ve lo faccio vedere, ma me lo tengo io”. Lo rimette nella borsa e se lo porta via, e fra poco le altre duecentocinquanta testimonianze sommergeranno la sua, ma comunque Marylin che si allontana, sola, graziosa e triste, profondamente triste, con il suo dado nel tubetto, io non la dimenticherò». Nemmeno chi ha letto queste parole.

Leggi i commenti