Michelangelo Pistoletto attraverso lo specchio
di Antonio SpadaroMichelangelo Pistoletto
Michelangelo Pistoletto ama la dialettica, e ti conforta il fatto che lui possa arrabbiarsi: la sua passionalità emerge da un discorso che fa della logica la sua cifra. L’illuminismo delle sue idee si inabissa nelle ondate romantiche del suo temperamento. E così che crea legami che annodano i pensieri.
Incontro Michelangelo per la prima volta nel febbraio 2022. Eravamo stati invitati a presentare il catalogo che celebrava i dieci anni del Maxxi di Roma. Dopo i vari interventi ci siamo messi a parlare tra noi fino a che non ci hanno – gentilmente ma decisamente – accompagnati alla porta per l’orario di chiusura. Da quel momento il filo del nostro discorso non si è mai interrotto grazie ad alcune visite alla “Cittadellarte” di Biella. Memorabile quella del 13 luglio 2023, all’indoman…
Michelangelo Pistoletto ama la dialettica, e ti conforta il fatto che lui possa arrabbiarsi: la sua passionalità emerge da un discorso che fa della logica la sua cifra. L’illuminismo delle sue idee si inabissa nelle ondate romantiche del suo temperamento. E così che crea legami che annodano i pensieri.
Incontro Michelangelo per la prima volta nel febbraio 2022. Eravamo stati invitati a presentare il catalogo che celebrava i dieci anni del Maxxi di Roma. Dopo i vari interventi ci siamo messi a parlare tra noi fino a che non ci hanno – gentilmente ma decisamente – accompagnati alla porta per l’orario di chiusura. Da quel momento il filo del nostro discorso non si è mai interrotto grazie ad alcune visite alla “Cittadellarte” di Biella. Memorabile quella del 13 luglio 2023, all’indomani dell’incendio che aveva distrutto a Napoli una sua Venere degli stracci.
Michelangelo Pistoletto con Antonio Spadaro
Le nostre sono state sempre conversazioni ampie, larghe, senza meta, che dalla colazione si sono estese al pranzo e al caffè senza interruzione, e poi al pomeriggio e alla cena. Michelangelo mostra un’energia che prende in giro la sua età anagrafica e, in quale modo, mi sopraffà. E ricordo le grosse e dolcissime ciliegie, la polenta concia, il gelato al sesamo… Con noi Francesco Monico, impegnato sui temi della spiritualità, arte ed educazione con Michelangelo, e rappresentante della direzione dell’Accademia Unidee della Fondazione Pistoletto, amico da anni e grande interlocutore, e la presenza affabile e vigile di Maria, la moglie di Michelangelo. In una recente conversazione abbiamo toccato il tema della “spiritualità”, tema che sta occupando una parte interessante della riflessione e dell’ispirazione del maestro.
Caro Michelangelo tu inviti le religioni a ispirarsi all’arte, quindi consideri la religione come elemento importante, significativo, ma ribalti l’idea che sia l’arte a ispirarsi al religioso, come è stato per tanti secoli.
«L’arte ha contratto la sua responsabilità recando il proprio messaggio simbolico-fenomenologico in una religiosità diffusa e invitando le religioni stesse a riflettere arte, nel senso di ispirarsi all’arte, proprio per l’essenza della loro missione».
In che modo? In che senso le religioni devono ispirarsi all’arte per l’essenza della loro missione? Questo mi interessa. Tu vedi, dunque, una missione nelle religioni.
«Essenza della loro missione è quella di portare la visione dell’oltre e dell’infinito. Sono ispirate nella loro aspirazione. Forse dovrei usare la parola “aspirazione” al posto della parola “ispirazione”, perché c’è un’ispirazione che è data dall’aspirazione, aspirare all’infinito. Non è sbagliato, “ispirazione” è giusto, ma un’ispirazione che si lega all’aspirazione, all’aspirare. È una ispirazione aspirante. Penso che l’ispirazione artistica sia direttamente connessa al concetto di spiritualità, com’è evidente nella derivazione etimologica spiritus, che per quanto riguarda la parola “ispirare” significa “soffiare dentro”, instillare nell’animo un pensiero. Per questo motivo l’arte ha avuto un rapporto empatico con i miti e le religioni».
L’ispirazione artistica è dunque direttamente connessa al concetto di spiritualità. Nel tuo “Metrocubo d’infinito”, un cubo formato da sei specchi con la superficie riflettente rivolta verso l’interno, tu metti in scena un’opera che offre la possibilità di pregare seguendo i principi della propria fede. Allora qual è il rapporto tra arte e fede?
«Il Metrocubo rappresenta quella necessità di riflessione del pensiero, che è di tutte le fedi. Il Metrocubo è qualcosa che tutte le fedi hanno in comune, cioè l’infinito. L’arte è la visione non fisica del fisico. È la capacità dell’umano di compiere virtualmente il gesto reale. Nel momento in cui l’umano lascia un’impronta sulla parete della caverna quella impronta è visuale - virtuale, non è la mano reale della persona e non ne è nemmeno il disegno, è l’identità dell’essere umano. Questa è l’idea dell’immortalità, l’essere umano, lasciando la propria impronta e riconoscendola, ha l’apertura verso tutto il possibile».
Tu dici che la parola “arte” viene da “arto”, quindi mano…
«Sì, la mano che stiamo considerando come traccia di identità, agisce e produce e sviluppa qualche cosa che rende l’essere umano autonomo rispetto a un puro stato di natura. Una cosa è la Terra dove viviamo ma moriamo, una cosa è il Mondo dove viviamo e non moriamo mai perché poi c’è il Paradiso oppure c’è un’altra vita. Il Mondo è il posto che abitiamo, fatto di simboli, di storie, di racconti, attraverso i quali sopra-viviamo. In questo senso l’arte è dentro le religioni».
Appunto in “Terremotus”, il catalogo di una mostra del 1984, tu hai scritto che nell’arte c’è «qualcosa di divino, la possibilità di allargare le prospettive della storia, far lievitare la storia, di superare l’insuperabile e di sormontare l’insormontabile». Mi piace molto questo «allargare e lievitare». Questa possibilità di allargare le prospettive della storia e far lievitare la storia, lo sentivi quarant’anni fa come qualcosa di divino. E oggi?
«La nostra storia non è solo la storia dell’essere umano da quando comincia a essere pensante. C’è la storia di un universo che esiste ben da prima ed esisterà ancora ben dopo la fine della storia umana. Però noi riusciamo a sovrapporre queste due storie, la storia umana e la storia dell’universo. Forse è proprio questo bisogno di identificazione con l’universo che ha fatto immaginare l’inimmaginabile, ha fatto pensare l’impensabile».
Papa Francesco, in un suo discorso recente, ha affermato: «Ogni espressione artistica aiuti tutti e ciascuno ad elevarsi e a riflettere, a emozionarsi, a sorridere, anche a piangere di commozione, per trovare nella vita un senso, una prospettiva di bene, un significato che non sia quello di arrendersi al peggio». A me sembra in questa espressione di trovare una voglia quasi di lotta, il Papa dice: «Non arrendersi al peggio». Tu condividi?
«Certo, condivido assolutamente. Arrendersi vuol dire che c’è un’impotenza che sentiamo e quindi la maggior parte delle persone si affida a chi ha più sapienza, dunque in qualche maniera, demanda la propria responsabilità, perché tu meno conosci, meno sai e più ti appoggi a qualcuno che sa, hai speranza in esseri umani che conoscono qualcosa di più, ti affidi a qualcosa di più per non arrenderti. Pensa alla cura negli ospedali. Il malato, i parenti, gli amici, pregano perché sperano che ci sia qualche cosa che tolga il dolore e prolunghi la vita».
Nello scorso aprile si è svolto a Marsiglia un incontro su “Arte, sanità e sacro” ispirato al “Lieu de recueillement” che tu nel 2000 hai inaugurato presso l’Ospedale oncologico Paoli-Calmettes della città. Questo «luogo» è suddiviso in cinque sezioni, separate da una griglia, disposte attorno ad un’area centrale come i petali di un fiore. In quattro sezioni è collocato il simbolo della religione cui ciascuna è dedicata – ebraica, cristiana, buddista, islamica – scelti dai rappresentanti delle rispettive comunità religiose locali. Nella quinta sezione, dedicata ai laici e a ogni altra confessione, sono posti alcuni libri. L’area centrale ospita il “Metro cubo d’infinito”.
«I pazienti di questo ospedale si recano nel luogo della propria religione, ognuno nel luogo del proprio conforto. Il dolore è quello di sapere che la vita se ne sta andando. È qui che si pensa: ma allora è possibile che tutto finisca? Possibile che quel poco che ho, che è niente ma è la vita, svanisca nell’intangibile? Ma è un tangibile sapere di esistere. Forse la religione è la banca del bene prezioso della vita, dove metti il bene più prezioso che abbiamo, cioè la vita».
Volevo ripartire da ciò che il Papa ha detto visitando il padiglione della Santa Sede alla Biennale d’arte di Venezia. Per lui l’arte riveste lo statuto di «città-rifugio, una città che disobbedisce al regime di violenza e discriminazione per creare forme di appartenenza umana capaci di riconoscere, includere, proteggere, abbracciare tutti, tutti a cominciare dagli ultimi». Francesco trae ispirazione dalle città-rifugio che sono un’istituzione biblica menzionata già nel codice deuteronomico destinata a prevenire lo spargimento di sangue innocente e a moderare il desiderio di vendetta e cercare forme di riconciliazione. Il papa ha poi affermato: «Sarebbe importante se le varie pratiche artistiche potessero costituirsi ovunque come una sorta di rete di città-rifugio collaborando per liberare il mondo da antinomie insensate ormai svuotate, ma che cercano di prendere il sopravvento nel razzismo, nella xenofobia, nella disuguaglianza, nello squilibrio ecologico e nell’aporofobia, questo terribile neologismo che significa “fobia dei poveri”. Dietro a queste antinomie c’è sempre il rifiuto dell’altro, c’è l’egoismo che ci fa funzionare come isole solitarie invece che come arcipelaghi collaborativi». Michelangelo, che cosa ne pensi? Come percepisci queste parole del pontefice? Io noto una sintonia profonda col tuo pensiero.
«Sono perfettamente d’accordo perché quel testo avrei potuto scriverlo io. Sento che parla della “Cittadellarte” così come l’ho pensata: ho messo tanta passione per crearla. Sto realizzando questa città da tanto tempo. Il suo scopo è quello di porre l’arte al centro di una trasformazione responsabile della società, portando l’arte a intrecciarsi con i diversi settori del tessuto sociale. È una fucina artistica che si propone di concepire nuovi modelli di vita civile».
E ha concluso con un appello accorato: «Vi imploro amici artisti: immaginate città che non esistono sulla carta geografica, città in cui nessun essere umano è considerato un estraneo». Il Papa parla di città-rifugio. Tu senti che la “Cittadellarte” sia un rifugio?
«La parola “Cittadellarte” include rifugio ed estensione. Rifugio nel senso che la cittadella è la rocca, il luogo protetto fino all’ultimo della resistenza. Il luogo in cui si mantiene la possibilità di sopravvivere. Questa è la cittadella, cioè la parte alta, la parte conservativa. E la città, invece, è quella che sta intorno alla cittadella ed è estensiva, è il popolo, è la vita comune che si diffonde e si moltiplica in tante città. Con la “Cittadellarte” ho perfettamente la coscienza che sto realizzando quello che il Papa ha descritto».
Mi colpisce il modo in cui questa cittadella è un rifugio rispetto a un mondo in cui prevale il desiderio di vendetta, in cui non sono tutelati i diritti umani, quindi diciamo che ha un impatto sulla società.
«Sì, certamente, perché “Cittadellarte” ha come programma la connessione di tutti i settori che compongono la vita sociale, dall’economia alla politica, dalla scuola alla religione, dall’agricoltura alla moda, al comportamento, tutti gli ambiti del tessuto sociale, questo era scritto nel mio Manifesto Arte del 1994».
È interessante però che il Papa insista su questa azione dell’arte che aiuta a non arrendersi, a liberare il mondo dalle disuguaglianze.
«Il Papa sta parlando di pace, ma come si ottiene la pace? Il mio lavoro è totalmente impegnato in maniera sempre più chiara, sulla pace preventiva. La pace è qualcosa che viene considerata come la fine di una guerra. E noi dobbiamo fare che la parola “pace” sia il titolo del nostro film sulla terra».
Voglio tornare al discorso più teologico. Tu nel ’76 durante una performance hai scritto su un muro: «C’è Dio? Sì ci sono!». Questa affermazione decostruisce la struttura piramidale in cima alla quale è posto un vertice assoluto, che è proprio del monoteismo. Ma non c’è il rischio di una sorta di narcisismo assolutistico?
«C’è Dio? L’unica cosa cui posso rispondere è che io esisto. Ma non dico: “No, non esiste”, dico: “Sì, ci sono”, allora questo “sì” vuol dire che non nego il fatto che possa esistere, quindi se esiste Dio, esiste perché io ci sono e posso decidere che Dio esiste e parla con la mia voce. Perché è un pensiero dell’umano, perciò l’unica cosa certa è che io mi vedo nello specchio e so che esisto».
Ma rimbalzare sempre sull’io, anche quando si parla dell’altro, non è un atto narcisistico?
«Tra tutte le cose l’io è inevitabile, nel gioco della vita ci siamo io e te e dobbiamo fare la nostra partita, quindi l’io esiste e anche il tuo io si deve assumere la capacità di capire o di essere responsabile, quindi l’io non esclude l’altro. Infatti, se un bambino mi chiede: “Ma Dio esiste?”, io rispondo: “Sì, tu esisti”».
Però è una frase ambigua perché sembra quasi che Dio esista e sei tu.
«Se esiste sei tu, perché sei tu che lo pensi e quindi se tu lo pensi, tu gli dai vita, ed è questo. Tu dai vita all’altro perché l’altro dà vita a te».
Però a questo punto tu riduci a totalmente altro il tuo pensiero, cioè gli togli l’alterità e lo riduci alla sua pensabilità. Quando parliamo di Dio, parliamo del totalmente altro, come all’altro da me, che non è chiuso nella nostra capacità di comprendere. La domanda su Dio trascende completamente l’esistenza, cioè trascende me. Se tu dici: “C’è Dio? Sì, ci sono” bisogna salvaguardare, il fatto che lui sia totalmente altro, cioè che quando parliamo di Dio non parliamo dell’io. Questa cosa dell’alterità per me è un’esigenza radicale.
«Ma guarda che dentro lo specchio ci sono io e ci sono tutti gli io possibili e immaginabili, ci siamo tutti dentro, non c’è differenza. Dio è dentro lo specchio perché è nel virtuale ed è nel reale. Non c’è niente fuori dall’esistente, noi arriviamo fino alla conoscenza dell’esistente di questo universo».
Ma Dio non è un ente tra gli altri.
«Il metafisico lo associamo al fisico, al fatto che esistiamo, se non esistessimo non se ne parlerebbe proprio, il fatto che se ne parli è importante, perché ne parliamo».
Però alla fine tu non fai un atto di fede generale, fai un atto di fede in te che ci sei.
«Faccio un atto di connessione ampliata fin dove modestamente posso arrivare, nella stupida mia presenza pongo una domanda e alla fine rispondo: “Io ci sono”. Qualcosa m’ha fatto, questo qualcosa che m’ha fatto è qua dentro e soprattutto, pensando, non faccio altro che riflettere qualcosa che è, perché qualcosa lo fa esistere da dentro. Questa è la mia immaginazione, ma non do nessuna certezza per ciò che posso immaginare».
Quindi non dai risposta.
«L’arte è un dinamismo e con la formula della creazione arrivo dove arriva la scienza, però poi la scienza non mi può dare risposte oltre, così come l’arte non può dare risposte oltre. Però è l’intuizione che ha sviluppato l’arte e la scienza, tutte e due. Allora Dio può essere un’intuizione».
Ma c’è sempre una specie di buco di trascendenza, nel senso che poi alla fine ho l’impressione che si giri attorno all’immanenza, ma non si dia una vera e propria trascendenza perché viene riportata alla pensabilità. Per me nel momento in cui si parla di Dio bisogna tutelare una trascendenza. Un tema che, a mio avviso, possiede il germe della trascendenza nelle tue opere è quello dell’“annunciazione”. Mi ha molto colpito che tu hai realizzato nel tempo alcune annunciazioni. Perché questo interesse per l’annunciazione dell’angelo a Maria? In fondo, mi ha colpito che tu abbia usato la parola “annunciazione”: potevi dare qualunque altro titolo, e invece l’Annunciazione è una immagine religiosa classica: Maria riceve un messaggio, dall’esterno, dall’altro. Perché questa cosa ti ha colpito?
«Il termine “annunciazione” è un termine del sistema religioso, sì. Io l’ho usato in maniera non rispettosa del canone. Ho portato la simbologia del quotidiano all’esterno di sé stessa. L’Annunciazione è qualcosa che sta capitando, che arriva, perché c’è un bisogno, c’è una necessità, è la grazia cioè la parte virtuosa che tu ricevi e offri. È un po’ ciò che accade tra noi due. Il fatto importante è che noi siamo due persone che appartengono a due mondi diversi, che però si ritrovano. Questo è il punto. Tu, padre Antonio, sei la parte religiosa che mi sta cercando, e tu sei la parte artistica che io sto cercando nella religione. Questa è una ricerca di un oltre nell’altro».