Anteprima esclusiva. Ivan dolce Ivan: il disco inedito del Graziani ritrovato
di Luca ValtortaMilano. "Se la mia chitarra piange dolcemente/ stasera non è sera di vedere gente» recita l’incipit di Agnese dolce Agnese, una delle canzoni più belle e famose di Ivan Graziani, incisa nella memoria di chi era giovane negli anni Settanta ma non solo. Sembra di sentire la sua voce inconfondibile, che poi attaccava il ritornello «è uscito un po’ di sole da questo cielo nero/ l’inverno cittadino sembra quasi uno straniero/ Agnese dolce Agnese color di cioccolata/ adesso che ci penso non ti ho mai baciata» e poi quel “na na na” che ti avvolge: poesia fatta di niente in apparenza, capace di evocare le emozioni di un mondo ancora puro con quel bacio mai dato, quel senso di desiderio chiaramente presente («Agnese mi parlava e la sabbia era infuocata/ ed io non so perché non l’ho dimenticata») ma di cui neanche ci si rendeva conto. Ed è proprio inverno anche in questa di città: una Milano dove finalmente fa freddo, proprio come dovrebbe, e c’è persino una nebbia che offusca le cose intorno, …
Milano. "Se la mia chitarra piange dolcemente/ stasera non è sera di vedere gente» recita l’incipit di Agnese dolce Agnese, una delle canzoni più belle e famose di Ivan Graziani, incisa nella memoria di chi era giovane negli anni Settanta ma non solo. Sembra di sentire la sua voce inconfondibile, che poi attaccava il ritornello «è uscito un po’ di sole da questo cielo nero/ l’inverno cittadino sembra quasi uno straniero/ Agnese dolce Agnese color di cioccolata/ adesso che ci penso non ti ho mai baciata» e poi quel “na na na” che ti avvolge: poesia fatta di niente in apparenza, capace di evocare le emozioni di un mondo ancora puro con quel bacio mai dato, quel senso di desiderio chiaramente presente («Agnese mi parlava e la sabbia era infuocata/ ed io non so perché non l’ho dimenticata») ma di cui neanche ci si rendeva conto. Ed è proprio inverno anche in questa di città: una Milano dove finalmente fa freddo, proprio come dovrebbe, e c’è persino una nebbia che offusca le cose intorno, qui vicino alla parte meno trendy e affollata dei Navigli dove, in fondo a un cortile, c’è una casa dove all’entrata ti accoglie una nuvola: «È un gioco: sembra una specie di lampadario ma non lo è realmente, l’ho fatto io per Ludovico, dentro ci sono delle lucine che girano, mi piace fare queste cose», spiega Filippo Graziani, figlio di Ivan, che adesso ha 42 anni e un figlio a sua volta, di pochi mesi: Ludovico, appunto.
Filippo è sposato con l’influencer, modella e dj Catherine Poulain, la loro casa è al tempo stesso essenziale e accogliente. «Quella canzone racconta tante cose di mio padre», spiega, «per esempio la sua passione per i Beatles, a partire dalla prima frase che cita While My Guitar Gently Weeps di George Harrison». Una citazione chiara ma non letterale che, filtrata dalla sua voce, diventa tutt’altro. Filippo si alza e tira fuori un vecchio libro sui Beatles degli anni Settanta, un volume della storica Arcana editrice, quando non era facile trovare qualcosa sulla musica rock. Nelle prime pagine una scritta recita: «Questo libro è mio!», firmato «Ivan Graziani», con una bella grafia che mostra la sua abilità di disegnatore. «Credo che mio padre stesse cercando un’immagine fortissima per aprire quella canzone e la chitarra era sicuramente il tramite perfetto, visto che era non solo un autore ma anche un grande chitarrista oltre che, naturalmente, un beatlesiano vero», spiega Filippo, «e lo sono anch’io: quando ho sentito Revolver per la prima volta qualcosa dentro di me si è come risvegliato. Questo ci univa molto. Ho tenuto questo libro sempre con me». L’occasione dell’incontro è un evento speciale: il ritrovamento di otto brani inediti che sono diventati un disco. Uscirà il 26 gennaio, a distanza di 30 dall’ultimo (Malelingue, del 1994) e si intitolerà Per gli amici.
Parte prima: l’intervista a Filippo
Come è nato questo album?
«Abbiamo ritrovato dei provini di mio padre nelle bobine dentro una valigia e mio fratello Tommaso ha trasferito il materiale da analogico a digitale. Però ci voleva una certa lungimiranza per capirne la portata artistica: abbiamo provato a fare qualche giro nelle case discografiche con il materiale grezzo ma poi ho deciso di lavorarci io in studio, per riuscire a far capire meglio quello che poteva venirne fuori».
E alla fine cosa è successo?
«Alla fine si è fatta avanti la rinata Numero Uno, l’etichetta del primo album “vero” di papà, Ballata per quattro stagioni: un cerchio che si chiude».
Prima ce n’erano stati altri?
«Ci sono tre dischi antecedenti: Desperation, cantato in inglese con lo pseudonimo di Rockleberry Roll, del 1973, poi La città che io vorrei dello stesso anno e Tato Tomaso’s Guitars del 1974, che ha inciso quando è nato mio fratello Tommaso, che però è un disco di cover».
Anche Tommaso è un musicista?
«Certo: lui suona la batteria ed è proprio un musicista vero, che non ama apparire. Vive a Novafeltria, dove siamo cresciuti e dove c’era il famoso studio di registrazione di papà che adesso è diventato casa sua».
Tu invece hai scelto Milano.
«Io sono un provinciale dentro, sono nato e cresciuto con mio fratello in un paesino di cinquemila abitanti e in questo modo conosco la noia e — lo diceva anche papà che era cresciuto a Teramo — questo fa la differenza con chi nasce in città, dove hai tutto a portato di mano».
Tuo padre come era in casa?
«Era una persona estremamente normale: non andava certo in giro dicendo “io sono Ivan Graziani”, infatti noi non è che ci rendessimo conto realmente di chi fosse, era molto schivo. Solo quando è venuto a mancare ho scoperto tante cose dell’uomo che non era il genitore. Perché c’è l’uomo, l’artista e poi c’è il genitore: tre persone che possono essere molto diverse».
Ma le canzoni di tuo padre le conoscevi?
«Sì, ma per me erano una cosa scontata. Solo dopo la sua scomparsa e attraverso gli altri mi sono reso pienamente conto di quanto fosse importante quello che aveva fatto».
Che tipo di persona era Ivan Graziani?
«Prima di tutto era un lavoratore instancabile: faceva un disco e poi la tournée e poi di nuovo un altro disco. Per lui suonare dal vivo era importantissimo. Quando si fermava la casa era un porto di mare, sempre piena di gente».
Parte seconda. Il racconto di Anna, moglie di Ivan
Un fatto, quello di una casa aperta agli amici e non solo, confermato anche dalla moglie di Ivan Graziani, Anna Bischi, che vive ancora in quella casa che si trova a Novafeltria, un piccolo paese che oggi non raggiunge i settemila abitanti in provincia di Rimini, vicino a San Marino. Raggiunta al telefono racconta: «Ivan era schivo nei rapporti fuori casa ma era molto conviviale e credeva nell’amicizia: qui a casa passavano musicisti, giornalisti, amici, ma anche gente comune che incontrava. Una volta arrivo e trovo una donna vicino ai cipressi che allattava un bambino, entro e c’è un altro bambino che dorme: “Ma questa gente chi è?”, mi dico. Un’altra volta mi trovo un camionista che trasportava le mucche e che, siccome c’era un problema di parcheggio, ha sollevato la mia 500 da solo con le sue mani; un’altra ancora arrivo e in casa c’è una tavolata enorme. Una ragazza si alza e mi chiede senza neanche sapere chi fossi: “Hai fame? Ti preparo qualcosa da mangiare”». Pare di capire che gli piacessero le persone strane. «Direi proprio di sì: un giorno mi si è parata davanti a casa una famiglia di ciccioni. Il più grosso mi dice: “Mi son Toni Pizza”. Era un pizzaiolo che aveva conosciuto chissà dove: sono rimasti quattro giorni, in cui hanno mangiato di tutto (ride, ndr). Ivan era un cronista di vita e questa era la sua gente: da loro traeva ispirazione per i personaggi delle canzoni. Odiava invece andare alle feste chic della Milano bene, diciamo che era uno snob al contrario».
Quindi molti personaggi delle sue canzoni sono reali. «Certo, per esempio il Barbarossa citato in Firenze era un pittore irlandese di Urbino, la città dove entrambi abbiamo studiato e ci siamo conosciuti, un tipo originale che si diceva avesse molte donne. Ricordo che Ivan mi telefonò all’una di notte, mi cantò tutta quella canzone bellissima e alla fine mi chiese: “Ma secondo te sono un po’ troppi tutti questi po po po?”. Eravamo molto complici, mi voleva sempre con lui anche in tour: ricordo che io guidavo la macchina, mentre lui e il tour manager dormivano (ride, ndr). Mi è sempre piaciuto guidare». Tra l’altro Ivan Graziani è stato anche uno dei primi a parlare di sessualità in maniera molto esplicita. «Lo faceva in maniera molto realistica e sempre però per raccontare la società. Detestava le cose patinate e finte: una volta negli anni Ottanta un giornale ci offrì una quantità incredibile di soldi per fare un servizio fotografico di me incinta, con la pancia nuda e lui con l’orecchio sopra. Io gli dicevo: “Amore facciamolo, dobbiamo pagare la casa…”. Ma lui niente, disse di no. Capisci il carattere?». A un certo punto si era sparsa la voce, forse per il suo modo di cantare in falsetto, che fosse omosessuale... «Lo venissero a chiedere a me (ride, ndr)». Torniamo a Filippo.
Terza parte: la voce, gli amici, il nuovo disco
A proposito di voci: la tua è identica alla sua.
«Ti dirò un piccolo segreto: nel primo pezzo del disco, Una donna, c’è la mia voce sotto quella di papà e così anche in altre parti dove la sua risultava un po’ carente, non dal punto di vista canoro, ma di registrazione, in cui a volte mancavano delle tonalità. Le nostre voci in realtà non sono identiche, ma hanno la stessa “impressione”. La mia è un po’ più grossa per una questione strutturale: sono più alto e ho una conformazione fisica maggiore».
Quanto era alto lui?
«Sarà stato un metro e 65, uno e 70. Però le due voci, anche proprio grazie a questa lieve diversità, si sovrappongono perfettamente tanto che se non te l’avessi detto non ti saresti accorto di nulla».
In effetti è così.
«Siamo molto contenti del risultato e per me è stata una cosa molto bella, è un po’ come cantare insieme».
A quando risalgono i provini?
«È molto difficile da capire perché papà aveva anche uno studio in casa, infatti aveva messo una luce rossa sulla porta per quando stava lavorando, altrimenti io entravo a rompergli le scatole: mi piaceva da matti andare lì dentro. E lui era contento, si fidava del mio gusto tanto che anche in Maledette malelingue nelle note del disco ha scritto: “Ascolto in preproduzione: Filippo Graziani”».
Quanti anni avevi?
«All’incirca 16 anni. Lui adorava l’adolescenza: infatti se ci pensi molte delle sue canzoni sono su quel mondo o sulla voglia di ritornarci. Diceva sempre che è necessario fare il salto dall’adolescenza al mondo adulto, ma che lui nel
farlo era caduto in un buco ed era rimasto lì».
Aveva un grande senso dell’umorismo, si dice, e secondo me si capisce anche dai testi delle canzoni che sono sempre leggibili a vari livelli.
«Assolutamente sì, ed era cinicissimo. Guarda quel quadro lassù, per esempio (indica il disegno di un individuo vestito di nero con una valigetta in mano dai cui pantaloni esce una coda da scorpione e i cui piedi sono mostruosi), si intitola L’impresario. Era un grande disegnatore: con due segni riusciva a creare figure non solo molto espressive ma che raccontavano una storia. Gli sarebbe piaciuto anche fare quello di mestiere».
La copertina del nuovo album "Per gli amici" con la sua caratteristica firma
Nel nuovo disco c’è un pezzo molto bello, ne parlavamo prima, si intitola “I marinai” e ne è uscita una versione in cui Colapesce e Dimartino interagiscono con la voce di tuo padre. Se n’è parlato parecchio per il clamoroso errore di Francesca Michielin che evidentemente non sapeva chi fosse Ivan Graziani: speriamo che anche questo serva a far conoscere la sua opera. Com’è nata questa idea?
«Sara Potente, direttrice artistica della Numero Uno, ha avuto l’intuizione di proporgli quel pezzo. Ci siamo incontrati e gli è piaciuto: ne hanno fatto una versione molto bella in modo che si cominciasse a parlarne. Nel ritornello c’è una vocalizzazione tipica di mio padre che in questo caso riprende un canto dei pescatori mentre ritirano le reti. C’è molto mare in questo disco, mentre in passato ha parlato più dei monti, da abruzzese qual era, qui invece c’è anche la parte algherese di mia nonna».
E i famosi occhiali rossi da dove venivano?
«Era qualcosa che definiva la sua immagine: aveva un look che era solo suo. Chissà, forse erano anche una sorta di schermo, in casa ne avevamo una marea…».
Era una persona originale in modo non artefatto.
«Assolutamente sì e anche molto politicamente scorretto, come si dice adesso: oggi avrebbe avuto una vita durissima. Ha cantato delle cose in maniera molto realistica quando nessuno osava farlo. Penso a brani come Dada che parlava di droga, omosessualità e violenza sulle donne, tutto nello stesso brano».
Oggi incredibilmente c’è grande violenza verbale nella trap, mentre nel Sanremo di turno tutto viene edulcorato.
«Oggi è tutto finto, noioso, democristiano: mio padre non lo farebbero nemmeno avvicinare».
Non amava compiacere impresari, discografici, potenti né frequentare gli ambienti “giusti”.
«No. Pensa che sia Antonello Venditti che Renato Zero, due dei suoi migliori amici insieme a Eugenio Finardi e a Rino Gaetano, mi dicevano: “Abbiamo cercato in tutti i modi di convincerlo a ritornare in città”. Ma lui preferiva restare in provincia. Non era facile papà, non era uno che accettava di fare qualsiasi cosa, aveva un atteggiamento particolare e non le mandava a dire. Una volta un giornalista, Mario Luzzatto Fegiz, gli fece, brutalmente: “Dicono che tu sei antipatico e tu cosa dici? Che sei solo sincero?” e lui rispose: “Sarò sinceramente antipatico”. Si detestavano. Poi, anni dopo Fegiz si pentì e chiese scusa a mia madre dicendo: “Mi dispiace, allora non lo capivo: ho sbagliato”. Da allora sono amici. Con i giornalisti si inventava anche spesso delle trovate: una volta disse che oltre agli occhiali rossi si metteva sempre anche mutande rosse, cosa che non era assolutamente vera».
Era “Ivan il terribile”?
«Era uno che non riuscivi a mettere nelle scatoline: non era politicizzato in senso stretto, ma in realtà era molto attento alla società. Nelle canzoni spesso raccontava storie di provincia e lo faceva senza falsi pudori, in modo addirittura brutale: l’eroina, la violenza, i lupi, la guerra, il sesso. E quando io stesso le canto, mi sembrano più moderne adesso di quando sono state scritte».
Penso a una canzone del nuovo album come “Tv”.
«Non amava andare in tv e penso che da questo pezzo si capisca molto bene, visto che canta: “Non ha sapore e non ti dà dolore/ il grande circo dei mostri visti alla tv solo e sempre in tv”. A proposito di attualità, mi sembra che anche qui ci siamo».