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Il cantautore Enzo Gragnaniello: “Questa Napoli non ha bisogno di etichette”

Il cantautore Enzo Gragnaniello: “Questa Napoli non ha bisogno di etichette”
A quasi settant’anni ha pubblicato il disco “L’ammore è na rivoluzione” che sta portando in tour: “Adesso scrivo solo quando provo gioia”
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«Non mi dire niente, sto andando a un funerale: sentiamoci domani». Gli si spezza un po’ la voce a Enzo Gragnaniello, settant’anni tra qualche mese. È il pomeriggio del 16 luglio e il funerale è quello di Nando Coppeto, il manager che rese possibile quel miracolo di Cu‘mme. Gragnaniello ce lo racconta il giorno dopo: «Fu lui a portare Mia Martini in studio. Roberto Murolo aveva già inciso le sue strofe. Poi arrivò Mimì e fu magico… povero Nando, non rispondeva al telefono da qualche giorno. Non ne parliamo, per piacere».

Ma certo Gragnaniello, si figuri.

«È che bisogna superare il tempo del dolore. Cerco di farlo anche con la musica ormai: il dolore lo abbiamo già provato, adesso scrivo solo quando provo gioia».

È nato così anche “L’ammore è na rivoluzione”, il disco che ora sta portando in tour.

«A costo di apparire criptico: in queste canzoni ho voluto metterci tutta la luce che vedo intorno. L’amore è un’energia che mi arriva come luce. E che riesce a sconfiggere la parte buia, l’ansia, la paura. E questa luce è legata a Napoli».

Non è mai stato tentato di rinunciare al napoletano?

«Mai. Nel 1982 Renato Marengo e Claudio Poggi, allora produttore di Pino Daniele, mi portano da Mara Maionchi. Lei si chiude in una stanza, ascolta dei provini e quando esce dice: “Bravo questo Gragnaniello: ma dovrebbe cantare in italiano. Abbiamo già Pino Daniele”».

Cosa le rispose?

«Mi rivolsi a Poggi: “Claudio, tengo fame: quando ce ne andiamo?”. Con Mara ne ridiamo ancora».

A proposito di cibo e di Pino Daniele. Leggenda vuole che gli ha insegnato a fare la pasta e ceci…

«Figuriamoci se Pino non sapeva fare la pasta e ceci… mi chiamava sempre con un pretesto del genere: “Enzo, ti devo chiedere una cosa importante: ma tu come la fai la pasta e ceci?”. E io gli dovevo spiegare che bisognava lasciare i ceci in ammollo per una nottata, che bisognava mettere il bicarbonato… e poi iniziavamo a parlare di musica».

Avrebbe avuto più successo dicendo un sì alla Maionchi?

«Del successo che me ne importa? L’ho sempre messo in secondo piano rispetto alle cose serie».

Ne dica una di “cosa seria”.

«Stare vicino agli ultimi, ai diseredati. Ma senza fare teoria, le posso raccontare un aneddoto».

Prego.

«Subito dopo il terremoto del 1980 presi la chitarra e il sacco a pelo e andai sulle montagne di Avellino. C’erano ancora i morti in strada. E cantavo per dare un po’ di conforto a chi era sopravvissuto. Faceva freddissimo, non c’era più niente, era crollato tutto: ma quello era il posto in cui dovevo stare».

Quale canzone le viene in mente se pensa alla sua infanzia?

«Certamente qualcosa di Battisti. Sognando di Don Backy fu forse la prima a emozionarmi sul serio».

Immaginavamo qualche classico napoletano.

«Durante l’adolescenza ascoltavo quasi solo rock. Led Zeppelin, Pink Floyd. Ma quando ho iniziato a scrivere canzoni mi sono detto che non potevo scimmiottare quel tipo di musica. La mia voce la utilizzo per emozionare. E quindi devo parlare del mio mondo. Non emozionerei nessuno se facessi ‘o ‘mericano…».

È stato bocciato quattro volte.

«Io e la scuola non andavamo d’accordo, non ce la facevo proprio. E poi non ero un ragazzo che riusciva a starsi zitto, diciamo…».

Da bambino ha fatto anche, citiamo dalla sua biografia, «l’attrazione vivente per un venditore di jeans».

«Mi dava una cosa di soldi. I jeans mi stavano bene, lui me li faceva indossare così gli altri ragazzi potevano verificare il prodotto».

La prima chitarra?

«Comprata a 12 o 13 anni. Lavoravo in un locale americano, lì ho incontrato un’altra grande mia influenza musicale, la black music».

A proposito di incontri: poi ci sono i Disoccupati Organizzati.

«Iniziai scrivendo qualche slogan per loro. Qualcosa sulla chitarra riuscivo a fare, ma neanche tanto. Compensavo con la voce: fondai il mio primo gruppo, i Banchi Nuovi. Abbiamo fatto un mare di Feste dell’Unità. Ma non ci pagavano, al massimo ci davano ‘a ‘marenna: pane e salsiccia».

Lei è di sinistra?

«Sì».

E si riconosce in qualche…

«No, no, non mi riconosco in nessun partito: sono anarchico».

Il successo di “Cu‘mme” l’ha mai avvertito come ingombrante?

«Ma no: mi piaceva come era venuta. Poi stop, sono andato avanti. Ringraziando il cielo di aver avuto come compagni di un tratto di strada Mimì e Roberto Murolo. Se penso a una cosa di Roberto, rido ancora…».

E allora non può esimersi.

«Andiamo insieme da Marzullo. Gigi voleva sapere da me di questo “connubio tra generazioni”. Ma io che ne sapevo, dico la prima cosa che mi viene in mente: “se si lanciano sul pavimento delle biglie, quelle dello stesso colore tendono ad avvicinarsi”, Marzullo guarda Murolo, che replica: “Io a ‘sto guaglione non lo capisco. Iss e ‘sti palline…».

Bene. Napoli è tornata a essere una capitale della musica…

«Napoli non ha bisogno di etichette. E non basta cantare in dialetto: bisogna tenere conto degli umori e delle melodie della città».

Cosa la commuove ancora?

«Mia figlia Marialuna, è piccola. Le ho dedicato una canzone nel disco».

Suona sempre anche a casa?

«Non più. La chitarra la faccio stare un po’ quieta. Così sto un po’ quieto anche io. Come all’inizio: la prendo solo quando provo un po’ di gioia».

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