Lucca
«Siamo andati a presentare L’abisso dell’oblio a Madrid in una scuola media. E questi ragazzi di undici, dodici anni, ascoltavano quello che raccontavamo come l’ascolterebbe un alieno. Capivano i fatti, tutto era chiaro, ma non riuscivano a dare un senso a tutta l’immane, disumana violenza che li aveva scatenati». Chi parla è Paco Roca, la firma più prestigiosa del fumetto spagnolo. Insieme al giornalista Rodrigo Terrasa ha scritto un libro che racconta fatti terribili e rimossi dei tempi della dittatura di Francisco Franco.
La primissima idea de L’abisso dell’oblio nasce nel 2013, quando Terrasa, per il quotidiano El Mundo, intervistò per la prima volta Josefa Celda, detta Pepica, una donna di 81 anni che «abbracciava una ciocca di capelli bianchi, avvolta in un pezzo di carta velina invecchiata, come fosse un tesoro». Infatti, grazie alle sovvenzioni del governo Zapatero, Pepica aveva potuto riesumare il corpo del padre, un contadino iscritto alla sinistra repubblicana.
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Lucca
«Siamo andati a presentare L’abisso dell’oblio a Madrid in una scuola media. E questi ragazzi di undici, dodici anni, ascoltavano quello che raccontavamo come l’ascolterebbe un alieno. Capivano i fatti, tutto era chiaro, ma non riuscivano a dare un senso a tutta l’immane, disumana violenza che li aveva scatenati». Chi parla è Paco Roca, la firma più prestigiosa del fumetto spagnolo. Insieme al giornalista Rodrigo Terrasa ha scritto un libro che racconta fatti terribili e rimossi dei tempi della dittatura di Francisco Franco.
La primissima idea de L’abisso dell’oblio nasce nel 2013, quando Terrasa, per il quotidiano El Mundo, intervistò per la prima volta Josefa Celda, detta Pepica, una donna di 81 anni che «abbracciava una ciocca di capelli bianchi, avvolta in un pezzo di carta velina invecchiata, come fosse un tesoro». Infatti, grazie alle sovvenzioni del governo Zapatero, Pepica aveva potuto riesumare il corpo del padre, un contadino iscritto alla sinistra repubblicana.
Scrive Terrasa nella postfazione: «José Celda Beneyto, il padre di Pepica, fu arrestato in un paese vicino Valencia mentre tornava dalla mietitura del riso con l’accusa di aver commesso diversi omicidi a circa 100 chilometri da casa sua. La sentenza fu emessa in pochi minuti: condannato a morte. Passò 11 mesi in prigione e fu fucilato a El Terrer, un poligono di tiro vicino al muro di cinta del cimitero di Paterna, Valencia il 14 settembre 1940, 532 giorni dopo la fine della guerra civile Spagnola». In quel cimitero sono stati gettati 2300 cadaveri di oppositori o presunti tali, metà dei quali non sono stati ancora riesumati.
Paco Roca è nato a Valencia nel 1969: è il massimo autore spagnolo. Rughe, il suo capolavoro, è diventato anche un film animato
Il fumetto racconta tutto questo con lo stile tipico di Roca: tante vignette mute per sentire attraverso il silenzio le più profonde emozioni dei personaggi e divisione della narrazione in capitoli in cui le vicende sono vissute attraverso differenti punti di vista. E poi si sente tra vignetta e vignetta tanta ricerca, interviste, documentazione: ogni scenografia, ogni personaggio ha la forza della realtà. Incontriamo Paco a Lucca Comics, proprio durante i momenti tragici che sta vivendo la sua Valencia a causa dell’inondazione: «Purtroppo oggi ad amarezza si aggiunge amarezza».
Cosa è accaduto dopo l’articolo?
«L’ho letto con passione e indignazione, e Rodrigo mi spingeva a indagare insieme a lui per fare quel che poi abbiamo fatto».
Però da allora sono passati 11 anni.
«Inizialmente non ero convinto. Perché in Spagna, nonostante sia passato tanto tempo, quella storia affronta un tema cruciale, controverso e molto politico».
Cosa ti ha convinto che era una storia da scrivere?
«Fondamentale è stato l’incontro che ha organizzato Rodrigo con una donna, figlia di uno degli assassinati, che mi ha detto: questo solo in parte è un tema politico. Certo, sono state uccise delle persone che volevano difendere le proprie idee. Ma è anche un tema umano, perché noi chiediamo di poter avere una sepoltura degna per i nostri padri e poterli piangere davanti a una lapide con un nome. Per molte persone ancora tutto questo non è possibile».
Nonostante sia un romanzo a fumetti che riporta una storia vera e documentata, qui sembra di ritornare ai fumetti di una volta, dove ci sono i buoni e i cattivi.
«Questa è una storia di vittime e di colpevoli. E c’è una parte politica che è contraria alla riesumazione dei corpi proprio per non andare a scavare troppo nel passato».
Alcune scene sono atroci, al di là di quelle delle fucilazioni. Per esempio quando i carcerieri manganellano le mani delle mogli e delle figlie che cercano di toccare quelle dei mariti e dei padri, anche se quella è l’ultima possibilità per farlo.
«Questo è uno dei temi del libro, in cui implicitamente ci chiediamo: le persone malvagie lo sono per le circostanze che vivono o per la loro natura? Io penso che un potere assoluto dia forza alla mancanza di empatia e in questo conflitto il nemico è stato completamente disumanizzato. Anche le milizie della Repubblica, difendendo la libertà e la democrazia, hanno compiuto dei gesti orrendi. Ma la dittatura di Franco ha commesso ogni tipo di violenza contro gli oppositori e le loro famiglie, sostenuta dall’ideologia fascista e dal potere assoluto di chi non deve tenere conto di nulla».
Gli oppositori, dopo essere stati uccisi dal plotone di esecuzione (formato spesso da giovani reclute), erano gettati nelle fosse senza possibilità di essere identificati.
«Per questo è fondamentale l’entrata in scena di un altro personaggio, anche questo realmente vissuto: Leoncio Badia Navarro, repubblicano che, finita la guerra, fu condannato a lavorare nel cimitero. Fu il suo coraggio a permettere alle mogli dei condannati di mettere nelle loro tasche delle piccole bottigliette (quelle usate in chimica) con un foglietto su cui era scritto il nome del marito. Ovviamente senza questi foglietti nei decenni successivi l’identificazione dei corpi riesumati sarebbe stata molto più difficile».
Credo che tu oggi sia molto contento che le continue insistenze di Rodrigo ti abbiano convinto a realizzare questo libro.
«Sì, perché ho capito quanto il passato possa essere lo specchio del nostro presente. Viviamo in una società polarizzata dove chi non la pensa come noi è considerato un nemico. Per fortuna abbiamo delle leggi che ci impediscono di aggredire “l’altro”. È la democrazia a salvarci, perché senza le sue regole avremmo un ritorno a quel tipo di violenza».
Già. Perché quella che racconti è la stessa della guerra, cieca, inumana. Le tue pagine raccontano però di una Spagna uscita dalla guerra civile.
«Da noi molto spesso guerra civile e franchismo sono confusi, quando invece sono periodi storici molto diversi. La guerra è durata tre anni, fino al 1939, quando è iniziata la dittatura di Franco, un governo illegittimo che agiva e si difendeva attraverso la paura. In quei 35 anni chi aveva perso la guerra non è mai stato perdonato».
Questa è una storia di uomini uccisi e di donne che non smettono di lottare per avere, se non la giustizia, almeno una consolazione.
«Anche contro le donne c’è stata tanta violenza: stupri, abusi, umiliazioni. La loro forza in queste pagine le mostra come fondamentali guardiane della memoria».
A te piace raccontare la “non azione” dei personaggi.
«Vero. I miei personaggi sono quasi sempre silenziosi, in attesa. Perfino quando ho interpretato Batman (in Batman: Il mondo, ndr) sono riuscito a non farlo agire mai!».
Com’è stato accolto “L’abisso dell’oblio” in Spagna?
«Questo è interessante. Mi aspettavo polemiche, recensioni cattivissime, accuse di vario tipo. E invece niente: silenzio. Forse perché chi mi vorrebbe criticare non legge?».
C’è un filo rosso che lega i tuoi fumetti: quello della memoria.
«Sì, è vero. La memoria è importante: quella personale e quella collettiva. E anche se l’oblio è destinato a vincere, bisogna assolutamente che continuiamo a ricordare».
Il libro
L’abisso dell’oblio di Paco Roca e Rodrigo Terrasa (tunué, pagg. 298, euro 24)