Buenos Aires Confidential, il romanzo di Juan Filloy
di Pablo MauretteThe Kiss, fotografia in bianco e nero di Yva, pseudonimo di Else Neuländer-Simon
Chi dice che New York è la città che non dorme mai, non conosce Buenos Aires. La notte newyorchese è lunga, sì, ma per traversarla in bianco ci vogliono contatti, uno deve pianificare, prenotare e, soprattutto, avere il portafoglio pieno.
A Buenos Aires c’è ancora posto per il bighellone nottambulo e per l’avventuriero scarso di moneta. Si sa dove inizia una serata porteña ma non si può mai immaginare dove, e innanzitutto quando, finisce. Fin dagli inizi del Novecento, la noche porteña occupa un posto speciale nell’immaginazione letteraria argentina.
Addirittura, uno dei più grandi romanzi locali (forse il più grande), Il sogno degli eroi (pubblicato in Italia da Bompiani nel 1968), racconta la storia di una lunga e fatidica notte bianca a Buenos Aires. Adolfo Bioy Casares pubblicò il suo capolavoro nel …
Chi dice che New York è la città che non dorme mai, non conosce Buenos Aires. La notte newyorchese è lunga, sì, ma per traversarla in bianco ci vogliono contatti, uno deve pianificare, prenotare e, soprattutto, avere il portafoglio pieno.
A Buenos Aires c’è ancora posto per il bighellone nottambulo e per l’avventuriero scarso di moneta. Si sa dove inizia una serata porteña ma non si può mai immaginare dove, e innanzitutto quando, finisce. Fin dagli inizi del Novecento, la noche porteña occupa un posto speciale nell’immaginazione letteraria argentina.
Addirittura, uno dei più grandi romanzi locali (forse il più grande), Il sogno degli eroi (pubblicato in Italia da Bompiani nel 1968), racconta la storia di una lunga e fatidica notte bianca a Buenos Aires. Adolfo Bioy Casares pubblicò il suo capolavoro nel 1954, eppure la storia accade durante il carnevale del 1927.
Questo spostamento dell’azione quasi tre decenni indietro non si spiega solo dal fatto che il migliore amico di Borges, nato nel 1914, guarda i suoi anni di adolescenza con nostalgia, ma anche dal fascino che esercitavano gli anni Venti sull’immaginario collettivo delle generazioni successive.
Los años locos (“gli anni pazzi”), come li si conosce oggi, sono stati un periodo di enorme ricchezza economica e culturale, e anche di pace sociale in Argentina, la cui capitale era nota allora come “la Parigi del Sudamerica”. Con la crisi finanziaria del ’29, seguita dal colpo di stato del 1930 (il primo di tanti), questo periodo idilliaco di festa e di abbondanza sarebbe finito.
«Viviamo tempi duri, senza romanticismi né bohème», dice a un certo punto Op Oloop protagonista del romanzo omonimo di Juan Filloy pubblicato nel 1934 e ispirato dall’atmosfera cupa tipica della decade infame.
Op Oloop arriva per la prima volta nelle librerie italiane grazie a Ago Edizioni, fiammante casa editrice romana, in una traduzione fresca e potente di Giulia Di Filippo. Si tratta di un romanzo capriccioso e selvaggio, che non ha purtroppo mai ricevuto attenzione né in Argentina né in altri paesi ispanofoni, dove l’autore è fino a oggi un perfetto sconosciuto.
Scrittore, pugile, giurista, Juan Filloy (Córdoba, 1894-2000) compose alcune delle opere più bizzarre della letteratura argentina del Novecento (tra cui, più di otto mille palindromi).
Cortázar e Marechal lo ammirarono, è stato famoso in Olanda e durante la sua lunghissima vita pubblicò decine di opere (tutte con titoli di sette lettere) tra romanzi, raccolti di poesia, saggi e racconti. Morì ai 106 anni dopo aver realizzato il sogno di vivere in tre secoli. Optimus Oloop, peraltro, rifiutò il privilegio della longevità. Esperto di statistica, finlandese, contemporaneamente platonico ed epicureo, ossessivo e coltissimo, Op Oloop trascorre le ultime venti ore della sua vita facendo il giro della notte porteña circondato da amici brillanti e donne misteriose.
Un eroe tanto cerebrale quanto ormonale, per Oloop «il metodo è una funzione organica». Se il Don Giovanni operistico è un uomo di pura praxis e il Johannes di Kierkegaard un seduttore casto ed erudito, il personaggio che crea Filloy è un ibrido perfetto di entrambi, un donnaiolo cartesiano e malinconico, «la più perfetta macchina umana». A trentanove anni, è andato a letto con 999 donne. Il romanzo inizia la sera in cui arriva alla conquista numero mille. Per festeggiare, Op invita i suoi amici al leggendario bar del Plaza Hotel (chiuso definitivamente nel 2017).
L’eruditissima baldoria, un Simposio platonico mobile, si prolunga tutta la notte e per tutta la città come un fiume di alcol e di parole. Non c’è argomento che la comitiva non tocchi, dall’ermafroditismo all’obesità, dalla concezione merovingia del diavolo alle etimologie esoteriche del lunfardo, l’argot di Buenos Aires. Verso le tre e mezzo di notte, Op Oloop scappa e arriva da solo nel bordello di Madame Blondel dove incontra Kustaa, una ragazza finlandese che è figlia di una sua ex amante. Quest’agnizione, più degna di telenovela che non di tragedia, fa scattare la pulsione di morte che porta Op a una squallida fine. Arrivato all’ultima pagina, il lettore capisce di aver davanti a se una lunga nota di suicidio, l’ultimo registro vitale del meticoloso Op Oloop.
Nel 1934, poco dopo la pubblicazione, Op Oloop fu denunciato per pornografia dal sindaco di Buenos Aires e proibito brevemente. A parte le poche scene pornografiche, l’uso di un linguaggio profano è spiegato in dettaglio durante una delle tante conversazioni tra gli amici. La lingua, scritta e parlata, dice uno, è una forma di deiezione e le volgarità vengono espulse per mantenere l’armonia dell’anima.
Difatti, tutto in Op Oloop è programmatico, per cui è più accurato parlare di romanzo formale e non sperimentale. La forma governa tutto, un diario insolito, maniacale, erotomane e dottissimo. La temporalità strettamente ridotta (tutta l’azione si svolge in venti ore) e la spazialità vasta, fluida, fanno pensare all’Ulisse.
L’eteroglossia rimanda ai primi romanzi di Roberto Arlt e alla poesia di Oliverio Girondo. Il tono è quello di (nelle parole del protagonista) «una raffinata opera buffa». Il lettore di sicuro non troverà qui un genio letterario dimenticato, e nemmeno un capolavoro che l’ortodossia letteraria ha cospirato per occultare. Troverà sì un romanzo enigmatico, divertente, vivo e pieno d’idee. Non è poco.
Il libro
Op Oloop di Juan Filloy (Ago Edizioni, traduzione Giulia Di Filippo, pagg. 354, euro 19, voto 9/10. Dal 27 settembre in libreria)